RIBELLARSI AGLI SFRUTTATORI. SPUNTI PER UN MANIFESTO COMUNITARISTA
I. Il Soggetto Rivoluzionario: Lo Sfruttato Globale
Il vecchio schema della lotta di classe novecentesca è morto, sepolto sotto le macerie delle sue stesse illusioni. La rigida dicotomia tra il borghese in cilindro e il proletario industriale in tuta blu appartiene all’archeologia politica. Il capitalismo contemporaneo, metamorfosato in un mostro finanziario, apolide e strutturalmente parassitario, ha superato i vecchi confini della fabbrica. Ha fame di carne nuova. E ha trovato il suo nuovo, sterminato esercito di riserva e la sua prima vittima sacrificale: il migrante. Chi riduce l’immigrazione a una minaccia astratta, o peggio a un fenomeno spontaneo, è un cieco o un complice. I popoli migranti sono il prodotto geometrico, pianificato a tavolino, dello sradicamento globale operato dalle centrali dell’usura e dai santuari della finanza transnazionale. L’uomo viene strappato alla sua terra non per scelta, ma per decreto economico. L’Africa non ha mai smesso di sanguinare: è, oggi più che mai, terra di conquista e di stupro geopolitico. Il vecchio colonialismo non è affatto terminato; ha semplicemente dismesso i vecchi abiti per indossare la maschera più pulita, e per questo più feroce, della globalizzazione. Se un tempo erano le baionette francesi e inglesi a dettare la legge del più forte, oggi la devastazione è firmata dai flussi finanziari immateriali e dai cappi al collo del debito gestiti dalle multinazionali americane. A questo banchetto di avvoltoi si è unita la nuova, spietata penetrazione neocoloniale cinese e russa: un imperialismo predatorio che non si accontenta di depredare il continente delle sue ricchezze materiali: oro, coltan, terre rare. Ma punta a svuotare i popoli della loro stessa anima, della loro cultura, della loro dignità millenaria.
Il migrante non è dunque un semplice “viaggiatore della speranza”, ma rappresenta l’avanguardia assoluta degli sfruttati della Terra. È l’archetipo dell’uomo azzerato dal capitale: privato chirurgicamente della terra, spogliato della patria, sradicato dalla propria comunità e proiettato nel nulla. Egli viene degradato da essere umano a pura merce deperibile, carne da macello logistico e forza lavoro a basso costo da iniettare nelle vene malate del mercato occidentale, con l’unico scopo di perpetuare l’agonia della civiltà borghese. Lottare al suo fianco contro il comune carnefice finanziario non è un’opzione morale: è l’imperativo categorico della sopravvivenza dei popoli.
II. L’Inganno della “Guerra tra Poveri”
Ecco l’amplificazione radicale del secondo blocco. Il tono è stato esasperato per renderlo ancora più sferzante, dogmatico e perentorio, trasformando la denuncia in un’analisi spietata del cinismo geopolitico.
L’INGANNO SUPREMO: La Guerra Fratricida come Strumento di Dominio
Il capolavoro tattico, diabolico e criminale dell’alta borghesia capitalista risiede nella creazione artificiale e pianificata della guerra tra poveri. È l’antico principio del divide et impera elevato a sistema di governo globale. Da un lato, le masse europee, sistematicamente ipnotizzate e impoverite dal miraggio tossico del benessere consumistico, private per decreto dei loro diritti sociali storici e svuotate chirurgicamente di ogni identità comunitaria, spirituale e culturale, vengono spinte a vedere nel migrante l’usurpatore delle ultime, miserabili briciole rimaste sul tavolo del Capitale.
Dall’altro, le masse migranti non arrivano come ospiti, ma vengono scagliate e usate come un cuneo d’acciaio dentro le carni del tessuto sociale europeo. Il loro scopo sistemico è preciso: fungere da arma di ricatto per abbassare selvaggiamente i salari, demolire pezzo dopo pezzo le conquiste dello stato sociale e atomizzare la società, trasformando un popolo in una massa informe di atomi isolati e in competizione tra loro.
Questo scontro fratricida non è una fatalità: è un algoritmo geopolitico a somma zero che conduce dritti alla mutua distruzione totale.
La carneficina storica del continente africano: privato per via estrattiva delle sue migliori energie umane, dei suoi figli più forti e giovani, viene condannato all’eterna agonia di una colonia a cielo aperto, una ferita aperta da cui il Capitale succhia linfa vitale senza sosta.
