CARI IDENTITARI, BASTA LAMENTARSI SUI SOCIAL. BISOGNA AGIRE E SPORCARSI LE MANI
Negli ultimi tempi, un mormorio di scontento attraversa le piazze digitali e i circoli della destra italiana. L’accusa rivolta ai vertici di Fratelli d’Italia e dei circoli a loro collegati è quasi sempre la stessa: “Non rappresentate più il mondo da cui provenite”. È una critica che profuma di tradimento, ma che spesso manca di una prospettiva storica e di un’onesta autocritica.
Per capire perché il presente appaia così distante dalle radici, bisogna smettere di guardare solo ai palazzi del potere e iniziare a osservare ciò che è rimasto, o meglio, ciò che è sparito, nel campo identitario.
La prima, ineludibile realtà è di natura cronologica. Il mondo è cambiato radicalmente negli ultimi cinquant’anni, subendo una accelerazione brutale negli ultimi venti. Pretendere che un partito di governo nel 2026 risponda alle dinamiche antropologiche e sociali del secolo scorso è un esercizio di nostalgia, non di politica. La globalizzazione, la rivoluzione digitale e il mutamento dei blocchi geopolitici hanno imposto nuove priorità. La politica identitaria, se vuole sopravvivere, deve tradursi in azione amministrativa, il che comporta inevitabilmente una mediazione che i “puristi” vivono come un compromesso al ribasso.
La politica del “disimpegno”: chi abbandona perde il posto.
C’è poi un dato sociologico che i critici da tastiera tendono a dimenticare: la classe dirigente attuale è il risultato di chi è rimasto “in trincea”. La grande emorragia è iniziata lontano, nel 1956, e da allora la fuga dai partiti di riferimento è stata una costante.
Molti di coloro che oggi lamentano la mancanza di una “corrente identitaria” forte sono proprio quelli che, negli anni, hanno preferito uscire dai partiti per dissenso, noia o sdegno. Così facendo, hanno lasciato praterie aperte a chi contestavano. È una legge fisica della politica: il vuoto non esiste. Se l’area identitaria si è indebolita, è perché i suoi interpreti migliori spesso hanno scelto l’esilio volontario o la testimonianza sterile, lasciando le chiavi della casa a chi era disposto a gestire la complessità del reale.
Va affrontato il male oscuro del mondo identitario: la sindrome da ducismo. Un’area affollata di generali senza esercito, dove ognuno si sente investito di una missione superiore ma manca delle basi elementari della politica:
capacità organizzativa: gestire una sezione o un comune non è come scrivere un post polemico.
Oltre la protesta, spesso c’è il vuoto pneumatico su temi come economia, energia o welfare. La presunzione di avere ragione “per diritto di nascita” ha sostituito lo studio e la formazione dei quadri.
Il risultato è una costellazione di “presunti leader” eccellenti nel contestare e nel mostrare tracotanza, ma incapaci di concludere politicamente qualcosa di concreto. Finché la critica rimarrà l’unica competenza tecnica di questo mondo, il distacco tra la base sognatrice e il governo pragmatico sarà destinato solo ad aumentare.
Chi oggi contesta i partiti come FdI dovrebbe chiedersi: dove eravamo mentre la struttura veniva costruita? La politica non è un servizio di catering dove si ordina l’identità e la si riceve calda a casa; è un processo di occupazione di spazi. Se quegli spazi sono oggi occupati da altri, non è solo per merito loro, ma per un lungo, presuntuoso e frammentato abbandono di chi ha preferito la purezza della sconfitta all’onere della gestione.
Se questa analisi ha dipinto un quadro impietoso del “Ducismo” e dell’abbandono da parte delle correnti puriste, la soluzione non risiede certo nella rassegnazione, bensì nella rifondazione. Non possiamo permetterci di consegnare il futuro della nostra patria a chi, privo di radici profonde, si nutre solo di slogan pronti all’uso, come troppo spesso abbiamo visto accadere con figure estranee alla nostra storia e alla nostra visione, come certi candidati di successo mediatico che, esaurita la spinta retorica, mostrano la loro vera natura: quella di non aver nulla a che spartire con il vero mondo identitario.
Per arginare questa deriva, è necessaria una rivoluzione copernicana nel modo di concepire la politica identitaria. Non basta più contestare; bisogna governare. E per governare, servono nuove persone, nuove competenze e, soprattutto, un nuovo approccio.
Il nuovo dirigente identitario non si forma nei salotti televisivi o sui social network, ma sul territorio. Deve essere un referente credibile per la sua comunità, conoscere i problemi reali dei quartieri, delle imprese locali, delle scuole. Non si può fare politica a km zero stando a Roma. È qui che si costruisce la rappresentatività vera, quella che nasce dal consenso maturato sul campo, non dalla visibilità artificiale garantita da un titolo di giornale o da una provocazione ben orchestrata. Un rappresentante identitario forte è colui che, anche a livello locale, sa interpretare la tradizione non come un fossile, ma come un valore su cui costruire il futuro.
La purezza dell’ideologia è un lusso che chi vuole davvero incidere sulla realtà non può permettersi. Il nuovo dirigente deve saper abbracciare il realismo politico. Non si tratta di tradire i propri principi, ma di capire come tradurli in azioni concrete, mediando tra l’ideale e il possibile. Dobbiamo imparare a gestire la complessità, a formare quadri competenti, a studiare i dossier. Non possiamo più permetterci di essere i più bravi a contestare e fine della storia. Un sindaco, un assessore identitario devono saper far funzionare la macchina comunale, devono conoscere il bilancio, devono saper confrontarsi con le istituzioni superiori, non solo fare barricate.
E qui arriviamo al punto cruciale: chi si lamenta della mancanza di rappresentatività deve essere il primo a sostenerla. Non c’è più spazio per l’astensionismo punitivo o per il voto di protesta fine a se stesso. Se vogliamo che le nostre istanze siano portate avanti da persone credibili, formate e rappresentative, dobbiamo dar loro la forza elettorale per farlo. Sostenere un candidato “di slogan” è un errore che paghiamo tutti: ci indebolisce, ci ridicolizza e lascia il campo libero ai nostri avversari.
Il voto deve essere un atto di responsabilità, non solo una sfogo di frustrazione. Dobbiamo avere il coraggio di sostenere le nostre liste, anche se non sono perfette, purché siano composte da persone preparate e impegnate a lavorare per il territorio. L’alternativa è lasciare che la nostra voce sia soffocata dal populismo di facciata, o peggio, che venga strumentalizzata da chi non ha nulla a che fare con la nostra storia.
La sfida è epocale. O riusciamo a formare una nuova classe dirigente identitaria che sappia unire la passione per le proprie radici alla capacità di governare la realtà, o siamo destinati (e quindi è quello che ci si merita) alla marginalità politica. Non possiamo più permetterci di essere la “destra” della protesta perpetua. Dobbiamo essere la “destra” del governo, del territorio, del realismo. E per farlo, abbiamo bisogno del sostegno di tutti, soprattutto di chi, fino ad oggi, ha preferito contestare da lontano.
Fabrizio Fratus

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