L’ “OPERAZIONE DRAGHI” E’ INQUIETANTE. E VI SPIEGO PERCHE’

Da tempo sottolineo i limiti del populismo e sostengo la necessità per la destra di fare un salto di qualità e di maturità. E qualche mese fa, su Il Talebano, intervenni dicendo che Salvini e Meloni avrebbero dovuto studiare – soprattutto dopo gli esiti dell’avventura gialloverde – una strategia che consentisse loro non solo di vincere le elezioni ma di poter gestire solidamente un’eventuale azione di governo. E che questa strategia avrebbe probabilmente incrociato nel suo percorso la figura di Draghi. Tuttavia se ora ci troviamo a parlare di Draghi non è certo frutto di questo percorso. Il problema dunque non è Draghi in sé. Il problema è come e perchè Draghi è apparso sulla scena.

Torniamo al 2011. C’era la crisi economica e l’UE decise di prendere al balzo l’occasione per obbligare alcuni Stati membri a interventi di “ristrutturazione” delle proprie economie. Il governo Berlusconi fu messo sotto pressione. Fu invocata l’unità nazionale. Apparve Monti, spinto da cancellerie straniere, UE e sistema finanziario. Ad aprirgli la porta fu il Presidente della Repubblica e tutti i media iniziarono a cantare in coro il Laudato si’ dicendo che sarebbe stato il salvatore della Patria, che o lui o la catastrofe. Quasi tutti i partiti si inchinarono per accoglierlo e gli affidarono il sostegno del Parlamento, sedotti da uno spread che calava e dei sondaggi sul gradimento alti. Iniziò l’austerity tanto richiesta dall’UE. E sappiamo come andò a finire.

Dieci anni dopo, lo spartito è simile. L’UE ha deciso di cogliere l’occasione del Covid per accelerare i propri piani di integrazione (vedasi discorso fatto dalla Von Der Leyen nel settembre 2020 al Parlamento Europeo), sfruttando l’ineluttabile necessità di risorse da parte degli Stati nazionali per vincolarli sempre di più al rispetto delle linee indicate da Bruxelles (il famoso dibattito sulle condizionalità). Per farlo è necessario favorire nei principali paesi membri una situazione politica che garantisca per i prossimi anni l’allineamento dei Governi a queste indicazioni.

Da qui, come ho spiegato in questo articolo, nasce la crisi di governo scatenata da Renzi e che ha portato all’apparizione di Draghi. Che dunque non è, come tutti raccontano, conseguenza bensì causa della crisi alla quale abbiamo assistito. E che sta avendo tutte le ritualità viste nel 2011: preghiera di unità nazionale, la spinta da parte di cancellerie straniere, UE e sistema finanziario, il ruolo del Presidente della Repubblica, l’osannazione mediatica, la discesa dello spread, i sondaggi che raccontano un’estasi popolare. I partiti che si inchinano.

Il punto è che Draghi sarebbe potuto pure essere una soluzione condivisibile, considerando la necessità di un compromesso e di un punto di contatto con quel sistema con il quale volenti o nolenti – visto il debito pubblico che ci ritroviamo – dobbiamo fare i conti. Ma come risultato di un accordo tra le forze presenti in Parlamento, maturato nell’ambito di un programma chiaro di una serie di azioni da intraprendere per uscire dalla crisi individuate e condivise da tutti.

Qui invece siamo di fronte a una nomina imposta dall’alto. E per giunta con una delega in bianco. Abbiamo salutato l’avvento del governo Draghi senza avere alcuna informazione circa la natura della sua missione. Pensando stupidamente che l’unico compito di un governo sia quello di spendere bene dei soldi che miracolosamente ci piovono dall’alto, come se fosse un amministratore di condominio. Dimenticandoci – dramma tipico nostrano che ha fatto sprofondare geopoliticamente l’Italia – che la contabilità è solo una delle scelte politiche che deve compiere chi governa una Nazione. Nulla viene detto agli italiani delle intenzioni di Draghi in termini di politica estera, politica sociale, politica per il Mezzogiorno, politica migratoria, politica demografica, politica culturale, politica etica, ecc. non sanno nulla.

Viene solo detto, agli italiani, di fare un atto di fede. Promettendo, come stanno facendo affannosamente i media, che Draghi non sarà come Monti. Eppure la genesi di questo governo è la stessa. E lo stesso Monti, sul Corriere, ha salutato entusiasta questa soluzione spiegando che è l’unico modo per far sì che in Italia si compia quella “ristrutturazione” pretesa dall’UE. I media allora si affannano a specificare che però Monti è venuto per tagliare mentre Draghi per spendere. Vero, peccato che questa spesa non sia gratis, come ci ricorda continuamente la UE: in cambio, bisogna mettersi in riga con i desiderata comunitari.

Di fronte a tutto ciò, non capisco come le forze politiche, custodi di quella sovranità popolare che è principio fondante della democrazia, possano accettare così serenamente che tale principio sia nuovamente calpestato, dando pericolosamente seguito a quel precedente di Monti che si era detto sarebbe dovuto essere unico e irripetibile. Di fatto autodecretandosi inutili, disposte a farsi da parte o a cambiare in un batter d’occhio tutta la loro proposta quando c’è da fare sul serio. Come ammettendo di non essere serie.

Anche nell’antica Roma, in tempo di emergenza, ci si affidava a un ‘dictator’. Ma questi era eletto dal senato, il quale ne definiva chiaramente la missione e i limiti temporali. Oggi che la maggior parte delle forze politiche pare stia volontariamente rinunciando a porre le condizioni necessarie a tutelare la sovranità popolare, è più che mai necessario che qualcuno che abbia il coraggio di rinunciare al fascino del potere per ricoprire il ruolo di opposizione. Di sorvegliante. Di protettore degli unici che resteranno giù da questo bellissimo carro carnevalesco: gli italiani.

Vincenzo Sofo

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