ECCE HOMO

Si narra che il finito si risolva nell’infinito, ed è, il finito nell’infinito, il perdersi. Che non significa smarrirsi e svanire, ma il perdere il cocciutaggine proprio per ricomporsi in firmamento. Quel convertirsi dentro la creazione, in quel gran mare dell’essere. Dove si è nudi, privi di ogni misura a vergogna, in pace. Va così, dai tempi dei tempi. Va così davanti alla coincidente domanda prima e ultima: vita e morte. E davanti a questa domanda non c’è nessuno che sappia riderne scuotendo capo e spalle. Infatti, pur ammirando i regni: minerale, vegetale e animale, la risposta, alla domanda, non perviene. Essi non dialogano pur nella meraviglia che dimostrano. L’ordine materiale non parla. E neppure lo spirito, dove ogni cosa ancorché minima, nell’ordine dello spirito, è più grande dell’intero cosmo della materia: Omero, Aristotele, Virgilio, Dante, Michelangelo, Bach (ad exempla). L’ordine in cui il finito si risolve nell’infinito è quello divino. L’amore divino. L’ordine cui non si può né pensare né nominare un più grande. Dove il calcolo di ogni perimetro dilegua. Tutti i passi sono fermi, in un immobile chiasmo. L’uomo, in definitiva, di là dalla sua fisiognomica che si eleva a sovrana bellezza del tipo umano, nella sua carne viva e profonda, quanto il tempo, è qui. Tutto dentro la domanda in cui si incammina, in fuga da ogni dove, dai tempi dei tempi, verso la risposta. In cerca della parola lenitiva dal dolore, selvaggio, di essere uomo. Lenitiva, l’unzione del messia che, con l’olio, guarisce la piaga profonda dell’anima. Così, dinanzi il mare, quando nell’infinito svolgersi dell’onda si contempla la propria anima in attesa della risposta, ieri, oggi e domani, l’uomo, e nell’uomo gli uomini, si ritrova lì. Dove l’uno è il tutti. I cristiani dovrebbero averla trovata l risposta, si chiama, per l’appunto, Gesù Cristo. L’uomo apocalittico della conversione. Apocalittico perché strappa il velo che annebbia il vedere. L’apocalisse è lo svelare. Ora e adesso, immediatamente, il carpe diem che consente ad Orazio di abitare, con pieno merito, il castello degli spiriti magni nel limbo di Dante, l’apocalisse è il nostro presente non un tempo futuro. E l’apocalisse è il Cristo. Non solo e soprattutto il Cristo inchiodato. Ma il Cristo muovente, uomo di carne ed ossa e sangue che mangia e beve e ride e si rabbuia con sé medesimo. Il Cristo che dispone, mette in ordine, eccolo il disporre, il divino e la materia: Dio e Cesare. Cesare non ti risponde sulle domande ultime, quelle autentiche: vita e morte. Dio sì, un sì assoluto. In questo assoluto, il bisogno di risolvere il finito nell’infinito, si disvela il disegno divino. Ogni uomo, anche l’ateo, per dire, non esce da questo canone. Il nulla altro non è che una divinità, la divinità in cui tutte le vite si annullano, tornano al nulla dall’essere che sono state. Ed è, il nulla, altro che nulla. Ci sta anche questa soluzione: adorare il nulla. Ma lo si adora, e nell’adorare il nulla lo si costruisce, lo si erge, a divinità. Non si esce dal canone dell’adorazione. Impossibile. Impossibile, data la domanda, non entrare nel cammino verso la risposta. I cristiani hanno ricevuto la risposta, praticarla poi è tutta un’altra storia, la nostra; e vale per gli ebrei; e tanto vale, tanto quanto, per gli islamici. Noi e loro, consimili pur nella identitaria diversità propria di ciascheduno. Va bene. Per noi (non scrivo di me, chi scrive vive la colpa di non praticare e la sente come colpa, ma ne vive, di questa colpa, che lo nutre), per noi in riflesso agli ebrei ed ai musulmani per i quali Dio non è né pronunciabile né dicibile, per noi Dio è il verbum caro factum est: l’incarnato. Gesù Cristo. Le distanze appaiono siderali, purtuttavia, nel campo magnetico dell’universo, il firmamento, in quella metafisica che si definisce la fisica dei quanti, esse, le distanze, sono coincidenti. Si annullano. Dove? In un punto, l’infinito firmamentario o universale è qualunque punto. Dove dunque su questa terra? In una chiesa. Nell’edificio dove un uomo entra, si china e prega. Il luogo dell’eterno ritorno all’identità che disvela il pellegrinaggio della domanda. Rito, ritmo, arte, hanno la medesima radice. Identico seme aurorale. Lo sperma da cui l’uomo. Quindi, in soldoni come si suol dire col linguaggio della vacca politica, i musulmani di Magenta hanno il diritto di ritualizzare il ramadam o ramazan? Il mese torrido? No, non è questione di diritto. Ne hanno il dovere, l’etica. Perché, loro, per quello essi sono, hanno trovato, gli è stata data dal Profeta Maometto o Macometto, la risposta alla domanda: chi sono e cosa ne è di me dopo la morte. Anche io, che scrivo questa nota, vorrei saperlo con la stessa forza che mi dà questo vino, nero come il mare, che sto bevendo (allegoria). Possono costruirsi una moschea? Purché sia bella. Bella come lo furono le nostre chiese oggi ammalorate come case coloniche. Sì, dunque. E desidero sentire il vostro muezzin, che mai sarà il mio, ma che compendia con le nostre, mie, campane. E, in un mese di maggio prossimo venturo, morire, in quel canto sublime, oltre il confine e sapere ciò che già si può comprendere, come e quanto la morte sia giusta e bella. Il resto è scoria di politica d’occasione. La politica inautentica. E occorre scriverlo. Perché quando il fuoco non è più capace di bruciare, allora, allora si scrive. Ecce homo.

