RILANCIARE IL LAVORO: ALCUNI SPUNTI

Non è un problema di oggi quello della disoccupazione nel nostro Paese; ma è certo che dopo la Pandemia il mercato del lavoro è in affanno. I giovani si ritrovano in una condizione di apatia, con una totale mancanza di fiducia nel futuro. Ed è certo, come fanno a costruirsi una propria indipendenza, passando da stage in stage? Ma il problema riguarda anche gli adulti. Licenziamenti, il mondo lavorativo che cambia, la digitalizzazione, settori che vengono affossati e settori che invece emergono. Come cambiare mansioni a 50 anni? Come ricollocarsi nel mondo del lavoro che è in continua evoluzione?

Con la mia riflessione voglio partire da un presupposto che dovrebbe essere scontato, ma che nei fatti non lo è: sia che si parli di tirocinio, di apprendistato, ma anche di contratto di collaborazione, di tempo determinato e dell’agognato tempo indeterminato che non è più quel contratto che conoscevamo prima del Jobs act, NON DEVONO MAI ESSERE MOTIVO DI SFRUTTAMENTO DELLE PERSONE.

Il tirocinio può essere davvero uno strumento valido, formativo, capace di inserire i giovani nel mondo del lavoro, farli diventare giovani lavoratori. Lo può essere anche per persone più adulte, magari in Naspi, che visti i tempi hanno necessità di ricollocarsi in un altro settore lavorativo; il che significa anche a 40/50 anni imparare un nuovo mestiere, un’opportunità. Non può essere solo uno strumento curricolare, ma formativo pratico, che permette al giovane senza esperienza o al lavoratore che ha necessità di cambiare mansione e all’azienda di conoscersi reciprocamente e di valutarsi prima di intraprendere un serio cammino insieme.

Uno strumento per imparare, non per fare caffè e fotocopie, né per utilizzare manovalanza a basso costo. Bisognerebbe agire sulle aziende, e sul pubblico tramite le nostre politiche attive del lavoro, con convenzioni formative e una normativa che preveda limiti rigorosi rispetto al numero di attivazioni, rispetto alla mansione da svolgere e soprattutto in base al requisito della capacità assunzionale dell’azienda. Se l’azienda ha facoltà di assumere, può attivare il tirocinio come momento formativo al termine del quale deve assumere. Al termine del tirocinio, pertanto, l’azienda per non assumere il tirocinante deve dimostrare un giustificato motivo.

Va da sé che mantenendo lo strumento del tirocinio, con questi limiti si elimina di fatto lo sfruttamento e il turn over che spesso viene utilizzato. E sicuramente con determinati paletti sopra elencati si possono incentivare le assunzioni con contratto regolare, riducendo drasticamente l’attivazione di tirocini non curriculari fini a sè stessi. Certo, il contratto diretto ha tutele: ma quale azienda assume direttamente chi non ha mai svolto attività lavorativa o chi proviene da un settore lavorativo completamente diverso? Raggirerebbero il problema sovraccaricando i lavoratori già in organico, o non punterebbero su un giovane fresco di studi che non ha maturato le soft skills di base. Le aziende sono private e fanno selezione del personale: lo strumento che la politica può offrigli è quello di aiutarle a formare le risorse giovani, incentivarle ad assumere anche personale più adulto. Anche con un certificato di competenze di un corso professionale, la formazione migliore e reale richiesta rimane una: la pratica.  E’, tra l’altro, interesse di tutti promuovere un percorso in apprendistato per i giovani, piuttosto che un’altra tipologia contrattuale: ne guadagnano le imprese, che possono investire e formare una persona sulla quale hanno puntato, per crescere, ne guadagnano i lavoratori, ne guadagna la società. Ne guadagnano anche gli enti che promuovono tramite politica attiva un contratto piuttosto che un tirocinio con determinati limiti.
Chi non ne guadagna? Chi fino ad oggi ha cercato di fare il “furbo”.

Lo Stato, Le Regioni, quindi NOI, paghiamo la formazione scolastica e in molti casi professionale alla popolazione, e allora diventa un fallimento sociale se questo investimento anche all’interno delle politiche attive nazionali e ragionali si traduce in sfruttamento o in contratti da 800 euro al mese.

Rimane a questo punto il nodo principale da risolvere: la capacità assunzionale delle aziende e la mancanza di posti di lavoro. Qualsiasi strumento di revisione delle attività formative e dei contratti passa da qui, e da una visione olistica, d’insieme, del mondo del lavoro. E allora, la prima cosa da fare diventa quella di ridurre il costo del lavoro con una seria riforma.
Altrimenti, le percentuali di assunzioni, anche con le riforme richieste nelle proposte di legge Ungaro e Gribaudo, non cambieranno le sorti della politica occupazionale del nostro paese.

Stefania Bonfiglio per affaritaliani.it

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