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CRONACHE DAL PARLAMENTO. ENNESIMO SCHIAFFO AL POPOLO. ORA BASTA

La cronaca delle ultime ore alla Camera dei Deputati, con il governo finito sotto per un soffio in un voto segreto che ha affossato l’emendamento sulle preferenze, non è un semplice incidente di percorso. È lo specchio deformante di una classe politica che ha smarrito ogni bussola etica, trasformando il Parlamento da sede della rappresentanza democratica a bunker dove blindare, innanzitutto, le poltrone di chi sa di avere i giorni contati.​L’accordo tra i segretari di maggioranza, che prevedeva elezioni politiche anticipate ad aprile, appare oggi come una promessa scritta sulla sabbia. Per molti eletti di Lega e Forza Italia, il ritorno alle urne coincide con la fine della carriera politica. È matematico: con i sondaggi attuali e le nuove dinamiche interne, una parte consistente di questi parlamentari non troverà posto nelle prossime liste per essere rieletti.

​Cosa resta loro da fare? La strategia è palese e cinica: allungare i tempi. Ogni ostacolo posto all’iter dello Stabilicum, ogni emendamento strumentale, ogni “giochetto” procedurale serve a posticipare il voto fino al termine naturale della legislatura. Per loro, ogni giorno in più a Montecitorio o a Palazzo Madama è un giorno di stipendio, di privilegi e di immunità garantito. L’interesse del Paese, la necessità di dare un governo stabile all’Italia e il rispetto degli accordi presi con gli elettori passano in secondo piano rispetto alla mera autoconservazione.

​La verità, che emerge con violenza dai fatti di Montecitorio, è che il cittadino è stato ridotto a “utile stupido”. Siamo chiamati al voto con la promessa di una democrazia che dovrebbe rispecchiare la volontà popolare, ma che si rivela, nella pratica, un parlamentarismo autoreferenziale.

​Non c’è traccia di una democrazia comunitarista diretta, in cui il delegato risponde realmente alla propria base. Al contrario, viviamo in un sistema dove il potere è una rendita da difendere. I “franchi tiratori” che hanno affossato la riforma non sono eroi del dissenso, ma simboli di un trasformismo che antepone il “posto fisso” in Parlamento al bene comune. Quando il voto segreto diventa lo strumento per sabotare la propria stessa maggioranza, non siamo di fronte a dialettica politica, ma a una faida interna che ignora totalmente le attese di chi, fuori da quel palazzo, chiede risposte.

 

​L’opposizione chiede le dimissioni, il Governo balbetta di “riflessioni necessarie”, ma la realtà è che la maggioranza è ostaggio dei suoi stessi eletti cooptati che, temendo la fine del mandato, trascinano l’Italia in una paralisi istituzionale. La riforma elettorale, nelle mani di chi ha paura di perdere il seggio, diventa un campo minato.

​Il messaggio che arriva dal Palazzo è chiaro: la politica è diventata una professione per sé stessa, isolata dai bisogni reali e sorda al richiamo della legittimazione popolare. Finché il meccanismo parlamentare resterà uno scudo per interessi personali, il Paese sarà condannato a subire le tattiche di chi preferisce il proprio posto in aula al futuro dell’Italia.

Fabrizio Fratus

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