BEATA GIOVENTÙ

Le feste natalizie sono ben alle spalle, eppure, tendendo l’orecchio, ancora si odono le catene dei tanti Jacob Marley che da Nord a Sud strisciano lungo lo stivale, cigolando e tintinnando nelle sorde orecchie di coloro che si rifiutano di ascoltare le profetiche parole di quel grigio brandello di anima.

Non c’è spazio per i consigli di un amico passato, in questa solita Italia, fedele alle sue vecchie abitudini, obbediente ai suoi dogmi, ma, sopra ogni cosa, devota al suo miope egoismo.

Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, ebbe a dire il principe nato dalle tracce d’inchiostro di Tomasi di Lampedusa e ancora oggi tale assioma è quanto mai attuale.

In effetti, il Leitmotiv del Bel Paese, ancora come sempre, è quello di tirare a campare “alla bell’e meglio”: un colpo alla cerchio e uno alla botte, uno all’Europa e uno alla popolazione, uno alle pensioni e uno ai disoccupati, uno al Nord e uno al Sud, incessantemente oscillando tra gli opposti poli dei ce lo chiede Bruxelles e a breve ci saranno le elezioni. Una nazione “cerchiobottaista”, direbbero alcuni, previo placet della Crusca.

Perché, si sa, il Principe deve essere simulatore e gran dissimulatore, soprattutto quando si tratta della tanto ambita cadrega.

Ed ecco, quindi, che i proiettori della grande sceneggiata illuminano, notte e dì, la querelle sulle virgole di paginette che dovrebbero permettere di governare una nazione intera, oppure volgono l’attenzione sull’arresto di un ergastolano – con tanto di alte discussioni intellettuali di contorno – o ancora tentano di tratteggiare luci e ombre sulle ONG che circondano le coste nostrane, e relative assurde richieste di risarcimento danni.

Mesdames et messieurs, faites vos jeux.

Degne dei migliori pivot giolittiani, le colorate (e colorite) lobby nostrane sono ben attente a curare gli interessi degli elettori attraverso reboanti proclami da strilloni, naturalmente social, perché ormai le rivoluzioni iniziano con un hashtag, Ucraina docet.

Poco importa se siamo un paese per vecchi, dove contano solamente le pensioni.

Poco importa se siamo un paese di sfaccendati, dove viene premiato chi percepisce total black.

Poco importa se in un anno quasi 28mila laureati – in aumento – chiudono le valigie verso più competitivi lidi, tanto noi teniamo o’ sole e o’ mare.

Messi in saccoccia i risultati elettorali, con un #refresh si cancella tutto quanto, naturalmente, poiché fare davvero qualcosa di davvero rivoluzionario forse costa troppi voti.

Capita così che il futuro si allontani sempre più da quei ragazzi che hanno investito e continuano ad investire nella loro formazione, molto utili come portabandiera alle manifestazioni, ma tanto ingombranti quando si tratta di accesso nel mondo del lavoro, di professioni, di retribuzione, di equità lavorativa.

Capita così che i trent’anni altro non siano che l’età della disillusione, perché la realtà non è esattamente quella che si vede dalla Sala del Transatlantico.

Capita così che vecchie cariatidi tengono in scacco la punta di diamante di una nazione ormai allo sbando, solamente per tutelare la propria paghetta mensile.

Capita così che un immenso senso di disagio e rabbia permeano quei giovani sognatori a cui è precluso arrivare serenamente a fine mese, perché ci sono sempre altre “priorità”.

Capita così che futuri professionisti, motivati lavoratori, siano ancora qui a chiedersi se valga la pena sudare così tanto per un nulla di fatto. Forse sarebbe meglio fare il mestiere più antico del mondo e mettersi a gridare nel Foro, preso atto che per certe cose non servono i titoli giustamente imprescindibili per altre.

Chi vusa püsé la vaca l’è sua, e gli altri stanno a guardare.

Ai posteri l’ardua sentenza, anche se, senza scomodare i nostri figli, le stime occupazionali e di PIL tanto richiamate da chicchessia già dimostrano a che punto sia ormai giunto il naufragio della nostra nave sanza nocchier in gran tempesta.

Ovviamente, niente nuove da chi decide a tavolino il futuro delle nuove generazioni (buone nuove?), perché in questa Italia da operetta i partecipanti ai reality valgono più di un laureato.

Beata gioventù, che, ormai per inerzia, una volta ancora getta la sua sfida alle stelle.

A voi i talk show, a noi il romantico sentire della decadenza incipiente.

 

Andrea Tomasini

 

 

 

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