SALVINI E IL CONGRESSO. IL RISCHIO DI UNA VITTORIA DI PIRRO
La mossa di Matteo Salvini potrebbe essere molto più rischiosa di quanto sembri. Convocare un congresso della Lega a fine ottobre, dopo mesi di tensioni interne e di discussioni sul futuro del partito, appare oggi come una prova di forza. Ma le prove di forza, in politica, hanno un problema: bisogna essere certi di poter controllare non soltanto il momento in cui si vince, ma soprattutto ciò che accade il giorno dopo. Salvini il congresso sicuramente lo vincerà. Non è questo il punto. La platea dei delegati sarà quella uscente e, come è stato osservato nelle ultime settimane, il segretario può contare su un apparato costruito negli anni e su una componente interna fortemente fedele alla sua leadership. Lo stesso Massimiliano Romeo ha lasciato intendere che non intende sfidarlo direttamente. Ma allora perché convocarlo proprio adesso? La risposta più semplice è anche quella più inquietante per il futuro della Lega: perché Salvini vuole arrivare alle prossime elezioni politiche con il partito sotto il proprio controllo. Il congresso può diventare, dunque, non tanto il luogo nel quale si decide la linea politica della Lega, quanto il luogo nel quale si definisce chi avrà il potere di decidere le candidature. Ed è qui che la vittoria congressuale rischia di trasformarsi nella sua possibile sconfitta politica. Perché una cosa è controllare un congresso, un’altra è controllare il consenso elettorale. La Lega, oggi, non è più quella che nel 2019 superava il 30 per cento alle Europee. I sondaggi più recenti la collocano intorno al 5 per cento: il 5,1 per cento nella rilevazione SWG del 5 ottobre e il 5,1 per cento anche nella rilevazione YouTrend di fine settembre. È un partito ancora pienamente rappresentato, ma con una forza elettorale enormemente ridimensionata rispetto alla stagione del consenso salviniano.
E qui emerge la vera contraddizione.
Se il congresso dovesse blindare ulteriormente Salvini e il suo gruppo dirigente, il segretario avrebbe certamente il controllo dell’apparato. Ma potrebbe contemporaneamente indebolire il rapporto con quella classe dirigente territoriale che rappresenta una parte essenziale della capacità elettorale della Lega nel Nord. Da una parte Salvini e il suo gruppo più fedele. Dall’altra un fronte, ancora politicamente composito, nel quale troviamo Luca Zaia, Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga e Massimiliano Romeo, con figure come Giancarlo Giorgetti che continuano a rappresentare un pezzo importante della storia e della cultura politica leghista. Non è ancora un fronte strutturato come alternativa a Salvini, ma sarebbe ingenuo ignorare che esiste una frattura. Gli stessi incontri tra il segretario e i governatori hanno certificato l’esistenza di una discussione sulla governance e sulla direzione futura del partito. Il problema, quindi, non è chi vincerà il congresso. Il problema è chi porterà voti alla Lega alle elezioni.
Perché se il congresso servisse a determinare una nuova gerarchia interna nella quale le candidature alle prossime politiche fossero costruite prevalentemente sulla fedeltà personale al segretario, il rischio sarebbe quello di creare una Lega formalmente compatta ma elettoralmente più debole. I governatori, infatti, non sono semplicemente dirigenti di partito. Sono amministratori che hanno costruito nel tempo un rapporto diretto con il proprio territorio. Fontana in Lombardia, Fedriga in Friuli-Venezia Giulia, Zaia in Veneto rappresentano una parte del patrimonio elettorale della Lega che non può essere sostituito semplicemente con una lista di fedelissimi.
E qui entra in gioco la nuova legge elettorale.
Il nuovo sistema approvato dal Senato prevede il superamento dei collegi uninominali e un modello a prevalente base proporzionale, con liste bloccate e soglia del 3 per cento. Questo significa che la partita delle candidature diventa ancora più importante: non ci sarà più, come nel sistema precedente, la possibilità di affidare una parte significativa della competizione elettorale alla forza personale del candidato nel collegio uninominale.
Il partito sceglierà le liste. E chi controlla le liste controlla una parte enorme del futuro parlamentare del movimento. È esattamente qui che la scelta congressuale di Salvini potrebbe diventare un boomerang. Perché immaginiamo lo scenario più semplice. Salvini vince il congresso. Il suo gruppo dirigente esce rafforzato. Le candidature vengono successivamente costruite privilegiando uomini e donne considerati affidabili dal segretario. I governatori e il fronte nordista non vengono formalmente espulsi, ma politicamente marginalizzati.