Emanuele Torreggiani

Ecce homo
Si narra che il finito si risolva nell’infinito, ed è, il finito nell’infinito, il perdersi. Che non significa smarrirsi e svanire, ma il perdere il cocciutaggine proprio per ricomporsi in firmamento. Quel convertirsi dentro la creazione, in quel gran mare dell’essere. Dove si è nudi, privi di ogni misura a vergogna, in pace. Va così, dai tempi dei tempi. Va così davanti alla coincidente domanda prima e ultima: vita e morte. E davanti a questa domanda non c’è nessuno che sappia riderne scuotendo capo e spalle. Infatti, pur ammirando i regni: minerale, vegetale e animale, la risposta, alla domanda, non perviene. Essi non dialogano pur nella meraviglia che dimostrano. L’ordine materiale non parla. E neppure lo spirito, dove ogni cosa ancorché minima, nell’ordine dello spirito, è più grande dell’intero cosmo della materia: Omero, Aristotele, Virgilio, Dante, Michelangelo, Bach (ad exempla). L’ordine in cui il finito si risolve nell’infinito è quello divino. L’amore divino. L’ordine cui non si può né pensare né nominare un più grande. Dove il calcolo di ogni perimetro dilegua. Tutti i passi sono fermi, in un immobile chiasmo. L’uomo, in definitiva, di là dalla sua fisiognomica che si eleva a sovrana bellezza del tipo umano, nella sua carne viva e profonda, quanto il tempo, è qui. Tutto dentro la domanda in cui si incammina, in fuga da ogni dove, dai tempi dei tempi, verso la risposta. In cerca della parola lenitiva dal dolore, selvaggio, di essere uomo. Lenitiva, l’unzione del messia che, con l’olio, guarisce la piaga profonda dell’anima. Così, dinanzi il mare, quando nell’infinito svolgersi dell’onda si contempla la propria anima in attesa della risposta, ieri, oggi e domani, l’uomo, e nell’uomo gli uomini, si ritrova lì. Dove l’uno è il tutti. I cristiani dovrebbero averla trovata l risposta, si chiama, per l’appunto, Gesù Cristo. L’uomo apocalittico della conversione. Apocalittico perché strappa il velo che annebbia il vedere. L’apocalisse è lo svelare. Ora e adesso, immediatamente, il carpe diem che consente ad Orazio di abitare, con pieno merito, il castello degli spiriti magni nel limbo di Dante, l’apocalisse è il nostro presente non un tempo futuro. E l’apocalisse è il Cristo. Non solo e soprattutto il Cristo inchiodato. Ma il Cristo muovente, uomo di carne ed ossa e sangue che mangia e beve e ride e si rabbuia con sé medesimo. Il Cristo che dispone, mette in ordine, eccolo il disporre, il divino e la materia: Dio e Cesare. Cesare non ti risponde sulle domande ultime, quelle autentiche: vita e morte. Dio sì, un sì assoluto. In questo assoluto, il bisogno di risolvere il finito nell’infinito, si disvela il disegno divino. Ogni uomo, anche l’ateo, per dire, non esce da questo canone. Il nulla altro non è che una divinità, la divinità in cui