VIETATO PENSARE, MANIFESTARE E LAVORARE: VIAGGIO NELL’ ITALIA DEI DIRITTI

L’articolo 21 della Costituzione Italiana, recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Tuttavia, de facto, i cittadini italiani non possono esercitare tale diritto. O meglio, i cittadini italiani possono manifestare il proprio assenso ma non il proprio dissenso.
Prova eclatante, è quello che è successo al Signor Rossi (nome di fantasia), un cittadino italiano che, come altre centinaia di migliaia di suoi connazionali, ha provato a manifestare il proprio dissenso politico circa l’imposizione autoritaria da parte del Governo di esibire un documento, il “Green Pass”, per poter svolgere attività quotidiane e poter continuare a godere del diritto, costituzionalmente garantito, al lavoro. Si, perché chissenefrega se l’articolo 4 della nostra Repubblica afferma che tutti i cittadini hanno il diritto al lavoro. In Italia sei libero di scegliere se vaccinarti o non vaccinarti, ma se non ti vaccini non puoi lavorare, muori di fame e fai morire di fame la tua famiglia. 
L’articolo 4 è in pratica stato trasformato in “se sei un cittadino vaccinato, allora puoi lavorare”.
Come si poteva ben prevedere, l’introduzione di una simile misura ha portato alla nascita spontanea di manifestazioni pacifiche da parte di tutti quei cittadini che, giustamente e per diritto (vivendo de iure in uno Stato democratico), hanno deciso di esprimere il proprio dissenso.


Eppure, la scelta lecita di aderire a tali manifestazioni con la propria presenza fisica è costata a tantissimi cittadini, tra i quali il nostro Signor Rossi, un DASPO urbano di sei mesi. Questa misura, estremamente restrittiva delle libertà personali, prevede il divieto di entrare nel centro della propria città. Si, esatto: sei cittadino, decidi di non vaccinarti e di manifestare il tuo dissenso politico pacificamente (ovvero di esercitare due diritti di cui godi) e il Questore decide di vietarti l’ingresso nella città dove vivi e lavori.
E oltre al danno la beffa: mentre i criminali di ogni risma vengono lasciati in giro a delinquere, tu, cittadino onesto vieni trattato alla stregua di un pericoloso delinquente. 
Per chi non lo dovesse sapere infatti, il DASPO urbano trova le sue origini in una misura introdotta con il Decreto Minniti del 2017 sulla falsariga del Divieto di accedere alle manifestazioni sportive a contrastare il fenomeno della violenza negli stadi, regolamentata nel 1989 e poi modificata con i successivi decreti Sicurezza e Immigrazione del 2018 e 2020 quando c’era Salvini Ministro degli Interni. Tale provvedimento può essere disposto, in teoria, nei confronti di soggetti sospettati di reati di terrorismo, anche internazionale, e di altri reati contro lo Stato e l’ordine pubblico; o che, con la loro condotta, pregiudicano la salute dei cittadini e il decoro urbano.

Il Signor Rossi ha un casellario penale nullo. Non ha commesso alcun reato contro lo Stato e l’Ordine Pubblico, nè tantomeno è un terrorista. Con la sua condotta, ovvero la sua semplice presenza fisica totalmente pacifica a una manifestazione No Green Pass a Milano, il Signor Rossi ha lecitamente espresso il suo dissenso politico – ricordiamo, un  diritto costituzionalmente garantito – non ha in nessun modo pregiudicato né la salute, né la sicurezza dei cittadini, né il decoro urbano.
La domanda sorge spontanea e ci riguarda tutti da molto vicino perché questa volta è capitato al Signor Rossi ma domani può capitare al Signor Bianchi, alla Signora Poli, alla Signora Neri o…
Perchè, e con quali giustificazioni il Questore di Milano ha emesso un DASPO nei confronti del Signor Rossi?
Questa stessa domanda se l’è giustamente posta l’avvocato del Signor Rossi.
Al Signor Rossi viene contestato in primis di aver partecipato a una manifestazione “non autorizzata” (attenzione, l’esercizio del diritto di riunione in luogo pubblico non prevede alcuna “autorizzazione”) e tra le altre di aver organizzato, a parole, perché le prove non esistono, le manifestazioni pacifiche e spontanee nate nella città. 
Le giustificazioni date sono autoreferenziali e basate sulla descrizione di comportamenti collettivi non certo imputabili per responsabilità oggettiva ad un unico soggetto. Insomma, il Signor Rossi ha un grande ego, ma neanche lui potrebbe credere di essere responsabile per l’attività delle altre migliaia di partecipanti (che a questo punto, per la norma invocata, sarebbero tutti correi della lesione del decoro della città di Milano), pur non essendo minimamente citato individualmente.
Mancando le motivazioni giuridiche e lecite per emettere un DASPO nei confronti del Signor Rossi, il TAR della Lombardia, nella persona del suo Presidente, ha sospeso il DASPO considerando l’effettiva mancanza di legittimità nell’applicazione della norma. 
Tuttavia, meno di un mese dopo, il TAR ha cambiato idea affermando che ” il diritto di libero spostamento del Signor Rossi non viene leso dalla misura: se il Signor Rossi necessita di entrare in città può sempre chiedere l’autorizzazione. 
No, non è uno scherzo, se il Signor Rossi vuole passeggiare in centro, deve prima chiedere il permesso al Questore di Milano.
Per fare una breve sintesi, il Signor Rossi, onesto cittadino italiano che vive in una Repubblica democratica, non del Congo ma quella Italiana, che ha un casellario penale nullo, nella totale mancanza di qualsivoglia motivazione lecita, nel giro di qualche giorno, per motivi a tutti ancora sconosciuti, non solo è stato privato dei suoi diritti costituzionalmente garantiti ma ha anche perso il diritto di andare liberamente a passeggio nella propria città.
Le vicende di cui è stato protagonista il Signor Rossi non possono che far nascere una domanda spontanea. Dove stiamo andando? Cos’è capitato allo stato di diritto?
Il dissenso è un reato nei sistemi autoritari ma non solo. Il dissenso, in particolare il dissenso politico, è ormai un reato anche nel nostro Paese, ormai sempre più un sistema autoritario mascherato da democrazia.

Come ha affermato l’Europarlamentare Sofo “il ministro Lamorgese ha fatto sì che lo Stato italiano venisse meno al rispetto di uno dei diritti inviolabili dei cittadini, quello della libertà di espressione e di manifestazione del pensiero, garantiti sia dalla nostra Costituzione (art. 21) sia dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (artt. 11 e 12). Peraltro tali misure non possono neppure essere giustificate dalla natura sovversiva delle proteste, poiché i manifestanti si appellano alla difesa del principio di non discriminazione previsto dalla Commissione nel regolamento sul Certificato Covid digitale e dalla stessa ribadito nelle risposte alle interrogazioni presentate dal sottoscritto in luglio e settembre – A prescindere da come uno la possa pensare su vaccini e passaporto sanitario, si tratta di una grave violazione di un diritto dei cittadini”.
E’ tutto qui, tutto quanto qui.

Stefania Bonfiglio e Beatrice Mantovani

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