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Il Terzo Mandato della Lega: Mantra di una Debolezza Mascherata

 

Il terzo mandato per i governatori è diventato il nuovo totem della Lega. Ogni occasione è buona per invocarlo, con il presidente lombardo Attilio Fontana che ora grida contro “Roma ladrona” per l’assurdo divieto di ricandidatura dopo due mandati consecutivi. Eppure, dietro l’apparente difesa del “modello del buon governo del Nord”, si nasconde un’altra verità, meno eroica e molto più politica: la Lega ha bisogno del terzo mandato non per meriti di governo, ma per restare in partita. Perché se oggi chiedete a qualcuno cosa ricorderà del decennio di Zaia in Veneto, la risposta è spesso un silenzio imbarazzato. Nessuna grande riforma, nessun cambio di passo epocale, nessuna impronta storica. Una gestione amministrativa ordinata, certo, ma priva di quel contenuto che trasforma un presidente in un leader da tramandare. E allora, la domanda è legittima: questi presidenti sono davvero così bravi da meritare una proroga speciale, o sono semplicemente gli ultimi baluardi di un partito in ritirata?

La verità è che la Lega, senza il terzo mandato, non ha più la forza numerica per imporre un proprio nome alla guida delle Regioni settentrionali. I sondaggi parlano chiaro: i consensi non sono più quelli del 2019. E con Fratelli d’Italia e Forza Italia in pieno consolidamento, pretendere l’esclusiva sul Nord diventa una velleità fuori tempo massimo. A meno che, appunto, non si mantengano artificialmente in campo i governatori uscenti, imponendo così, per inerzia, le candidature leghiste anche al resto della coalizione. Ma FDI e FI non sono più comprimari, né disposti a fare da spettatori. Perché il centrodestra è cambiato e oggi non esiste un “asse del Nord” che possa reggere in eterno sul pilastro leghista. Il mantra del terzo mandato, allora, appare per quello che è: una foglia di fico utile a mascherare la debolezza strategica di un partito che non riesce più a generare nuova classe dirigente competitiva.

Il problema non è il limite dei due mandati, ma l’incapacità di innovare. Un partito che vuole guidare le Regioni non può aggrapparsi al passato. Deve saper scommettere sul futuro. La politica, del resto, non è un diritto acquisito ma una responsabilità da rinnovare. E chi governa dovrebbe saperlo.

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