LE INTERVISTE TALEBANE. HERVE’ CAVALLERA
Qual era, secondo Lei, l’importanza e la visione di Giovanni Gentile, nel concetto di educazione? Come si collega questa visione alla formazione dell’uomo italiano e al senso di comunità nazionale?
Il concetto di educazione in Gentile è fondamentale. Non a caso la sua prima grande opera teoretica è il Sommario di pedagogia come scienza filosofica (2 voll., 1913-14). Contrapponendosi risolutamente alla cultura positivista dominante in Italia tra fine Ottocento e i primi del Novecento, Gentile ritiene che il ruolo dell’educazione non sia semplicemente quello della trasmissione di nozioni secondo metodologie precostituite, bensì quello della formazione della persona. Per questo la pedagogia non può che coincidere con la filosofia. Affinché questo sia possibile occorre che il maestro non sia un mero illustratore di precetti, ma deve coinvolgere attraverso il suo insegnamento gli allievi, suscitando il loro interesse e quindi invogliandoli a studiare. Quando Gentile afferma che la disciplina è l’etica del sapere intende per disciplina l’attenzione che si attua nella classe attraverso la lezione interessante dell’insegnante che, come avrebbe detto Giuseppe Lombardo-Radice, diventa un plasmatore d’anime. Non per nulla Gentile dice che l’unico castigo possibile nei confronti di un alunno negligente è quello di fargli capire che attraverso lo scarso studio si è collocato fuori del processo educativo della classe.
Naturalmente nella scuola elementare (che Gentile vuole affidata allo Stato e non ai Comuni) è maggiormente visibile il momento soggettivo dell’alunno, mentre nella secondaria prevale quello oggettivo (l’attenzione alle regole) e nell’università vi è la sintesi dei due momenti, come il filosofo cercherà di realizzare nella sua riforma della scuola. È evidente che la scuola – come la famiglia – costituisce una comunità di carattere morale e quindi è espressione della comunità nazionale. Nella fattispecie ogni comunità è legata alla propria nazione non in nome di un astratto nazionalismo, ma in quanto frutto di una tradizione che nella Penisola italiana è millenaria e che trova esito nella lingua italiana derivata dal latino e, politicamente, nella riunificazione nazionale col Risorgimento, una nazione che esiste in quanto comunità che si riconosce tale.
In che cosa consiste, nella sua essenza l’Attualismo gentiliano? Quali sono i suoi tratti distintivi rispetto all’idealismo hegeliano e al neoidealismo crociano, e perché rimane una chiave di lettura feconda per comprendere la contemporaneità?
L’Attualismo di Gentile rappresenta la massima espressione del processo di immanentizzazione, intendendo per immanentizzazione il superamento (e di conseguenza l’eliminazione) di ogni elemento accessorio e non necessario per lo sviluppo della conoscenza e, quindi, per il perseguimento della verità, la quale non è un dato a cui passivamente conformarsi, bensì il continuo riconoscersi dialetticamente nel proprio farsi. In questo l’Attualismo è una filosofia idealista in quanto identifica la realtà con il pensiero in atto, ma proprio per tale morivo non può ammettere predefinite distinzioni, come quella presente in Hegel tra logica, filosofia della natura e filosofia dello spirito. Ciò vale altresì nei confronti della “filosofia dei distinti” di Benedetto Croce che afferma una attività teoretica distinta da quella pratica. Inoltre nella teoretica Croce distingue tra la conoscenza del particolare (arte) e quella dell’universale (filosofia) e nella pratica distingue tra la volizione del particolare (economia) e la volizione dell’universale (etica).
Se la realtà è pensiero e pensiero in atto non vi possono essere, per Gentile, delle dimensioni o realtà a sé stanti. Il che non vuol dire che non esiste l’altro, ma l’altro esiste in quanto conosciuto, quindi in quanto parte del soggetto che lo pensa e quindi lo conosce. Per semplificare: non è che non esiste la distinzione, ma essa esiste nell’atto in cui è pensata e quindi unificata. Ad esempio, io posso pensare come fisicamente ero a diciotto anni, ma tale rappresentazione non esprime una dualità tra un io del passato e un io del presente, poiché essa è all’interno del mio pensiero che la pone. Si potrebbe pertanto dire che l’inconoscibile non esiste per sé stesso, ma è lo stesso processo in atto che sollecita sempre continui sviluppi.
Ed è un processo dialettico poiché l’affermazione del soggetto (che poi è il punto di vista estetico, cioè la visione del mondo alla luce del sentimento che lo coglie) viene di fatto superato dall’affermazione dell’oggetto (di cui è massima espressione la religione che concepisce la Divinità come totalmente altro dall’io), per poi rendersi conto (la sintesi, quindi la filosofia) che soggetto e oggetto non sono che momenti dello stesso pensiero in atto.
A questo punto mi pare opportuno rilevare che, all’interno di un discorso che può sembrare molto tecnico, si manifestano elementi estremamente concreti.