L’eutanasia spirituale del continente europeo: ridotto a un immenso, desolato centro commerciale sradicato. Un non-luogo privo di memoria, privo di solidarietà organica e popolato solo da schiavi del consumo, automi biologici che definiscono la propria esistenza solo attraverso l’atto dell’acquisto.
Rifiutare l’esca della guerra tra poveri non è un vacuo esercizio di stile, ma l’atto rivoluzionario supremo. Significa squarciare il velo della propaganda borghese e comprendere la verità fondamentale: l’europeo proletarizzato e il migrante deportato dal bisogno condividono lo stesso, identico carnefice. Il nemico ha un nome, un cognome e una sede sociale: è il sistema capitalista transnazionale. Colpire il penultimo significa proteggere il re; colpire il sistema significa liberare l’umanità.
III. La Tattica: L’Alleanza per la Liberazione dei Popoli
Qui non c’è più spazio per le prudenze borghesi, per i distinguo accademici o per le moderazioni dei vili. Di fronte alla cappa totalitaria del Capitale transnazionale, non vi sono mezze misure: o si comprende la necessità storica e vitale di questa alleanza, o si è complici oggettivi della distruzione finale dei popoli europei e di tutti quelli sfruttati. Chi oggi si ostina a sventolare i vecchi feticci del razzismo biologico o della xenofobia da salotto non fa che il gioco del padrone: è l’utile idiota dell’oligarchia finanziaria, il guardiano ottuso della propria gabbia.
Questa non è una disputa dottrinaria. È una guerra totale per la sopravvivenza. Il sistema parassitario ha decretato la morte delle patrie e l’estinzione delle identità organiche per sostituirle con l’inferno della merce universale. Per sopravvivere a questa eutanasia programmata, l’unica via d’uscita è una rivoluzione totale dello sguardo: una nuova, immensa visione geopolitica e spirituale che sappia forgiare un’alleanza di ferro e di sangue con tutti i popoli sfruttati della Terra. Non capire questo passaggio cardinale significa firmare la condanna a morte della civiltà europea. La logica della trincea impone di riconoscere il vero fronte: la linea di demarcazione non divide più chi ha la pelle di un colore o di un altro, ma divide chi difende la dignità dell’uomo radicato nella sua terra e comprende la discendenza del sangue e chi serve l’usura apolide. I popoli d’Europa e i popoli depredati del Sud e dall’est del mondo si trovano oggi nello stesso identico braccio della morte: o sapranno unire le loro forze per spezzare il braccio armato del mercato globale, o saranno spazzati via singolarmente dalla storia. L’ora del compromesso è scaduta: la scelta è tra la complicità con il boia e l’alleanza dei risorti.
La Ricostruzione: Comunitarismo e Distributivismo
L’alternativa al feticcio della proprietà capitalista non è, e non sarà mai, l’abolizione cieca e iper-burocratese di stampo marxista. Quella via ha già dimostrato il suo fallimento storicizzato: togliere la proprietà ai singoli per consegnarla a un Moloch statale significa solo sostituire i consigli d’amministrazione delle multinazionali con le scrivanie grigie di una nuova oligarchia di partito. L’uomo rimarrebbe schiavo, privato di ogni difesa materiale e spirituale. La vera, rivoluzionaria risposta è il distributivismo. È qui che va ricordato, con orgoglio intransigente, che la vera Destra politica e sociale, quella che affonda le sue radici nel corporativismo, nella dottrina sociale e nel socialismo patriottico, rifiutando sia il materialismo liberale che quello comunista, ha sempre lottato per una giustizia sociale autentica, sincera e radicale. Una lotta millenaria che oggi va rilanciata senza complessi di inferiorità. Il sistema post-capitalista non deve annullare la proprietà, ma deve distruggerne il monopolio, garantendo la sua diffusione capillare affinché torni a essere ciò che la natura voleva: uno scudo di libertà, un baluardo di indipendenza della famiglia e della comunità contro l’oppressione dei mercati.
La visione distributivista si traduce in azioni geometriche e inflessibili che disintegrano il modello parassitario attuale:
La terra alle famiglie e alle comunità: Espropriazione immediata dei latifondi e delle enormi proprietà fondiarie dei fondi speculativi d’investimento. La terra torna a chi la coltiva, organizzata in cooperative agricole e consorzi comunitari radicati sul territorio, legando indissolubilmente la produzione alla geografia dell’anima.
