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FDI è ancora un partito di destra? La risposta del Talebano

foto IPP/Matteo Rossetti Milano 29/04/2022 Fratelli D’Italia assemblea programmatica nella foto: Giorgia Meloni

 

Negli ultimi mesi, in tanti ci hanno scritto, commentato, interpellato per porci una domanda sempre più frequente tra chi osserva con spirito critico il panorama politico italiano: Fratelli d’Italia è ancora un partito di destra? O meglio: è mai stato un vero partito di destra, oppure si è progressivamente conformato alle logiche del sistema, omologandosi più velocemente e più in profondità di quanto ci si potesse aspettare? Una domanda legittima, che merita una risposta articolata. Come Il Talebano, laboratorio culturale da sempre attivo per l’affermazione delle idee — idee, non partiti — riteniamo giusto offrire alcune riflessioni, senza cadere né nel tifo né nel livore.

Il partito, la crescita, le contraddizioni

Fratelli d’Italia nasce nel dicembre 2012 da una fuoriuscita da Forza Italia e dal Popolo della Libertà. Allora era solo un piccolo nucleo di dissidenti che non accettava la fine della destra politica nel calderone centrista del PDL. Un partito identitario, ancorato ai valori della tradizione, dell’interesse nazionale, della sovranità popolare. Dal 3,9% delle elezioni politiche del 2013 al 6,4% delle europee del 2019, fino al 26% delle politiche 2022 e quasi il 30% alle ultime elezioni europee: una crescita impressionante, ma anche pericolosa. Perché se non è accompagnata da una solida struttura culturale e da quadri dirigenti preparati, una simile espansione rischia di produrre contraddizioni gravi.

E infatti, proprio queste contraddizioni oggi esplodono sotto gli occhi di tutti.

Antifascisti in FDI: ignoranza o opportunismo?

Da una parte Giorgia Meloni che — giustamente — ha sempre evitato di definirsi antifascista, riconoscendo (anche se implicitamente) che l’antifascismo contemporaneo non è un valore universale, ma una pratica ideologica spesso giustificazionista della violenza politica, come dimostrano decenni di impunità per omicidi di giovani innocenti, uccisi solo perché “fascisti” — o, più spesso, perché non allineati. Dall’altra parte, però, troviamo europarlamentari, assessori e consiglieri regionali di FDI che si dichiarano orgogliosamente antifascisti, che partecipano a iniziative promosse dall’ANPI, che vanno alle feste della sinistra post-resistenziale senza nemmeno capire il contesto politico e culturale in cui si muovono. Abbiamo contattato alcuni di questi rappresentanti per chiedere conto delle loro scelte. Le risposte sono state a dir poco sconcertanti. “Non dovevo andarci? Perché?” ci ha detto un assessore. La domanda retorica qui è: ma vi rendete conto di che partito rappresentate? Evidentemente no.

Il vero problema: la mancanza di una formazione culturale

Non è questione di correnti, né di fedeltà personale a questo o quel leader. È una questione di preparazione culturale, di coscienza politica, di radicamento ideale. E in FDI — come purtroppo in molti altri partiti — questa preparazione è spesso assente, quando non del tutto rifiutata. Chi ha vissuto la militanza della destra post-MSI sa bene che la forza di quel mondo stava nella sua cultura politica, nel suo orgoglio identitario, nella sua chiarezza valoriale: Dio, Patria, Famiglia. Chi oggi rappresenta milioni di voti, troppo spesso non rappresenta nulla di tutto questo.

Il risultato è che si cade in contraddizioni macroscopiche: si governa con l’immagine di “partito alternativo al sistema”, ma si votano provvedimenti in linea con l’asse eurocentrico; si difendono i caduti missini a parole, ma si partecipa agli eventi ANPI; si rivendica la destra, ma non si ha idea di cosa significhi davvero essere di destra.

La posizione del Talebano

Il Talebano è nato non per servire un partito, ma per elaborare visioni, costruire alternative culturali, creare una rete intellettuale capace di influenzare chi decide. Non abbiamo mai scambiato la militanza con il tifo. E proprio per questo oggi diciamo chiaramente: Fratelli d’Italia può essere un partito centrale per il futuro della destra, ma solo se affronterà il suo più grave problema: l’impreparazione culturale e la mancanza di coerenza interna. Non servono solo voti, servono quadri formati, idee forti, valori saldi, identità chiara. Altrimenti si rischia di passare dalla speranza alla delusione, e dalla delusione al vuoto.

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