Garlasco e il processo Stasi: il ragionevole dubbio che la giustizia ha ignorato
A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il caso Garlasco resta uno dei simboli più inquietanti di come la giustizia italiana possa deragliare, travolta dalla propria ossessione di trovare un colpevole a tutti i costi. Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni di carcere, sconta la sua pena. Ma il senso di inquietudine e di ragionevole dubbio che circonda questa vicenda non si è mai dissipato. Fin dalle prime ore dopo il delitto, le indagini mostrarono tutte le debolezze che purtroppo conosciamo troppo bene nella cronaca giudiziaria italiana: scena del crimine contaminata, mancanza di rilievi tempestivi, errori procedurali ripetuti. La casa di Chiara Poggi fu attraversata da decine di persone senza le minime cautele necessarie per preservare le prove. Tracce potenzialmente decisive andarono perse o furono compromesse. Da quel momento in poi, invece di ammettere i propri limiti, la macchina investigativa imboccò la strada più semplice: concentrare ogni sforzo su Alberto Stasi, unico indagato, unico sospettato, unico imputato. Tutta la successiva attività degli inquirenti sembrò funzionale a sostenere questa pista. Gli elementi oggettivi – impronte, DNA, tracce di sangue, orari – lasciavano zone d’ombra enormi. Ma ogni anomalia veniva letta a senso unico: l’atteggiamento freddo di Stasi diventava “insensibilità colpevole”, le mancanze di alibi precisi si trasformavano in “indizi gravi e concordanti”, mentre la totale assenza di movente veniva superata ipotizzando genericamente tensioni di coppia. In un sistema sano, tutte queste lacune avrebbero dovuto generare un’unica conclusione: insufficienza di prove. Invece, nella logica tutta italiana del “processo indiziario a senso unico”, ogni vuoto diveniva una conferma, ogni dubbio un’aggravante.
Il caso Garlasco è il paradigma della cultura giustizialista che da anni mina la credibilità del nostro sistema giudiziario. Invece di cercare la verità, si cerca la narrazione più spendibile mediaticamente. E quando i mezzi d’informazione sposano questa versione, per l’imputato non resta che la gogna e, infine, la condanna. Qui sta il problema più profondo: la soppressione sistematica del ragionevole dubbio. Una regola fondamentale del diritto penale viene trattata come un fastidio, un impaccio per chi deve chiudere rapidamente un caso. In nome di una sicurezza apparente, si sacrifica la solidità delle prove sull’altare della pubblica opinione e delle carriere giudiziarie.
Una giustizia che non ammette errori
In altri Paesi, il dubbio è la cartina tornasole della civiltà giuridica. Da noi diventa eresia. In altri sistemi, quando mancano prove certe, l’imputato è assolto. Da noi, si condanna “in base al quadro complessivo” e si liquida ogni obiezione come cavillo degli avvocati. Così, mentre la magistratura continua a invocare fiducia e rispetto, gli italiani assistono a casi come Garlasco e si chiedono legittimamente: se può capitare a Stasi, può capitare a chiunque? Il vero pericolo non è solo il destino di un singolo imputato. Il vero rischio è quello di un sistema giudiziario che ormai si nutre di suggestioni, ipotesi e costruzioni mentali più che di evidenze. Un sistema in cui il sospetto basta per rovinare una vita e il dubbio non trova più cittadinanza. E mentre questo accade, si moltiplicano i casi di errori giudiziari, condanne ribaltate dopo anni, carcerazioni preventive ingiustificate, carriere rovinate senza risarcimenti. Ma tutto questo sembra non scuotere la sicurezza con cui alcune procure e alcune corti pronunciano le loro verità assolute. Il caso Garlasco non dovrebbe essere chiuso, ma studiato nelle scuole di magistratura. Non come esempio di giustizia, ma come lezione di ciò che la giustizia non deve diventare.
Fabrizio Fratus

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