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Il caso Sala e l’ipocrisia a doppio binario del centrosinistra: moralisti a targhe alterne

 

Milano, laboratorio di civismo, capitale morale, esempio europeo di buona amministrazione. O almeno così ci raccontano da anni. Ma poi succede che il sindaco Beppe Sala finisce sotto i riflettori per vicende poco trasparenti e, come d’incanto, il centrosinistra si trasforma: da pasdaran della legalità a garantisti d’acciaio. E che garantismo! A corrente alternata, ovviamente. Quando l’indagato è “uno dei nostri”, improvvisamente le manette diventano sospette e le dimissioni un attentato alla democrazia. D’altronde, se sei del PD puoi anche essere inquisito con tanto di schiaffoni giudiziari in pieno volto: rimani un faro di etica e rigore. Se invece sei Toti, beh, devi dimetterti ancor prima che si sappia il motivo dell’indagine. La trama si infittisce. Non parliamo solo di Sala, ma di quella rete di relazioni e “amicizie artistiche” che ruotano attorno al potere milanese. C’è Stefano Boeri, archistar adorata dai radical chic che si ritrova sempre, guarda caso, a gestire spazi, eventi, musei, fondazioni. Ma è tutto trasparente, ovvio. Solo coincidenze. Se lo fa Boeri è cultura, se lo facesse uno di destra sarebbe spartizione clientelare. A Milano, insomma, la sinistra non cade mai: rimbalza tra una poltrona e una fondazione.

E mentre il centrosinistra fa quadrato per difendere il suo sindaco amico degli architetti, ecco che spunta l’opposizione. In teoria. Perché a guidare la carica a destra c’è il consigliere  Marcora, che nulla ha di destra se non quello di farsi candidare in Fratelli d’Italia, invece di evidenziare l’ipocrisia di chi predicava moralismo con il caso Toti e oggi tace, si lancia nel forcaiolismo più becero, chiedendo a Sala la testa prima ancora che arrivi il caffè della procura. Una reazione così esagerata da far sembrare quasi Sala un perseguitato politico. Se il compito della nuova destra era smascherare l’ipocrisia del centrosinistra, missione fallita: hanno preferito sparare a caso, come se Sala fosse il Nemico Pubblico n. 1 invece che il solito esponente di un sistema che si regge sull’amicizia tra cultura, potere e affari. Ma torniamo al punto: dov’è finito il PD paladino della legalità, quello che alla prima avviso di garanzia per gli avversari chiedeva le dimissioni immediate? Quello che ha sfilato in nome della trasparenza contro Toti? Quello che fa sempre la morale alla destra sull’etica pubblica? Ora che tocca a Sala, il verbo cambia: “Aspettiamo, valutiamo, garantismo, il sindaco ha fiducia nella magistratura…”. Una playlist già sentita. Il caso Sala dimostra, ancora una volta, che la politica è sempre più gestione di rendite e spartizione di influenze, altro che ideali. Il PD continua a incarnare l’arroganza di chi pensa di avere sempre ragione, anche quando sbaglia. E la destra, invece di incalzare con intelligenza e coerenza, cade spesso nel populismo reattivo e nell’urlo scomposto.

Morale della favola? Nessuno fa più politica per costruire qualcosa, ma solo per posizionarsi, sopravvivere e piazzare gli amici dove conta. E chi dovrebbe denunciare queste storture si perde nella caricatura di sé stesso.

Fabrizio Fratus

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