FARE FIGLI È TROPPO IMPEGNATIVO. ECCO COME IL NOSTRO EGOISMO HA UCCISO QUESTO POPOLO
Per anni ci siamo raccontati che il calo delle nascite fosse soprattutto un problema economico. Stipendi bassi, case costose, precarietà lavorativa. Tutto vero. Ma non basta più per spiegare ciò che sta accadendo nelle società occidentali. Perché il crollo demografico è prima di tutto un fatto culturale e psicologico. È il riflesso di una società che ha progressivamente smarrito il senso della continuità, della responsabilità e del sacrificio.
Nella società liquida descritta da Zygmunt Bauman, ogni scelta deve restare reversibile. Nulla deve vincolare troppo a lungo: né il lavoro, né le relazioni, né i luoghi, né tantomeno la genitorialità. Un figlio, invece, è l’opposto della liquidità. È definitivo. Impone presenza, rinunce, stabilità emotiva. Chiede di smettere di essere il centro assoluto della propria esistenza.
Ed è qui che nasce il vero conflitto contemporaneo. La società moderna celebra l’individuo, i suoi desideri, il benessere personale, la libertà assoluta. Ci educa a inseguire continuamente esperienze, autorealizzazione, piaceri immediati, crescita personale. A quarant’anni molti vivono ancora come adolescenti: stessi bisogni di libertà, stessa paura di rinunciare a sé stessi, stessa difficoltà ad assumersi responsabilità definitive. Cambiano gli stipendi, non sempre la maturità.
Fare un figlio significa invece accettare una rivoluzione radicale: dormire meno, spendere di più, avere meno tempo, meno spontaneità, meno egoismo. Significa capire che la propria vita non ruota più soltanto attorno ai propri desideri. E una cultura fondata sull’io fatica enormemente ad accettarlo.
Per questo oggi molti non rifiutano i figli apertamente. Li rimandano. Sempre più avanti. Prima bisogna “sistemarsi”, poi viaggiare, poi trovare equilibrio, poi sentirsi pronti psicologicamente. Ma la verità è che spesso non ci si sente pronti mai. Perché una società che elimina ogni allenamento alla responsabilità produce inevitabilmente adulti fragili davanti all’idea del sacrificio.
Così il primo figlio arriva tardi, quando arriva. E il tempo biologico, sociale ed energetico si restringe. A quel punto il secondo figlio diventa complicato: mancano le forze, manca il tempo, spesso manca anche il coraggio di ricominciare tutto da capo. Nascono quindi famiglie con un solo bambino, oppure nessuno. E questo modifica profondamente l’intera struttura sociale.
Il figlio unico rischia di crescere in un mondo sempre più privo di fratellanza concreta, di condivisione quotidiana, di educazione spontanea al limite e al confronto. Le famiglie diventano nuclei sempre più piccoli, fragili e isolati. Intanto la popolazione invecchia, il peso sociale ed economico si sposta sugli anziani e le nuove generazioni si assottigliano sempre di più.
Ma il punto più profondo è forse un altro: una società che non fa figli è spesso una società che fatica a credere nel futuro. I figli sono il futuro. Mettere al mondo un bambino è un atto di fiducia. Significa pensare che domani abbia ancora senso. Che esista qualcosa che meriti di continuare oltre noi stessi. Quando invece prevalgono paura, individualismo e disillusione, il futuro smette di essere una promessa e diventa solo un’incertezza da evitare.
Naturalmente non si tratta di colpevolizzare chi non ha figli. Esistono storie personali, sofferenze, impossibilità economiche o biologiche che meritano rispetto assoluto. Ma negare la dimensione culturale del problema significa non comprendere il cuore della questione.
Il calo demografico non nasce solo dai salari bassi. Nasce da una società che ha trasformato la libertà in rifiuto del legame, il benessere in priorità assoluta dell’io, la giovinezza eterna in incapacità di crescere davvero.
Perché diventare genitori non è un’esperienza comoda.
È una scelta profondamente adulta.
E forse il problema del nostro tempo non è che manchino i mezzi per fare figli.
È che manca sempre più la disponibilità interiore a smettere di vivere soltanto per sé stessi.
Fabrizio Fratus

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