IL NEMICO IN CASA

Le ultime settimane hanno visto l’Europa funestata da una serie di episodi di violenza avvenuti in Francia e in Austria. Non vogliamo soffermarci sui dettagli, piuttosto macabri e angoscianti, dei due attentati di matrice islamista, ma piuttosto fare qualche considerazione sui due terroristi.

Brahim Al-Issaoui viene dalla Tunisia, e già qui il dato è interessante: questo Stato a pochi chilometri dalle nostre coste si era costruito, fino all’arrivo delle “Primavere arabe”, la fama di realtà tollerante e con uno stile di vita europeo, meta ideale per le vacanze di tanti italiani che la vedevano quasi come una sorta di quarta sponda del nostro paese. Eppure, proprio in questa realtà ha saputo radicarsi e germogliare, lontano dalle mete più turistiche, il seme del fondamentalismo islamico. Proprio dalla Tunisia provenivano, infatti, l’attentatore di Berlino, nel dicembre 2016, e qualche mese prima sempre a Nizza un tunisino si era lanciato con un camion sulla Promenade des Anglais, causando numerose vittime tra cui anche alcuni italiani.

Al-Issaoui era giovanissimo, 21enne, originario del governatorato di Sfax, e non aveva mai fatto parlare di sé prima dell’attentato. Sbarca a Lampedusa a fine settembre, e da lì si sposta a Bari, dove viene identificato il 9 ottobre. Quindi di lui si perdono le tracce, arriva in Francia in circostanze non chiare ma quasi sicuramente con l’aiuto di qualcuno, passando il confine nei pressi di Ventimiglia. Da lì si sposta a Nizza e la storia prosegue come è tristemente nota.

Non era conosciuta la sua vicinanza all’Islam radicale, anzi dalle parole della madre non esce l’immagine di un ragazzo cresciuto nella rigorosa osservanza dei precetti coranici: un’adolescenza tra piccola delinquenza, alcol e droga, da cui si allontana 2 anni fa, quando si converte e incomincia a frequentare regolarmente la Moschea, secondo una parabola non così rara.

Negli ultimi anni abbiamo infatti visto come spesso il terrorismo recluti i propri attentatori (ci rifiutiamo di usare il termine Kamikaze) non tra musulmani particolarmente ferventi o religiosi, ma tra giovani con precedenti di criminalità a cui viene presentato il martirio come un’occasione per riscattare e nobilitare la propria esistenza.

Non è ancora chiaro a chi politicamente obbedisse Al-Issaoui: l’attentato è stato rivendicato da una sigla finora sconosciuta, i “Sostenitori del Mahdi in Tunisia e nel Maghreb”, uno dei molti e spesso effimeri gruppi che sbucano nella galassia delle rivendicazioni Jihadiste.

Veniamo ora a Vienna: anche qui il responsabile è giovanissimo, 20 anni, si chiama Kujtim Fejzulai ed è nato nella Bassa Austria, non lontano dalla Capitale Austriaca. La sua famiglia è però originaria della Macedonia del Nord (paese con una forte minoranza islamica, pari a circa un terzo della popolazione) e lui stesso ha il doppio passaporto.

Qui il profilo del terrorista è molto più chiaro rispetto al caso precedente. Fejzulai era già da tempo nell’orbita radicale, frequenta infatti una Moschea a Ottakring, quartiere di Vienna, il cui Imam dopo aver svolto attività di reclutamento nei paesi di lingua tedesca si recherà in Siria per combattere nelle fila Jihadiste. Anche l’attentatore aveva tentato di fare lo stesso percorso con l’intenzione di unirsi all’Isis, ma giunto in Turchia era stato rispedito in Austria, dove nell’aprile del 2019 riceve una condanna a 22 mesi di carcere e affidato a una associazione che si occupa di deradicalizzare Islamisti, evidentemente senza successo. Già questa estate si era recato nella vicina Slovacchia in cerca di munizioni per AK- 47.

Non è ancora chiarissimo se abbia agito da solo o meno la sera dell’attentato, quello che sappiamo e che era al centro di una rete, che si estende anche alla vicina Svizzera, di Islamisti balcanici, soprattutto Kosovari, che prende il nome di “Leoni dei Balcani”.

Già, proprio i Balcani, un tempo ritenuti casa di un Islam “moderato” ed “europeo” stanno diventando uno dei principali serbatoi di arruolamento per le milizie radicali. Dopo la violenza della guerra di Jugoslavia con relativi strascichi che, soprattutto in Kosovo, perdurano ancora oggi, all’odio etnico diffuso in quelle zone si è di recente sovrapposto quello religioso, andando ad aggiungere ulteriori tensioni in uno scenario già esplosivo.

Le nuove leve del Jihadismo, insomma, non arrivano più dal cuore del mondo arabo, ma dalle periferie, dal nord Africa e dai Balcani. Sono giovanissimi cresciuti in Occidente o in Stati che, come la Tunisia, avevamo sempre considerato “amici” e “tranquilli”. Crescono ai margini della nostra società, si radicalizzano in età adolescenziale affascinati dal mito della Guerra Santa, traendo dalla delinquenza comune una violenza estrema che traducono in atti sanguinari.

L’augurio è che l’Europa si renda conto il prima possibile di cosa sta nascendo proprio sotto ai suoi occhi, che fino ad oggi ci si è ostinati a non vedere.

Andrea Campiglio

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