Innanzitutto l’arte come sentimento e quindi come visione della realtà quale concepita immediatamente dal soggetto, aspetto che spiega assai bene non solo la diversità delle varie opere d’arte, ma le differenti personalità dei vari artisti. Quindi la religione (come anche la scienza) come accettazione della datità e quindi come capacità di adattarsi e conformarsi alle norme. Due aspetti tra loro per sé stessi contrastanti, ma che trovano unità nel superamento all’interno della filosofia che è al tempo stesso accettazione e sviluppo, l’andare oltre conservando. Così se guardo la mia vita non posso che ripercorrere momenti tra loro diversi ma tutti collegati dalla realtà dell’io che non è, ma diviene, essendo io stesso un divenire.
Il che da un lato sembra ben corrispondere alla realtà del presente in cui il concetto di cambiamento, di trasformazione appare l’elemento caratterizzante, ma con un’avvertenza di non poco conto. Ciò che infatti sembra caratterizzare il nostro tempo sono lo sviluppo tecnologico e un indefinito individualismo che sembra legittimare ogni impulso legato al piacere purché non provochi danno ad altri. Si tratta, da tale punto di vista, di un divenire schizoide, da un lato connesso alla soddisfazione degli impulsi e dall’altro condizionato dalla artificialità dominante della tecnologia (si pensi all’intelligenza artificiale). Ed è, di conseguenza, un divenire acefalo, che si traduce nello sviluppo delle insoddisfazioni, delle violenze, dei punti vista fine a sé stessi.
Diversamente il divenire attualista è quello che continuamente si ricompone nell’unità, quindi postula la communitas sociale, la solidarietà e la consapevolezza che non delega a strumenti meccanici, che possono essere utili ma solo come strumenti ben diretti. Di qui la dimensione etica che pervade tutto il filosofare gentiliano e che la realtà del presente ha per i più smarrito.
Sotto tale profilo, il recupero dell’Attualismo è una scelta decisiva per un ristabilimento della coesione etica nel divenire, coesione necessaria per la sopravvivenza di una realtà umana che va in molti casi smarrendo gli elementi per una convivenza responsabile e serena.
Ci può parlare del testo Genesi e struttura della società, l’ultima opera di Gentile scritta nel difficile periodo del 1943 e pubblicata postuma nel 1946? Quali sono i suoi nodi teorici principali, in particolare al rapporto tra individuo, società e Stato, e all’idea di un “nuovo umanesimo del lavoro”?
In primo luogo è un riaffermare il carattere etico dell’Attualismo poiché la vera concretezza dell’individuo è l’universale, ossia il farsi universale, quindi la comunità, quindi il superamento della particolarità, quindi una volontà come volontà comune , cioè Stato in cui il diritto vale non in quanto imposto ma in quanto voluto, manifestazione della volontà di tutti. In questo senso il liberalismo come espressione della coesistenza di volontà particolari e tra loro anche antitetiche esplicita la disparità sociale e ad esso si contrappone, sempre per Gentile, lo Stato corporativo nel quale la volontà individuale è regolata in un sistema organico. Di qui non solo il carattere etico della politica, ma l’impossibilità di un’etica apolitica, ossia l’impossibilità di una moralità che non sia al tempo stesso un impegno civile. Ciò conduce ad un continuo processo di collaborazione umana, di cui ci si rende conto anche dal ricomporsi dei dissidi come storicamente accade ad ogni fine di un conflitto. Né questo solo. La vita solidale comporta, sempre per Gentile, l’affermazione dell’umanesimo del lavoro ossia del riconoscimento che l’uomo vale in quanto lavora e “secondo il suo lavoro qualitativamente e quantitativamente differenziato”. E nel suo operare, nella sua qualità di operare per gli altri e per se stesso risiede l’immortalità del soggetto che supera il proprio particolare.
Avviene in tal modo che Gentile sottolinea il valore dell’uomo quando egli si risolve nel compimento del proprio ruolo (di genitore, di lavoratore, di cittadino, ecc.) aprendo definitivamente ad una società senza classi, lontana sia dal materialistico collettivistico sovietico sia dall’individualistico capitalistico anglosassone. Non si tratta semplicemente di una “terza opzione”, ma dell’unico percorso percorribile da un soggetto che è insieme cittadino e lavoratore, in ambedue i casi parte essenziale di un sistema in cui si risolve e che al tempo stesso costruisce. Ben lontano quindi dalle contraddizioni e contrapposizioni di una realtà come quella del presente in cui la particolarità continua a rivendicare la sua negativa autonomia.
Da questo punto di vista Genesi e struttura della società mantiene tuttora tutto il suo fascino in quanto riesce a dare un senso non effimero all’operare dell’uomo che sa sacrificare, come Gentile scrive a conclusione del volume, il sé piccolo al sé grande,il reale che esiste “all’ideale che stimola e spoltrisce il reale”. La filosofia come conoscenza e insieme costruzione di un mondo migliore.
Paolo Guidone

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