Che cosa accade allora?
Potrebbero accadere due cose.
La prima è una guerra fredda dentro la Lega. I governatori rimangono nel partito, ma fanno una campagna elettorale tiepida, limitata al proprio territorio, senza mettere a disposizione del simbolo nazionale tutta la loro capacità politica. La seconda è molto più pericolosa: la nascita di una proposta politica autonoma del Nord. Non necessariamente un nuovo partito immediatamente strutturato. Potrebbe bastare un’associazione, una rete territoriale, un manifesto politico capace di preparare il terreno. E non è un’ipotesi campata in aria: già oggi il fronte critico discute di una diversa articolazione territoriale del partito e della necessità di riportare al centro la questione settentrionale. Romeo, dal canto suo, ha chiarito di non voler partecipare alla sfida congressuale e ha scelto di proseguire il lavoro sul piano dell’associazione e del rilancio della questione del Nord. A quel punto la domanda diventerebbe inevitabile: quanto vale una Lega senza la piena mobilitazione dei suoi amministratori più forti?
Oggi la Lega è sopra il 3 per cento. Ma è proprio questa la questione. Il 5 per cento non è una fortezza. È una zona nella quale pochi punti possono trasformare un partito parlamentare in un partito marginale. Con un sistema proporzionale e una soglia del 3 per cento, infatti, il confine tra avere una rappresentanza significativa e rischiare una drastica riduzione dei parlamentari diventa molto concreto. E se una parte dell’elettorato leghista del Nord decidesse di non seguire più il simbolo nazionale, il problema non sarebbe soltanto la perdita di consenso: sarebbe la perdita di seggi. La politica italiana conosce bene questa dinamica. Un partito può essere organizzativamente forte e contemporaneamente elettoralmente debole. Può avere congressi controllati, delegati fedeli, dirigenti disciplinati e, alla fine, prendere meno voti. È la differenza tra il potere dentro un partito e il potere di un partito.
E qui si arriva al paradosso.
Salvini potrebbe vincere il congresso proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di non dividere ulteriormente la Lega. Potrebbe ottenere una leadership ancora più solida proprio mentre il partito avrebbe bisogno di recuperare consenso. Potrebbe blindare il gruppo dirigente proprio mentre avrebbe bisogno di allargare il proprio bacino elettorale. Il vero avversario di Salvini, dunque, non sarà necessariamente Zaia, Fontana, Fedriga o Romeo. Sarà il 3 per cento. Perché se la Lega dovesse scendere sotto quella soglia, si aprirebbe uno scenario politicamente devastante: un partito della coalizione di governo storico, rischierebbe di rimanere senza una rappresentanza parlamentare proporzionata al proprio ruolo politico. E contemporaneamente un’area moderata come quella rappresentata da Noi Moderati, oggi intorno all’1 per cento nei sondaggi, sarebbe ancora più lontana dall’accesso autonomo al Parlamento. Naturalmente oggi nessuno può prevedere che la Lega scenderà sotto il 3 per cento. Sarebbe una forzatura sostenerlo. Ma è altrettanto sbagliato considerare impossibile uno scenario nel quale una frattura interna, sommata a una nuova legge elettorale e a una competizione sempre più affollata nel centrodestra, produca una forte contrazione del consenso. Ed è proprio questo il punto che Salvini dovrebbe considerare.
Un congresso non si misura soltanto dal numero di mani alzate che confermano un segretario. Si misura dalla capacità di trasformare quella vittoria in voti alle elezioni. Se Salvini uscirà dal congresso di ottobre con una Lega più unita, più forte e capace di ricomporre il rapporto con il Nord, avrà vinto davvero. Se invece uscirà dal congresso con un partito formalmente blindato ma con Zaia, Fedriga, Fontana, Romeo e una parte significativa della classe dirigente settentrionale politicamente distante, potrebbe aver conquistato il partito perdendo progressivamente l’elettorato.
E questa sarebbe la vera ironia della vicenda.
Matteo Salvini potrebbe convocare il congresso per blindare la propria leadership e scoprire, il giorno delle elezioni, di aver blindato soprattutto se stesso. Perché in politica si può controllare un congresso. I voti, invece, non si controllano.
Fabrizio Fratus

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