LA GUERRA FALLA TU
Per secoli, la guerra è stata percepita – nel bene e nel male – come un’estrema espressione di appartenenza, identità e sacrificio. I cittadini combattevano per la propria terra, per difendere la famiglia, per onorare il sovrano o Dio. Vi era, in queste scelte, una forma di coinvolgimento emotivo e spirituale che oggi appare scomparsa, lasciando spazio a un conflitto impersonale, asimmetrico e spesso privo di senso per chi lo subisce. Nel Medioevo, le guerre erano spesso locali: si combatteva per i confini del proprio feudo, per difendersi dalle incursioni o per affermare il potere del proprio signore. Con l’avvento dello Stato moderno, il conflitto armato assume un nuovo significato: con le guerre napoleoniche nasce (obbligatoriamente) l’esercito nazionale, composto da cittadini-soldati che combattono per la nazione. Anche quando si combatteva sotto una bandiera monarchica o religiosa – come nelle crociate o nelle guerre dell’Europa moderna – il soldato riconosceva, giusto o sbagliato che fosse, un valore più grande per cui rischiare la vita. La guerra era tragica, ma umanamente comprensibile: si guardava negli occhi il nemico, ci si confrontava nel corpo a corpo, e l’onore era una moneta ancora in circolazione.
Nel XXI secolo, tutto è cambiato. Le guerre moderne si combattono per interessi economici, geopolitici, ideologici che spesso sfuggono alla comprensione dei cittadini. Gli eserciti regolari si affiancano a contractors privati, gruppi paramilitari e droni guidati a distanza, da uomini che possono uccidere a migliaia di chilometri di distanza, come se giocassero a un videogioco. Nel 1999, durante la guerra del Kosovo, gli attacchi aerei della NATO furono i primi a essere gestiti in larga parte senza l’invio di truppe terrestri, segnando l’inizio della guerra “a distanza”. Da allora, il modello si è evoluto: in Afghanistan, in Iraq, in Siria e oggi in Ucraina o a Gaza, la guerra viene condotta con strumenti sempre più sofisticati, ma sempre più disumanizzanti. La guerra non chiede più partecipazione, ma accettazione passiva. I cittadini pagano il prezzo delle decisioni dei vertici politici, senza riceverne nulla in cambio se non disordine, povertà, propaganda e morte.
La tecnologia ha trasformato la guerra anche dal punto di vista psicologico: non si vede più il nemico, e dunque non lo si riconosce nemmeno come essere umano. I droni, le armi autonome, l’intelligenza artificiale militare rendono tutto più “efficiente”, ma anche più assurdo: si uccide senza Per secoli, la guerra è stata percepita – nel bene e nel male – come un’estrema espressione di appartenenza, identità e sacrificio. I cittadini combattevano per la propria terra, per difendere la famiglia, per onorare il sovrano o Dio. Vi era, in queste scelte, una forma di coinvolgimento emotivo e spirituale che oggi appare scomparsa, lasciando spazio a un conflitto impersonale, asimmetrico e spesso privo di senso per chi lo subisce. Nel Medioevo, le guerre erano spesso locali: si combatteva per i confini del proprio feudo, per difendersi dalle incursioni o per affermare il potere del proprio signore. Con l’avvento dello Stato moderno, il conflitto armato assume un nuovo significato: con le guerre napoleoniche nasce (obbligatoriamente) l’esercito nazionale, composto da cittadini-soldati che combattono per la nazione. Anche quando si combatteva sotto una bandiera monarchica o religiosa – come nelle crociate o nelle guerre dell’Europa moderna – il soldato riconosceva, giusto o sbagliato che fosse, un valore più grande per cui rischiare la vita. La guerra era tragica, ma umanamente comprensibile: si guardava negli occhi il nemico, ci si confrontava nel corpo a corpo, e l’onore era una moneta ancora in circolazione.
Nel XXI secolo, tutto è cambiato. Le guerre moderne si combattono per interessi economici, geopolitici, ideologici che spesso sfuggono alla comprensione dei cittadini. Gli eserciti regolari si affiancano a contractors privati, gruppi paramilitari e droni guidati a distanza, da uomini che possono uccidere a migliaia di chilometri di distanza, come se giocassero a un videogioco. Nel 1999, durante la guerra del Kosovo, gli attacchi aerei della NATO furono i primi a essere gestiti in larga parte senza l’invio di truppe terrestri, segnando l’inizio della guerra “a distanza”. Da allora, il modello si è evoluto: in Afghanistan, in Iraq, in Siria e oggi in Ucraina o a Gaza, la guerra viene condotta con strumenti sempre più sofisticati, ma sempre più disumanizzanti. La guerra non chiede più partecipazione, ma accettazione passiva. I cittadini pagano il prezzo delle decisioni dei vertici politici, senza riceverne nulla in cambio se non disordine, povertà, propaganda e morte.
La tecnologia ha trasformato la guerra anche dal punto di vista psicologico: non si vede più il nemico, e dunque non lo si riconosce nemmeno come essere umano. I droni, le armi autonome, l’intelligenza artificiale militare rendono tutto più “efficiente”, ma anche più assurdo: si uccide senza guardare, senza comprendere, senza sentire. Già durante la Guerra del Vietnam, lo storico Howard Zinn aveva denunciato la trasformazione della guerra in una macchina che alienava il soldato e annichiliva la popolazione civile. Oggi, quella tendenza è giunta all’estremo. La guerra è divenuta astratta, tanto che la popolazione spesso non sa nemmeno perché si combatta, chi siano i veri nemici, o quali siano gli obiettivi.
Se un tempo la guerra poteva apparire come una tragedia necessaria, oggi essa si rivela sempre più un male assurdo, privo di giustificazioni reali per i cittadini. Non esiste più il fronte; non c’è più l’onore, ma solo l’interesse di pochi ai danni di molti. La guerra odierna – che uccide con missili intelligenti ma lascia intere popolazioni nella miseria – è il segno di una civiltà che ha perso il senso del limite. Dobbiamo tornare a riflettere sul significato della guerra, non come strategia politica, ma come tragedia umana. Perché quando si combatte senza sapere perché, e si muore senza che nessuno se ne accorga, allora sì: la guerra è diventata assurda., senza comprendere, senza sentire. Già durante la Guerra del Vietnam, lo storico Howard Zinn aveva denunciato la trasformazione della guerra in una macchina che alienava il soldato e annichiliva la popolazione cile. Oggi, quella tendenza è giunta all’estremo. La guerra è divenuta astratta, tanto che la popolazione spesso non sa nemmeno perché si combatta, chi siano i veri nemici, o quali siano gli obiettivi.
Se un tempo la guerra poteva apparire come una tragedia necessaria, oggi essa si rivela sempre più un male assurdo, privo di giustificazioni reali per i cittadini. Non esiste più il fronte; non c’è più l’onore, ma solo l’interesse di pochi ai danni di molti. La guerra odierna – che uccide con missili intelligenti ma lascia intere popolazioni nella miseria – è il segno di una civiltà che ha perso il senso del limite. Dobbiamo tornare a riflettere sul significato della guerra, non come strategia politica, ma come tragedia umana. Perché quando si combatte senza sapere perché, e si muore senza che nessuno se ne accorga, allora sì: la guerra è diventata assurda.
Fabrizio Fratus

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