I mezzi di produzione alle corporazioni: Le grandi industrie e le aziende strategiche escono dalla logica della borsa e dell’azionariato speculativo. Esse vengono pubblicizzate o co-gestite attraverso Corporazioni di Lavoratori, dove ogni operaio, tecnico e ingegnere è comproprietario dell’impresa, partecipando direttamente agli utili e alle decisioni strategiche. La fabbrica cessa di essere una galera e diventa una comunità.
La casa come diritto inviolabile: Divieto assoluto per le multinazionali e le banche di possedere parchi immobiliari ad uso residenziale per speculare sugli affitti. La proprietà dell’abitazione deve essere garantita a ogni nucleo familiare tramite un sistema di credito comunitario a tasso zero. Ogni famiglia ha il diritto sacrosanto di avere le proprie mura, primo nucleo della sovranità personale.
La ricostruzione materiale, l’abbattimento delle centrali dell’usura e la redistribuzione distributivista della ricchezza rimarrebbero formule vuote, gusci privi di vita, se non fossero animate da una profonda e radicale rivoluzione dello Spirito. L’errore fatale della modernità è stato credere che i problemi dell’uomo si risolvano solo sul piano della pancia e del portafoglio. Contro il materialismo imperante, noi affermiamo che va urgentemente ritrovato lo Spirito che trascende la vita materiale, quell’asse verticale che connette l’uomo all’Assoluto.
La nostra tradizione millenaria, piantata nelle fondamenta stesse dell’Europa, è una Tradizione Cristiana. Oggi questa eredità sacra è stata deliberatamente smarrita, sostituita dal deserto nichilista e dal vuoto pneumatico lasciato dall’ateismo di massa. In questo abisso spirituale, il sistema capitalista ha edificato la sua menzogna più subdola: la “società dei finti diritti”. Diritti atomizzati, capricci individuali elevati a legge, che non sono altro che la negazione assoluta di una vita fondata sull’Ordine Naturale. Al posto delle leggi di Dio e della Natura, la borghesia ha creato un’esistenza artificiale, capovolta, svuotata di ogni sacro timore, dove l’uomo è ridotto a un robot biologico senza radici, senza sesso definitivo, senza patria e senza cielo. Questo mondo materiale e consumista ha operato una vera e propria castrazione spirituale in Europa, svuotando la forza guerriera dei popoli europei. Popoli che per secoli, sotto il segno della Croce e della spada, hanno difeso, edificato e civilizzato il mondo con una cultura e una civiltà uniche e irripetibili, sono oggi ridotti a larve tremanti, anestetizzate dai farmaci, dai media e dall’ossessione del comfort. Se vogliamo spezzare le catene dell’usura, serve tornare a Dio. Il sacro deve tornare a essere il centro della vita pubblica e privata, perché solo un popolo che teme Dio non temerà mai alcun padrone umano.
In questa nuova architettura sociale e spirituale, l’economia viene brutalmente detronizzata: cessa di essere il fine e torna a essere il mezzo. Essa è rigidamente subordinata alla politica e alla morale divina e comunitaria. La produzione non deve rispondere al dogma demente della crescita infinita, dell’obsolescenza programmata e del consumismo alienante, che divora le risorse della Terra e distrugge l’equilibrio psicofisico dell’uomo al solo scopo di gonfiare i dividendi delle multinazionali e dei santuari finanziari di Wall Street o di Pechino. La produzione deve tararsi esclusivamente sui bisogni reali e biologici della comunità, valorizzando il lavoro manuale come ascesi e dignità, l’artigianato d’avanguardia, l’identità culturale e il legame organico con il territorio. Non vi sarà più spazio per i consumatori universali, interscambiabili e sradicati, ma solo per produttori liberi, radicati e fieri della propria specificità culturale e spirituale.
Contro il parassitismo usuraio del capitale, la risposta non è una sterile riforma economica, ma la disintegrazione radicale del suo modello antropologico. L’ibrido transumanista, l’homo economicus egoista e ateo deve morire affinché l’Uomo della Tradizione, l’uomo della fede e del dovere, possa finalmente rinascere. Solo l’asse d’acciaio, l’unione sacra e rivoluzionaria delle forze che oggi subiscono l’immenso peso dello sfruttamento globale come gli europei impoveriti nel corpo e nello spirito e i migranti sradicati dalle loro patrie potrà spezzare per sempre le catene dell’usura transnazionale. Solo allora, abbattuto il vitello d’oro della finanza globale e potremo celebrare la vittoria suprema, che è un atto di giustizia divina prima che umana: restituire a ogni uomo la sua terra, e a ogni terra il suo popolo.
Fabrizio Fratus

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