POPULISMO, NAZIONALISMO, COMUNITA’. UN’ AGENDA PER LA DESTRA CHE VUOLE CONTARE
Negli ultimi anni il dibattito storiografico e politologico ha prodotto contributi preziosi sui fenomeni che ridisegnano il paesaggio politico occidentale. Sul versante del populismo spicca il saggio di Giovanni Orsina Controrivoluzione. Una storia politica del nostro tempo (Marsilio), lucida anatomia di una stagione che non si lascia liquidare con le categorie consuete. Sul nazionalismo è invece da segnalare Nazione, nazionalismo e folklore. Italia e Germania dall’Ottocento ad oggi di Stefano Cavazza, opera che restituisce profondità storica a dinamiche spesso trattate con superficialità giornalistica.
Entrambi gli autori si pongono in postura critica rispetto al proprio oggetto d’indagine. Non importa: i loro contributi sono ugualmente utili, perché riconoscono ciò che molti analisti mainstream si rifiutano di ammettere — che le liberal-democrazie presentano criticità strutturali, e che populismo e nazionalismo non nascono dal nulla, ma da problemi reali e irrisolti.
La letteratura scientifica sul populismo — a partire dagli studi fondamentali di Yves Mény e Yves Surel — ha messo in luce un concetto di popolo che non è monolitico, ma triplice: popolo-sovrano, popolo-classe, popolo-nazione. Tre dimensioni che si intrecciano e si scontrano, e che nessuna forza politica può ignorare se vuole parlare davvero agli italiani.
Marco Tarchi, nel suo lavoro sul populismo italiano, aggiunge complessità ulteriore: la vicenda leghista — con le sue radici nel regionalismo padano, nella diffidenza verso lo Stato centralista, nella rivendicazione di identità locali — non è riducibile agli schemi generali. Su questo piano il testo di Stefano Bruno Galli Regionalismo e autonomia resta un riferimento imprescindibile per chiunque voglia capire come si articola l’identità politica nel Nord Italia.
Ciò che emerge da questo quadro composito è uno iato crescente tra élite e popoli. Non è un fenomeno episodico. Si manifesta in forme diverse — il momento populista-sovranista, l’opzione nazional-conservatrice, i movimenti antisistema — ma la radice è comune: una rappresentanza politica percepita come distante, inadeguata, subalterna a interessi estranei alla nazione.
Questo iato interroga noi comunitaristi con urgenza.
In seno al laboratorio politico-culturale di Rinascimento Nazionale si è sviluppata negli ultimi anni una risposta teorica a questa sfida. Il saggio di Fabrizio Fratus e Ilaria Biffarini La riscoperta comunitaria ha fornito le fondamenta concettuali di un’economia comunitarista che sta progressivamente attecchendo nel dibattito interno al think tank.
Di cosa si tratta, in sostanza?
Non di nostalgia. Non di protezionismo rudimentale. Non di anticapitalismo di maniera che mescola marxismo mal digerito con coloriture complottiste e reazioni puramente emotive.
L’economia comunitarista parte da un assunto semplice e radicale: l’economia globale non è naturalmente solidale con i popoli. Il turbo-capitalismo finanziario non è neutro — ha vincitori e ha vinti, e troppo spesso i vinti sono le comunità locali, le piccole imprese, i ceti medi produttivi, i territori che non interessano alla logica dei flussi finanziari globali.
Di fronte a questa realtà, la risposta non può essere né la resa liberista né il ribellismo sterile. Serve un progetto politico maturo — non meramente gestionale, non subalterno ai mercati, ma capace di rimettere al centro l’interesse nazionale declinato come bene comune delle comunità che compongono l’Italia.
Questa visione si radica in una tradizione intellettuale ricca e coerente: il distributismo di Chesterton e Belloc, la dottrina sociale della Chiesa, il pensiero comunitario di Etzioni e Sandel, la concezione aristotelica del bene comune. Non ideologia di importazione, ma cultura politica con radici profonde nell’humus europeo e cattolico.
La domanda di più Italia che emerge oggi non è un rigurgito otto-novecentesco. Non è sentimentalismo identitario fine a sé stesso. È la rivendicazione di una rappresentanza reale per la vera Italia dei popoli: quella dei piccoli imprenditori, degli artigiani, dei territori, delle comunità che producono, che resistono, che chiedono solo di non essere sacrificate sull’altare della globalizzazione anonima.
Una destra identitaria che voglia contare — e non limitarsi a protestare — non può rinunciare a questa dimensione economica. Non basta difendere i confini se si lascia campo libero al capitale finanziario di erodere dall’interno il tessuto sociale e produttivo della nazione.
L’economia comunitarista non è un optional per una destra matura. È il suo cuore pulsante.
Paolo Guidone

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