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L’escalation israelo-iraniana

Mentre il conflitto latente tra Israele e Iran continua a riaccendersi ciclicamente, il Medio Oriente torna ad essere teatro di manovre complesse e multilivello. Alle tensioni militari tradizionali si sommano oggi dinamiche diplomatiche inedite, che vedono protagonisti attori esterni come Donald Trump e Vladimir Putin, ciascuno con i propri interessi e le proprie strategie.

L’ultimo episodio di tensione si è consumato nei primi mesi del 2025, quando Israele ha lanciato l’operazione “Rising Lion”, una serie di attacchi chirurgici su obiettivi iraniani legati al programma nucleare e alle infrastrutture militari. L’Iran ha risposto con il lancio di missili balistici e droni, dando vita a un nuovo ciclo di azioni e ritorsioni. Israele persegue da anni una strategia di contenimento attivo della minaccia nucleare iraniana, che considera esistenziale. L’Iran, dal canto suo, continua ad alimentare la propria influenza regionale tramite il sostegno a milizie sciite in Libano, Siria, Yemen e Iraq, puntando a consolidare il proprio asse strategico anti-israeliano. Gli Stati Uniti, pur restando formalmente alleati di Israele, in questa fase non sono intervenuti militarmente, limitandosi a supportare l’intelligence israeliana e a mantenere una posizione di cauta sorveglianza. L’approccio di Trump si inserisce nella sua consueta logica negoziale: creare tavoli di trattativa paralleli, puntare su figure forti e pragmatismo personale più che su i tradizionali canali multilaterali. L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di arrivare a un’intesa che allenti la pressione sul dossier nucleare iraniano, assicurando nel contempo la sicurezza israeliana. Vladimir Putin si muove in Medio Oriente con una strategia ben consolidata: massimizzare il proprio peso diplomatico agendo da equilibratore tra attori in conflitto. La Russia mantiene forti legami politici e militari con Teheran, consolidati dal comune intervento in Siria, dalla cooperazione economica e dalla convergenza nel contrastare l’influenza occidentale nella regione. Allo stesso tempo, Mosca preserva un dialogo privilegiato con Israele, grazie ai meccanismi di deconfliction militare in Siria e agli importanti legami culturali e demografici con la diaspora russofona israeliana. Accettare il ruolo di mediatore rappresenterebbe per Putin l’opportunità di riaffermare il proprio status di potenza globale e di interlocutore imprescindibile negli equilibri internazionali, in un momento in cui la Russia è impegnata anche sul fronte ucraino e nel consolidamento dei propri rapporti con il blocco eurasiatico.

Se i due grandi protagonisti del confronto sono Israele e Iran, sullo sfondo si muovono con estrema cautela le monarchie sunnite del Golfo. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, pur condividendo le preoccupazioni israeliane sull’espansionismo iraniano, evitano accuratamente di esporsi direttamente. Dietro questa prudenza vi sono ragioni di ordine strategico ed economico:

Stabilità interna e riforme economiche: un conflitto regionale aperto comprometterebbe i piani di diversificazione e modernizzazione delle loro economie (Vision 2030 saudita in primis).

Affidabilità americana in discussione: la progressiva riduzione dell’impegno militare diretto degli USA nella regione ha spinto i paesi sunniti a privilegiare una politica di bilanciamento e di dialogo multipolare.

Timore di ritorsioni dirette iraniane, in grado di colpire infrastrutture energetiche e logistiche altamente vulnerabili.

Gli scenari futuri

Le prospettive restano altamente fluide. Sul piano diplomatico, l’iniziativa congiunta Trump-Putin potrebbe teoricamente aprire uno spazio negoziale inatteso, ma richiederebbe una disponibilità iraniana tutta da verificare, soprattutto se i colloqui avvenissero sotto l’egida indiretta di Washington. Sul piano militare, il rischio di una nuova escalation non può essere escluso. Israele resta determinato a impedire qualsiasi avanzamento del programma nucleare iraniano e potrebbe ricorrere nuovamente a operazioni preventive, soprattutto se percepisse segnali di stallo nei negoziati. Il lungo silenzio dei paesi sunniti potrebbe essere interrotto solo da uno scenario di crisi conclamata, che li costringerebbe a ridefinire il proprio posizionamento strategico nel complesso scacchiere regionale. Ancora una volta, il Medio Oriente si conferma laboratorio di crisi globali, crocevia di interessi divergenti e al tempo stesso campo di prova per le nuove architetture di potere multipolare in un mondo che sta cambiando.

 

Fabrizio Fratus

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