Pugni & Fagioli: quando la scazzottata non era ancora il Male Assoluto

Con Bud Spencer se ne va l'ultimo barlume di virilità del nostro Paese

Con Bud Spencer se ne va l’ultimo barlume di virilità del nostro Paese. Finisce ufficialmente il tempo delle sane scazzottate: quelle genuine, da strada, senza rancore, che finivano a fagioli e vino, magari in compagnia di quello con cui avevi fatto a botte un secondo prima.

Oggi sui social è tutto un ricordarlo con lacrimucce ed estratti delle risse che allettavano le serate davanti alla tv della nostra infanzia, in compagnia di nonni e genitori. Non c’è stato bambino che non si sia sbellicato dalle risate a vedere il fenomenale pugno in testa che Bud Spencer tirava al cattivo, mentre Terence Hill se la gongolava perchè poteva combinare quanti casini voleva, che tanto poi aveva l’amico grosso che gli copriva le spalle.

Non c’è stato bambino che non si sia sbellicato dalle risate a vedere quelle risse e non c’è stato papà/nonno che non gli abbia impedito di gustarsele tacciandole di violenza. E non c’è stato bambino che una volta diventato adulto sia finito delinquente per colpa dei film di Bud Spencer. Perchè quei film erano educativi. Insegnavano l’umanità delle “cattive maniere”, degli uomini che si fronteggiavano da uomini con un sottofondo di rispetto come regola del gioco. Un po’ come le risse al parchetto durante le partitelle o quelle alle panchine per difendere l’onore di una ragazza (o tuo, nell’ambito di una questione di ragazze). Le abbiamo prese e le abbiamo date e a pensarci adesso ci facciamo due risate.

Ci facciamo due risate soprattutto a pensare che adesso le scazzottate non si possono fare più. La società non lo permette. La società le censura. La società urla allo scandalo per il padre che tira uno schiaffo al figlio (ah! quanti ne ho presi e ah! quanto mi sono serviti) o per la maestra che sgrida l’alunno. Nel primo caso subito scattano i servizi sociali, nel secondo caso subito scattano i genitori. La società di oggi è tutta un telefono azzurro, tutta una retorica dell’antiviolenza che – ovviamente – è diventata business. E’ fashion. Eppure su tv e media in generale è tutto un fiorire di violenza e anche della più raccapricciante. Il perchè, lo spiegava bene Massimo Fini (che non a caso ha scritto ‘L’elogio della guerra’) già nel lontano 1992, sulle colonne de L’Europeo:

Lo Stato moderno ha monopolizzato la violenza, espropriandone il singolo. Però per un certo periodo lo Stato ha dato uno sfogo legittimante alla violenza dei singoli attraverso il nazionalismo e la guerra. Oggi, in epoca atomica, la guerra è diventata il tabù dei tabù. L’aggressività e la violenza individuali non trovano quindi più uno sfogo legittimo nè all’esterno, nè all’interno della società. Il risultato di questo «verbot» assoluto alla violenza è stato uno straordinario accumulo di aggressività insoddisfatta e quindi la crescita della più violenta società che si sia mai data: la nostra.

L’antiviolenza come metodo di neutralizzazione dell’individuo, dunque. Devirilizzare l’uomo per reprimergli ogni istinto vitale, a partire dalla sana scazzottata, chiudendolo in una gabbia di repressioni che lo conduce a due fini estreme: accettazione lo status passivo e dunque assopirsi o non accettarlo e dunque impazzire. Da una parte la violenta apoteosi della non violenza; dall’altra la violenta apoteosi della violenza, che porta ad atroce autodistruzione (vedi l’incremento dei suicidi) o ad atroce distruzione degli altri (vedi l’incremento degli omicidi efferati).

Benvenuti nell’era dei devirilizzati, dove non c’è più posto per Bud Spencer & Terence Hill ma dove scannare il vicino di casa come un capretto è diventato una moda.

Vincenzo Sofo

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