NON SOLO UCRAINA: LA VERA PARTITA SI GIOCA NEL SAHEL

Mentre il mondo guarda con apprensione a quanto avviene in Ucraina, il Sahel assume un’importanza geopolitica fondamentale, accresciuta anche dalla scarsa considerazione attribuita.

L’Africa occidentale è sicuramente un ottimo termometro della tumultuosa situazione: in Burkina Faso si è consumato il quarto colpo di stato in due anni e questo dimostra l’inappropriatezza delle misure messe in campo dalla Francia (due sono le operazioni: Takuba e Barkhane), da sempre paese di “riferimento” nell’area nonostante l’astio dimostrato dalla popolazione verso il ricordo coloniale.

Nella ricerca da parte di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, di possibili sponsor ed aiutanti capaci di fronteggiare la deriva jihadista, emerge con forza la Russia che, non a caso, ha accolto con favore la presa di potere di Ibrahim Traoré, mentre questa scelta è risultata invisa agli Usa, all’Europa e alla stessa Unione Africana.

La scelta da parte della Russia di “includere” l’Africa nei propri asset strategici è il risultato delle sanzioni poste dall’Occidente, ma sarebbe miope non notare come questa logica fosse già stata preventivamente decisa: il primo passo è stato compiuto nel 2015 quando è stato firmato dalla Russia un accordo con lo Zimbabwe mirante alla collaborazione e alla vendita di armi. Nel triennio successivo intese simili sono state firmate con altri paesi africani: Cameroon, Ciad, Eswatini (noto in passato come Swaziland o Ngwane), Etiopia, Ghana, Guinea, Niger, Nigeria, Mozambico, Rwanda, Sierra Leone, Sudan, Tanzania, Zambia. Particolare nota assume in questa “lista” il Mozambico in veste di neo partner commerciale italiano per l’approvvigionamento di gas allo scopo di ridimensionare le importazioni dalla Russia, sarebbe irrealistico pensare che un paese “abbandoni” una super potenza che ha “seminato” preventivamente per acquisire nuove alleanze in nome degli interessi di uno stato “smemorato” come l’Italia (il caso Afghanistan farà scuola per gli anni a venire).

Ovviamente l’ormai popolare gruppo Wagner ha giocato un ruolo decisivo perché reale braccio operativo pronto a garantire gli investimenti economici e diplomatici del Cremlino; dimostrazione di ciò è la bandiera russa sventolata nel corso delle manifestazioni in Burkina Faso, Mali e Repubblica Centrafricana. Il punto di forza di Mosca è sicuramente “gonfiare” i sentimenti anti coloniali così da oscurare la Francia e, allo stesso tempo, offrire un approccio maggiormente pragmatico a sostegno della lotta contro le infiltrazioni jihadiste.

Quest’ultima disamina è una plausibile spiegazione al fatto che presso i consigli dell’Onu la maggior parte degli stati africani non abbia assunto posizioni contro il conflitto in Ucraina. Linda Thomas Greenfield (ambasciatore Usa presso le Nazioni Unite) ha dichiarato: “piuttosto che essere un partner trasparente nell’aumentare il livello di sicurezza, la Wagner sfrutta gli stati clienti che pagano questi brutali servizi di sicurezza in oro, diamanti, legname e altre risorse naturali. Questo è parte del modello di business del gruppo”[1].

Sicuramente la Russia non è neofita nel tentativo di condizionare la presa del potere da parte di attori “amici” in Africa; è forse inedito quanto ipotizzato da fonti non ufficiali: Mosca avrebbe coordinato in modo attivo il colpo di stato in Burkina Faso.

Emerge con dirompenza, quindi, come il Sahel si stia trasformando in un nuovo scenario di guerre di potere tra Russia ed Occidente; ovviamente questa dinamica va a discapito della popolazione locale che si trova già impegnata con le rivendicazioni jihadiste. Proprio queste ultime potrebbero ottenere linfa vitale da tale status quo: per la propaganda sarebbe “eccezionale” poter dimostrare come gli attori internazionali si disinteressino dei cittadini di tali stati, ma che il focus sia in realtà un gioco di potere potenziato dallo sfruttamento di risorse; gli jihadisti avrebbero territorio “fertile” nella narrazione secondo cui sarebbero le uniche anime pie ambasciate dal futuro della povera gente.

La dimostrazione di quanto paventato potrebbe già essersi palesata, almeno in parte, in Mali: la Francia negli ultimi dieci anni ha messo a punto una missione contro il terrorismo che, dopo un timido successo iniziale, è rimasta bloccata dall’assenza di risorse per giungere alle finalità. Da tale situazione hanno quindi tratto vantaggio le cellule presenti nel nord del paese (Tuareg e gruppi affini/alleati ad Al Qaeda e Stato Islamico) che hanno quindi potuto ottenere simpatie dalla popolazione locale, una sorta di captatio benevolentiae in salsa jihadista.

A settembre, durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Abdoulaye Maiga, nominato ad agosto primo ministro ad interim dal colonnello Assaimi Goita (Presidente della giunta militare denominata “Comitato nazionale per la salvezza del popolo”, capo di Stato del Mali, subentrato a Ibrahim Boubacar Keita a seguito del colpo di stato del 18 agosto 2020 e dichiarato presidente del Mali il 24 maggio 2021 dopo un’altra deposizione coatta ai danni di Bah Ndaw) ha espresso parole favorevoli nei confronti della cooperazione tra Bamako e Mosca.

In concreto i problemi maliani e burkinabé legati all’insicurezza non sono certo risolti, l’incubo si concretizza quotidianamente, l’incognita risiede solo nel dilemma: Per mano di chi? Jihadisti, Wagner o Legion Etrangère?

Arianne Ghersi


[1]https://usun.usmission.gov/remarks-at-a-un-security-council-briefing-on-financing-of-armed-groups-and-terrorists-through-the-illicit-trafficking-of-natural-resources/?utm_campaign=wp_todays_worldview&utm_medium=email&utm_source=newsletter&wpisrc=nl_todayworld

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