Tolkien e il Signore degli Anelli: dietrologie

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Di libri del filone cosiddetto “fantasy” non ne ho letti molti: la realtà era abbastanza avventurosa – o provvedevo da solo a complicarmi le cose – e l’ambientazione in un mondo manicheo, in cui magia ed onore determinano le sorti della vicenda, mi sembrava un po’ una vigliaccata.

Tuttavia, quand’ero in prima media e non ero ancora un detrattore del genere,  uscì nelle sale la trasposizione cinematografica del masterpiece di Tolkien; così, assieme ai miei compagni di gregge, ne ho comprai e lessi la trilogia principale, allora edita da Bompiani nella traduzione della Vittoria Alliata di Villafranca e a cura di Quirino Principe (a lungo Iddio ne preservi la mente e la penna). La lessi tutta d’un fiato.

Ammetto che la storia lasciasse molto a desiderare e che la stessa lettura mi annoiasse a morte: una pletora di sequenze descrittive, a fronte di qualche narrazione di battaglia e un paio di dialoghi (rigorosamente presentazioni del personaggio di turno e del proprio albero genealogico). Tuttavia, percepivo un quid che ogni giorno, di ritorno da scuola, mi portava a sdraiarmi nell’intimità della cameretta e riprenderne la lettura; convinzione, questa, che mi accomunava a una sidelata di imbecilli che si vestivano (e si vestono) da cretini e che andavano ad apposite fiere in cui potevano vantarsi della verosimiglianza della propria pelliccia sintetica nel riprodurre la pelle d’orso indossata da Re degli Gnomi.

A capire cosa fosse questo quid sono arrivato solo dopo anni (al liceo) quando mi sono casualmente imbattuto in un articolo scritto dall’autore della trilogia. Già, perché mantenevo un vivo ricordo dei film, un vago ricordo dei libri, ma mi ero completamente dimenticato di John Ronald Reuel Tolkien, filologo e docente a Leeds e Oxford.

Negli anni Trenta, Tolkien era un fiero simpatizzante dell’esperanto di Zamenhof, lodandone la semplicità, l’eufonia e “la bellezza dei dettagli”; tuttavia, successivamente, manifestò delle perplessità, legate alla progressiva perdita di tutti quegli elementi che avevano avvicinato questa lingua al Bello a vantaggio, invece, di una sua maggiore funzionalità e diffusione, definendo, infine,  l’esperanto “un prodotto di fabbrica” e una lingua “fatta per le macchine”. Così, decise di osservarne l’evoluzione e di cercare di comprenderne i fattori di crescita e fallimento. Il risultato fu inaspettato: l’esperanto si sarebbe gradualmente spento, poiché alla sua base mancava una mitologia.

Da lì l’idea di creare un ciclo epico e mitologico al solo scopo di fare da supporto a una lingua artificiale: così nacque la saga del Signore degli Anelli, un epos in cui la vicenda narrativa è solo una trappola per ragazzini, qual ero io, e deficienti col gusto del travestimento, ma in cui la vera ricchezza sta nelle lingue, dozzine, con ceppi comuni, con diffusioni accuratamente simulate, con dialetti, varianti, influenze dal finlandese e dal greco e altre amenità filologiche che farebbero la gioia di ogni glossopoieta.

Torna istintivamente alla memoria l’ultimo capitolo del Trattato del Ribelle di Jünger, per cui:

La lingua non vive di leggi proprie, perché altrimenti i grammatici sarebbero i signori del mondo. Nel profondo delle origini il Verbo non è più né forma né chiave. Diventa identico all’essere. Diventa potere creatore. Lì è la sua forza, immensa e impossibile da monetizzare. Qui possono darsi soltanto approssimazioni. La lingua tesse la sua opera intorno al silenzio, come l’oasi si stende intorno alla sorgente. E la poesia conferma che l’uomo è potuto penetrare nei giardini fuori dal tempo. Di questo, poi, il tempo vivrà.

