PATRIA E “MATRIA”

I recenti sviluppi in senso postdemocratico dell’ attuale Unione Europea pongono l’esigenza sollevata da Paolo Becchi di una crescente tutela dei diritti dei popoli. Va però detto che il termine popolo è spesso sfuggente ed impreciso come il correlato concetto di identità. Per fare chiarezza su questo tema ci confronteremo con un maestro e studioso di identità e autodeterminazione dei popoli Sergio Salvi, autore di fondamentali saggi su questi temi che qui brevemente ricordiamo “le nazioni proibite”(1973) “le lingue tagliate. Storia delle minoranze linguistiche in Italia” (1975) “Patria e Matria, Dalla Catalogna al Friuli dal Paese Basco alla Sardegna: il principio di nazionalità nell’ Europa Occidentale contemporanea” (1978) “Italia non esiste”( 1996) ,libero pensatore toscanista, punto di riferimento per il mondo regionalista.

Domanda grazie Signor Sergio Salvi per aver accettato questa intervista. Quali sono per lei i significati di popolo, matria e nazione?

Debbo purtroppo dirle che, nei miei interventi, non uso mai la parola “popolo”, che considero in sé negativa. In senso generale, questo termine è infatti contraddittorio: può significare “la collettività dei cittadini di uno stato senza distinzione di classi sociali”, oppure “l’insieme delle classi sociali meno elevate, aventi un tenore di vita modesto e quindi economicamente, socialmente, culturalmente arretrate”. Per colpa di chi? E’ una contraddizione in termini che ne impedisce un uso politico coerente.

Da un punto di vista meno generale, più aggrappato alle singole lingue, bisogna tenere sempre presente che in tedesco, Volk (“popolo”) è sinonimo di “nazione” e così Narod nelle lingue slave. All’opposto, in inglese, People significa soltanto “gente”. Va dunque assolutamente evitato in politica.

Lei compie, nella domanda che ha la cortesia di rivolgermi, un’altra grande confusione quando ritiene che io distingua il “concetto di popolo dalla nazione in senso giacobino” che è un modo di dire scorretto: al loro esordio, i giacobini erano molto più autonomisti e federalisti dei girondini: Roberspierre, a parte gli errori di cui è “macchiato” era molto più “democratico” di Napoleone. Ci sono studi storici che lo dimostrano, studi di cui Bossi, Maroni, Salvini sono sempre stati all’oscuro pur amando discettarne con incredibile supponenza.

Se pensa a Eugenio Scalfati e ai suoi discepoli della Repubblica e dell’Espresso, si renderà conto che la loro idea di “nazione” la fa coincidere con quella di “stato”, anche se non è Roberspierre ma Ernest Renan ad ispirarla.

Io ho sempre creduto in una idea di “nazione” basata sulla lingua materna, sulla storia, sulla cultura, sul territorio e sull’indole e sono convinto che la definizione di Stalin, del 1913, sia la sua approssimazione migliore finora espressa sulla carta. Lo stesso parlare di autonomismo, di regionalismo, di federalismo mi disturba. Sono surrogati.

Io credo soltanto nell’indipendentismo delle nazioni “reali” e credo che il “sovranismo” sia il loro approccio politico necessario per sopravvivere (e per cominciare a vivere di vita propria). Aborro il “sovranismo” degli stati istituiti e quello delle presunte entità, che vengono chiamate “popoli” per sciacquarsi la bocca. Credo, insomma, nel Kurdistan indipendente e sovrano e non ai “diritti” della Val Trompia.

Mi perdoni se le sembro scortese. La ringrazio delle sue domande che mi sono servite a fare maggiore chiarezza dentro me stesso: un vero favore che mi ha fatto. Grazie ancora

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