IL CONTRIBUTO CALABRESE ALLA DIVINA COMMEDIA

“Rabano è qui, e lucemi dallato il calavrese abate Giovacchino di spirito profetico dotato” cosa si cela in questo verso che compare nel XII Canto del Paradiso di Dante Alighieri? Un legame indissolubile tra il sommo poeta fiorentino e l’abate Gioacchino da Fiore, nato a Celico in Calabria, grande filosofo, esegeta e fondatore dell’ordine monastico Florense. Abbandonata la facoltosa carriera di notaio presso la cancelleria normanna e un breve periodo da Eremita in Palestina, fece ritorno in Calabria. Nel corso del suo pellegrinaggio nelle penisola soggiornò presso l’abbazia di Casamari, nel Lazio, dove si dedicò intensamente allo studio e alla scrittura. Proprio qui ebbe due “rivelazioni” sul mistero della Trinità che lo portarono a scrivere, contemporaneamente, le sue tre maggiori opere: La concordia tra il nuovo e il vecchio testamento, L’Esposizione dell’Apocalisse e il Salterio dalle dieci corde, terminate negli anni successivi e rielaborate in tutta la sua vita.

La sua fama iniziò a crescere non solo tra i Papi della Chiesa ma anche tra i sovrani dell’epoca che incuriositi dal suo pensiero volevano incontrarlo per conoscere e comprendere le sue “profezie” riguardanti la venuta dell’Anticristo e sul futuro. All’epoca le profezie di Gioacchino erano considerate miracolose, in realtà lui stesso le definiva opera di “spirito di intelligenza”. Non era un oracolo ma faceva previsioni sulla base delle concezioni della concordia degli eventi della storia e sullo studio esegetico della Bibbia.

Il pensiero di Gioacchino da Fiore germogliò nella formazione del sommo poeta fiorentino, Dante Alighieri, grazie agli insegnamenti dei teologi Pietro di Giovanni Olivi e Ubertino da Casale della scuola Santa Croce. L’influenza dell’abate calabrese fu davvero forte e illuminante, tant’è che nella Divina Commedia si riscontrano diverse similitudini con le affascinanti immagini frutto delle intuizioni mistiche di Gioacchino, come la figura della candida rosa dell’Empireo nel XXXI Canto del Paradiso ispirata alla tavola XIII del Libro delle Figure di Gioacchino. Non solo: la profezia del Veltro del I Canto dell’Inferno si ricollega alla concezione dell’abate silano di rinnovamento della società cristiana, così come la suggestiva visione dantesca dell’aquila ingigliata del cielo di Giove nei Canti XVIII-XX del Paradiso è ideata dalle tavole V e VI del Liber Figurarum. In quest’ultimo caso Dante riporta esattamente i dettagli gioachimiti: il rubino delle ali, un occhio solo, una pupilla e un ciglio. Inoltre nel XXII Canto del Paradiso Dante contempla la Trinità illustrandola in questi termini “la Fede vede questi tre giri, di tre colori e d’una contenenza, ma la geometria non potrà vederli mai!”, proprio quei tre cerchi tricolori disegnati da Gioacchino nell’undicesima tavola del Libro delle Figure e ben descritta nell’Esposizione dell’Apocalisse hanno ispirato il sommo poeta.

Da questi esempi si deduce quanto l’abate calabrese abbia influenzato Dante nella sua magistrale opera, sancendo così un legame che va oltre la lirica e che attesta un condivisa visione spirituale indissolubile. La Divina Commedia è senza ombra di dubbio uno dei tesori del nostro patrimonio identitario e la Calabria ha dato il suo contributo con il “calavrese di spirito profetico dotato”.

Domenico Barbaro per culturaidentità

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