Perfino in epoche in cui è decaduta a semplice strumento di tecnici e burocrati, perfino quando per simulare una qualche freschezza prende a prestito le forme del gergo, la lingua rimane indefettibile nel suo immoto potere. Il grigio, la polvere, coprono solo la sua superficie. Chi scava più a fondo, in ogni deserto, tocca lo strato da cui sgorga la fonte. E con l’acqua che zampilla riaffiora nuova fecondità.

Ah, se nel frattempo non sono cambiate le cose, la lingua artificiale più parlata al mondo è il klingon di Star Trek: ha alla base una solida “mitologia”, della cui distribuzione nel circuito televisivo ha beneficiato anche la diffusione della lingua.

Evidentemente, il buon Tolkien ci aveva visto bene.

Walter Quadrini

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5 Commenti su Tolkien e il Signore degli Anelli: dietrologie

  1. Prima di pontificare su Tolkien e la sua opera realizzata ( e non terminata ) in decenni, bisognerebbe lasciare a casa superficialità e ignoranza. Leggendo l’articolo si ha il dubbio, se non la certezza, che dell’ Opera di Tolkien ( di cui Il Signore degli Anelli è solo una parte, quella che riscontrò più successo ) si sia letto e approfondito poco o niente. Solo così si spiega l’imbarazzante discrepanza tra la tesi proposta e la realtà dei fatti. Che Tolkien fino agli anni 30 sia stato studioso, critico e sostenitore del movimento esperantista, pare sia fatto assodato. Ma che l’Opera realizzata sia stata di supporto a tale movimento, è in palese contraddizione con la natura dell’ Opera stessa.
    Una saga fortemente identitaria, fondata sul connubio tra Sangue e Spirito, con protagonisti legati visceralmente alla propria Razza, all’orgoglio di appartenervi e alla volontà di compierne il Destino, dove nasconderebbe messaggi espliciti o anche solo subliminali a sostegno dell’ internazionalismo artificiale esperantista? Tolkien aveva una passione smodata ( da lui stesso definita “vizio” ) per le lingue che lui stesso creava attingendo dalle più svariate fonti, in parte legate alla mitologia nordica: ne ha create parecchie, alcune legandole alla storia di popoli fantastici, di cui esalta Storia, Cultura e Tradizioni. Se il piano fosse stato supportare la diffusione dell’ esperanto, perché creare così tante lingue anziché una? E soprattutto, dato che l’albero si riconosce dai frutti, constatato che l’ Opera ha avuto una notevole diffusione (tutt’ora in corso perché rilanciata dalle trasposizioni cinematografiche ), come mai continua a riscuotere successo per tutt’altri motivi che quelli legati alla creazione artificiale di lingue internazionali, di cui non frega niente a nessuno? Ciò che è certo è che decenni Tolkien è al centro di conferenze, letture e approfondimenti da parte di numerose persone mosse da sani principi, tutt’altro che artificiali e internazionalisti. Buon proseguimento

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  2. non è del tutto corretto dire che Tolkien scrisse le sue storie solo per fare da supporto a lingue inventate. Anzi le lingue entrano totalmente in un sistema organico con il mondo immaginato dall’autore, che non è un mondo diverso, ma questa stessa terra in un’altra epoca, molto precedente al più antico dei nostri miti, per così dire. comunque è vero, quel “quid” in Tolkien c’è ed è ciò che fa sì che valga veramente la pena di leggere le opere di questo autore.

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  3. Ma davvero qualcuno è convinto che l’intento dell’opera non accademica di Tolkien (eccetto forse le Lettere di Babbo Natale) fosse diversa dalla creazione di un universo linguistico parallelo? Ovviamente c’è un legame intrinseco e fortissimo tra lingua e mito, tanto che JRRT, da buon genio qual era, li ha sviluppati entrambi, in un connubio che ancor oggi ha del meraviglioso.
    Insomma, “le radici profonde non gelano”: una lingua senza mito sarebbe vissuta e avrebbe agonizzato come l’esperanto, un mito senza lingua sarebbe stato un qualsiasi bestseller alla George Martin…

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