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REMIGRAZIONE? ECCO COSA NE PENSIAMO

Il dibattito sulla “remigrazione” scuote le piazze, ma rischia di diventare un vicolo cieco teorico se non viene analizzato con le lenti della realtà sociologica e dello Stato di diritto. Se da un lato il timore per la dissoluzione identitaria è legittimo, dall’altro le soluzioni proposte spesso ignorano le fondamenta stesse della civiltà giuridica in cui viviamo.

​Dobbiamo essere lucidi: l’Italia, come l’Europa intera, vive all’interno di un sistema giuridico nato con la Rivoluzione Francese. Questo modello di Stato ha sostituito i legami organici con il concetto di cittadinanza legale. In uno Stato di diritto, i diritti sono uguali per tutti i cittadini; pertanto, l’idea di una “remigrazione” forzata per chi è parte integrante del tessuto legale è un’impossibilità giuridica, oltre che logistica.

​Qualsiasi movimento di ritorno non può che basarsi sulla disponibilità individuale e su accordi di cooperazione. Pensare diversamente significa sognare il crollo dello Stato di diritto, un evento che porterebbe con sé il caos, non l’ordine visto che abbiamo perso tutti i legami che formano un sistema organico.

​La cosiddetta “Grande Sostituzione” non è un complotto esterno, ma il risultato di un suicidio demografico. È inutile puntare il dito contro l’altro quando le nostre culle sono vuote. La vera “sostituzione” avviene perché abbiamo smesso di generare vita e di tramandare tradizioni. Certamente questo è avvenuto anche per la società dei edonistica e dei consumi in cui viviamo.

​Se non invertiamo la rotta demografica interna, nessun muro sarà mai abbastanza alto. Tuttavia, questo processo è legato a doppio filo allo sviluppo globale: finché l’Africa sarà terra di sfruttamento e non di sviluppo autonomo, la pressione migratoria sarà un fenomeno fisico, inarrestabile come il flusso di una diga che cede. La destra deve pretendere la fine dello sfruttamento neocoloniale per permettere a ogni popolo di prosperare nella propria terra. Nazionalismo contro tradizioni, qui risiede il nodo centrale, spesso sollevato dalle riflessioni più profonde dell’area identitaria, ogni popolo ha il diritto sacrosanto di vivere secondo i propri usi, costumi e legami con la terra. Ma dobbiamo essere onesti con noi stessi: la Nazione moderna ha scardinato i nostri usi e costumi ben prima che arrivassero gli immigrati.

​Il nazionalismo ottocentesco e il centralismo statale hanno omologato le diversità locali, le tradizioni regionali e le radici spirituali in favore di una cultura di massa manipolabile. Abbiamo criticato l’altro per non integrarsi, mentre noi stessi avevamo già dimenticato chi eravamo, sacrificando l’identità sull’altare del consumo e del diritto positivo.

​I concetti di “Terra e Sangue” (Blut und Boden) appartengono alla dimensione profonda della Patria, quella terra dei padri che è un legame organico, quasi mistico. Ma questa dimensione non si concilia con la Nazione moderna, fatta di leggi fredde, burocrazia e governi eletti in un sistema dove le masse sono spesso manipolate da logiche di marketing politico.

​La Patria è un destino condiviso.

​La Nazione è un contratto legale.

​Pretendere che la Nazione (fatta di carte) risolva con la forza i problemi della Patria (fatta di spirito) è un errore concettuale. Il problema non sono gli immigrati che portano i loro costumi, ma noi che abbiamo trasformato i nostri in un “folclore” per turisti.

 

​La sfida dell’area identitaria non è alimentare utopie di deportazioni impossibili, ma promuovere una rivoluzione culturale e demografica. Bisogna restituire dignità alla famiglia e alla terra, smettendo di essere masse manipolate dai flussi mediatici e tornando a essere Popolo. Solo una Patria forte della propria identità può accogliere o rifiutare senza perdersi; una Nazione che è solo un insieme di codici e consumatori è destinata, per sua stessa natura, a essere sommersa.

Fabrizio Fratus

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