tutte le vite si annullano, tornano al nulla dall’essere che sono state. Ed è, il nulla, altro che nulla. Ci sta anche questa soluzione: adorare il nulla. Ma lo si adora, e nell’adorare il nulla lo si costruisce, lo si erge, a divinità. Non si esce dal canone dell’adorazione. Impossibile. Impossibile, data la domanda, non entrare nel cammino verso la risposta. I cristiani hanno ricevuto la risposta, praticarla poi è tutta un’altra storia, la nostra; e vale per gli ebrei; e tanto vale, tanto quanto, per gli islamici. Noi e loro, consimili pur nella identitaria diversità propria di ciascheduno. Va bene. Per noi (non scrivo di me, chi scrive vive la colpa di non praticare e la sente come colpa, ma ne vive, di questa colpa, che lo nutre), per noi in riflesso agli ebrei ed ai musulmani per i quali Dio non è né pronunciabile né dicibile, per noi Dio è il verbum caro factum est: l’incarnato. Gesù Cristo. Le distanze appaiono siderali, purtuttavia, nel campo magnetico dell’universo, il firmamento, in quella metafisica che si definisce la fisica dei quanti, esse, le distanze, sono coincidenti. Si annullano. Dove? In un punto, l’infinito firmamentario o universale è qualunque punto. Dove dunque su questa terra? In una chiesa. Nell’edificio dove un uomo entra, si china e prega. Il luogo dell’eterno ritorno all’identità che disvela il pellegrinaggio della domanda. Rito, ritmo, arte, hanno la medesima radice. Identico seme aurorale. Lo sperma da cui l’uomo. Quindi, in soldoni come si suol dire col linguaggio della vacca politica, i musulmani di Magenta hanno il diritto di ritualizzare il ramadam o ramazan? Il mese torrido? No, non è questione di diritto. Ne hanno il dovere, l’etica. Perché, loro, per quello essi sono, hanno trovato, gli è stata data dal Profeta Maometto o Macometto, la risposta alla domanda: chi sono e cosa ne è di me dopo la morte. Anche io, che scrivo questa nota, vorrei saperlo con la stessa forza che mi dà questo vino, nero come il mare, che sto bevendo (allegoria). Possono costruirsi una moschea? Purché sia bella. Bella come lo furono le nostre chiese oggi ammalorate come case coloniche. Sì, dunque. E desidero sentire il vostro muezzin, che mai sarà il mio, ma che compendia con le nostre, mie, campane. E, in un mese di maggio prossimo venturo, morire, in quel canto sublime, oltre il confine e sapere ciò che già si può comprendere, come e quanto la morte sia giusta e bella. Il resto è scoria di politica d’occasione. La politica inautentica. E occorre scriverlo. Perché quando il fuoco non è più capace di bruciare, allora, allora si scrive. Ecce homo.

Emanuele Torreggiani

1 Commento su ECCE HOMO

  1. È stato difficile arrivare fino in fondo e leggere questo dotto articolo, nonostante “il cocciutaggine proprio”.

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