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VENTI DI RIVOLTA GLOBALE. ECCO COSA STA SUCCEDENDO

Students burn garbage as they protest to demand more resources at school, in Lille, France, Thursday, Oct. 1, 2026. (AP Photo/Jean-Francois Badias) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

C’è un filo rosso che unisce i rubinetti da cui esce acqua torbida nelle periferie di Guadalajara, in Messico, ai picchetti dei portuali a Napoli; dalle proteste della massa di giovani precari nelle banlieue francesi e nelle piazze di Milano, fino alle marce contro la vendita dei territori nazionali nell’Argentina della deregulation sfrenata. Quel filo si chiama privatizzazione dell’esistenza.

​Mentre il racconto mediatico dominante riduce sistematicamente la tensione sociale a meri episodi di devianza giovanile, a scontri di piazza marginali o al vandalismo di pochi “disadattati”, la realtà sociologica racconta una storia del tutto diversa: assistiamo alla reazione disperata e globale di popolazioni allo stremo di fronte a un modello capitalistico che ha esaurito ogni funzione redistributiva ed è entrato nella sua fase più aggressiva e vorace.

 

​Ridurre una frattura d’epoca alla cronaca da talk-show focalizzando l’attenzione sull’auto della polizia danneggiata o sulla felpa rubata in centro, risponde a una precisa logica di potere: neutralizzare il significato politico delle rivolte. È la tecnica della colpevolizzazione del sintomo per nascondere la causa.

​Se si osserva il panorama complessivo senza le lenti deformanti del conformismo, il quadro appare nitido: pochi attori economico-finanziari continuano ad accumulare ricchezze senza precedenti storici, mentre la stragrande maggioranza della popolazione globale viene spinta verso l’impoverimento sistematico. Quando il costo della vita travalica la soglia della vivibilità, quando la casa diventa un bene di lusso inaccessibile per via della speculazione immobiliare, come accade in Spagna o nelle metropoli italiane, e persino l’acqua potabile viene trasformata in merce da cedere al miglior offerente privato multinazionale, la pace sociale cessa di essere una condizione naturale e diventa una finzione insostenibile.

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​Quello a cui assistiamo nel Sud del mondo non è distante da ciò che brucia nel cuore dell’Europa. In America Latina, dalle battaglie per la difesa delle risorse idriche e territoriali in Yucatán e Argentina fino alle piazze del Brasile e della Colombia, le comunità locali si battono contro l’esproprio definitivo della loro sovranità economica. È il libero mercato nella sua declinazione più feroce: la trasformazione del diritto alla vita in fattura mensile.

​In Europa, da Parigi a Milano, da Madrid a Bruxelles, la dinamica è speculare, sebbene declinata sulle forme dell’alienazione urbana. La crisi del modello sociale europeo ha disintegrato lo Stato sociale, sostituendolo con la flessibilità lavorativa, l’erosione dei salari reali e l’esternalizzazione dei servizi primari. I giovani, gli agricoltori schiacciati dalla grande distribuzione, i lavoratori della logistica e gli studenti non scendono in strada per un’improvvisa inclinazione al disordine: si mobilitano perché percepiscono che l’orizzonte del futuro è stato interamente cartolarizzato.

​In questo contesto, anche la violenza delle piazze e le forme anarchiche o radicali di protesta assunte dalle nuove generazioni vanno lette con gli strumenti della sociologia critica. Quando una società cancella le strutture comunitarie, il senso di appartenenza e la solidarietà di classe, la reazione al soprusi quotidiano non trova più i canali di mediazione tradizionali (partiti di massa, sindacati, corpi intermedi). Diventa un’esplosione molecolare, una rabbia viscerale e immediata.

​I giovani e le classi popolari si battono contro un sistema che richiede loro di essere consumatori perfetti, pur privandoli dei mezzi materiali per sopravvivere. È il paradosso di un’epoca in cui il capitale difende con idranti e repressione la proprietà dei beni privatizzati, lasciando le comunità a secco di diritti, di pane e di futuro.

​Far finta che tutto questo sia solo un problema di “ordine pubblico” o di “microcriminalità” significa essere ciechi di fronte al collasso della coesione sociale. Le proteste che attraversano il pianeta, dal Sud America alle metropoli europee, non sono un incidente di percorso: sono il ruggito di un’umanità che si rifiuta di farsi privatizzare finanche l’aria e l’acqua.

Fabrizio Fratus

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