LE INTERVISTE TALEBANE. STEFANO BRUNO GALLI
Il neopatriottismo è uno dei filoni su cui il nostro laboratorio politico-culturale lavora con più continuità. Il termine suona come un neologismo, ma indica una cosa precisa: ripensare l’idea di patria fuori dagli schemi ereditati dall’Ottocento e dal Novecento, ripartendo dalla dottrina federalista. In questo percorso “Il Talebano” ha contribuito al federalismo identitario, che trae ispirazione dal pensiero di Alain de Benoist.
Ne parliamo con Stefano Bruno Galli, docente di Storia delle dottrine e delle istituzioni politiche nell’Università di Milano, già assessore all’Autonomia e alla Cultura della Regione Lombardia e autore, tra gli altri, di Le radici del federalismo (2012), Émile Chanoux, Federalismo e autonomie (2014) e Regionalismo e autonomia (2024). Nella lettura di Galli l’Italia è un paese dal federalismo mancato e dal regionalismo tradito: una chiave che aiuta a spiegare più di una tensione nel centro-destra.
Il dibattito pubblico, però, resta superficiale, e a monte c’è un deficit di cultura politica: sul federalismo circolano confusioni ed equivoci a ogni livello. Un discorso neopatriottico richiede quindi la conoscenza della dottrina federalista e dei suoi autori italiani. Lasciando da parte le schermaglie sul regionalismo differenziato, resta una domanda: se vogliamo un’Italia dei popoli, fondata sul comunitarismo, a quale idea di Stato dobbiamo guardare? Il pensiero federalista che ripercorreremo con Galli porta i segni del contesto ottocentesco e novecentesco, ma senza conoscerlo non si riesce nemmeno a impostare il tema del regionalismo differenziato.
Caro Stefano, il Risorgimento fu una stagione particolarmente feconda per il pensiero federalista. Ce ne offri un quadro d’insieme?
Nella cultura politica pre-risorgimentale e risorgimentale, del resto come ai nostri giorni, si fa una gran confusione tra confederazione e federazione, tra federalismo e autonomia. È necessario fare pulizia e chiarezza. La confederazione è un accordo di politica estera fra Stati autonomi e indipendenti: lo furono gli Usa fino al 1787, lo fu la Svizzera fino al 1848, che ha un sentimento patriottico molto spinto. La federazione è un processo che parte dai soggetti territoriali periferici, titolari esclusivi della sovranità, che ne depositano delle porzioni nella federazione, costruendo così lo Stato. È questa la dinamica della federalizzazione, che porta alla nascita della statualità. Al contrario, l’autonomia parte da uno Stato già esistente, che detiene la sovranità e ne cede delle porzioni, secondo una “generosa” concessione unilaterale, una dinamica octroyèe, ai soggetti territoriali periferici. Se molto spinta, potrà arrivare in prossimità del federalismo, ma non è tecnicamente federalismo. Perché il federalismo dà vita allo Stato, l’autonomia ha bisogno dello Stato per essere tale.
Quindi?
Alla luce di tali considerazioni, si registra una prevalente visione confederale nei testi presentati al concorso bandito dall’amministrazione franco-lombarda nel 1796, momento in cui l’idea di Italia abbandona la letteratura ed entra nella sfera della prospettiva politica, vinto da Melchiorre Gioia però con un progetto unitario e centralista pre-mazziniano. Era naturale, e così sarebbe stato per tutto il processo risorgimentale, pensare all’Italia come a un processo confederativo, mettendo insieme i sette Stati preunitari con un accordo di politica estera. Solo così l’Italia avrebbe potuto percorrere una strada simile a quella degli Usa o della Svizzera, partendo dalla confederazione per arrivare alla federazione. Osservando il Risorgimento dal palcoscenico privilegiato del nostro presente, solo Carlo Cattaneo, mente di un livello superiore, repubblicano e democratico, e Giuseppe Ferrari, che pensava al nuovo ordine politico da una prospettiva radical-socialista, erano veri federalisti. Tutti gli altri, da Montanelli a Gioberti, da Calà Ulloa a Minghetti, da Jacini a Rosmini, erano dei semplici e tiepidi regionalisti o autonomisti. Comparse.
D. Nel Novecento il federalismo italiano trova sviluppi rilevanti nei pensatori valdostani, legati al federalismo integrale. Di che cosa si tratta?
Tra la fine del secolo decimonono, per dirla alla Croce, e l’inizio del Novecento, federalista è Ciccotti, non lo è Alberto Mario, federalista è Salvemini, non lo è don Sturzo, che pure si autodefiniva un “federalista impenitente”. L’esperienza storica della cultura politica valdostana affonda le proprie radici nella vicenda editoriale, negli anni Trenta, della rivista “Ordre nouveau”, epicentro teorico del federalismo personalista e integrale, con Marc e Rougemont. A questo modello di federalismo è in qualche modo ispirata la Carta di Chivasso del 19 dicembre 1943, una gemma di cultura europeista e identitaria dell’intero arco alpino. Eppoi c’è la limpidissima figura di Émile Chanoux, che fu il primo a dividere con chiarezza Stato nazionale e Stato federale su un livello, centralismo e decentramento politico e amministrativo su un altro livello. Il suo testo Federalismo e autonomia, che ho ripubblicato una dozzina di anni fa, è una notevolissima elaborazione dal punto di vista teorico e dottrinario. E ha consentito alla Vallèe di porsi ai confini del federalismo, rispetto alla Repubblica nata il 2 giugno 1946, esattamente come la Sicilia e la Sardegna, Trento e Bolzano eppoi il Friuli-Venezia Giulia nel 1963, unite allo Stato centrale da un rapporto di natura contrattuale e pattizia.
Accanto al federalismo nordista di Gianfranco Miglio, possiamo parlare di un federalismo meridionalista riconducibile a Gaetano Salvemini?
Assolutamente sì. Salvemini era un vero federalista, grande ammiratore di Carlo Cattaneo. Per risolvere la Questione meridionale voleva una vera e propria costituzione federale per il Sud. Se volessimo contare i “veri” federalisti nella cultura politica italiana tra Otto e Novecento, basterebbero poche dita: Cattaneo, Ferrari, Ciccotti, Salvemini, Trentin, Lussu, Olivetti, Miglio. È il progetto di un libro che ho in mente da qualche anno. Tutti gli altri, semplici comparse. A proposito dell’annacquato regionalismo di ispirazione sturziana uscito dall’Assemblea costituente, Lussu aveva commentato che anche il suo gatto apparteneva alla famiglia dei leoni, intendendo il gatto come il regionalismo del ’48 e il leone come il vero federalismo. Aveva ragione da vendere.
Paolo Guidone

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