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Il PD e la politica dell’ipocrisia: opposizione a se stesso, pur di attaccare il governo

 

Negli ultimi anni il Partito Democratico ha mostrato un atteggiamento sempre più contraddittorio, fino a sfiorare una vera e propria “opposizione a se stesso”. Invece di proporre una visione coerente o difendere le proprie scelte passate, il PD ha spesso adottato battaglie strumentali, sostenendo oggi l’opposto di ciò che ieri approvava, purché serva a colpire l’attuale governo. Il risultato? Una perdita di credibilità e una politica fatta di slogan, smemoratezze selettive e cortocircuiti ideologici.

Il caso emblematico: il Jobs Act

Tra i casi più clamorosi c’è il Jobs Act, la riforma del lavoro voluta e approvata dal governo Renzi nel 2014, proprio a guida PD. Un pacchetto legislativo che ha rivoluzionato il mercato del lavoro, introducendo il contratto a tutele crescenti, modificando l’articolo 18 e facilitando i licenziamenti, con l’intento dichiarato di aumentare l’occupazione. Eppure, a distanza di pochi anni, lo stesso PD ha sostenuto il referendum abrogativo promosso dalla CGIL, schierandosi con chi quella legge voleva cancellarla. Un paradosso: il partito che ha creato il Jobs Act ha poi fatto campagna per abolirlo, senza mai assumersi la responsabilità del passato né offrire una proposta alternativa credibile. Oggi il PD si propone come il paladino dei diritti dei migranti, contro ogni forma di controllo dei flussi. Ma è bene ricordare che fu proprio Marco Minniti, ministro dell’Interno del governo Gentiloni (PD), a firmare accordi con la Libia per fermare i flussi migratori, sostenendo che “la sicurezza è un diritto dei cittadini”. Oggi quegli stessi strumenti vengono definiti “disumani” dagli esponenti PD, che però ne furono i primi promotori. La cosiddetta alternanza scuola-lavoro, oggi attaccata da buona parte della sinistra come “sfruttamento degli studenti”, è stata introdotta dalla legge 107 del 2015, meglio nota come “Buona Scuola” di Renzi, con la ministra Stefania Giannini (PD). Anche in questo caso, il PD ha fatto campagna con gli studenti contro una misura che porta la sua firma. Nel 2016, il governo Renzi autorizzò nuove concessioni per trivellazioni in mare. Pochi anni dopo, lo stesso PD ha sostenuto proposte ambientaliste radicali e si è presentato come oppositore storico delle politiche estrattive. Una trasformazione “verde” improvvisa, utile per raccogliere voti nel nuovo contesto del greenwashing politico. Da anni il PD propone in alcuni contesti (come nei gruppi giovanili o tra alleanze con la sinistra radicale) una tassa patrimoniale sui grandi patrimoni, per poi smentire tutto nelle sedi istituzionali o in campagna elettorale generale. Una politica ambigua, che dice tutto e il contrario di tutto, a seconda del pubblico di riferimento. Una politica senza memoria (e senza visione), questo modo di fare politica ha un costo enorme: distrugge la fiducia dei cittadini, alimenta il qualunquismo e fa il gioco dell’anti-politica. Un partito serio dovrebbe rendere conto delle proprie scelte, motivarle, eventualmente correggerle, ma senza cancellare il passato o negarlo per opportunismo tattico.

Il PD sembra oggi più interessato a posizionarsi contro il governo, qualunque esso sia, piuttosto che a costruire una linea politica coerente e fondata. Ma senza coerenza, non c’è identità. E senza identità, non c’è futuro. Per tornare credibile, Un partito il cui solo interesse è stare al governo come dimostrato dal 2011 in poi. Un partito di potere senza una visione vera che lo contraddistingua su economia, politiche sociali, immigrazione etc. Un partito che gioca sullo screditare i rivali senza essere alternativa.

Fabrizio Fratus

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