ITALIA E SOVRANISMO: INTERVISTA A PAOLO BECCHI E VINCENZO SOFO

In questa intervista doppia, domandiamo a Becchi e Sofo la loro visione di sovranismo e del ruolo che la Lega può e deve avere in questo nuovo contesto politico

Il contesto politico postmoderno è caratterizzato dall’esaurimento delle narrazioni ideologiche novecentesche figlie di fratture socio-economiche (clevage secondo Stein Rokkan) e il connesso sviluppo di nuove forme di partecipazione politiche culturali. Per affrontare questi temi in relazione alle vicende politiche odierne, vi proponiamo un’intervista tra il Prof. Paolo Becchi, noto intellettuale autore del libro ‘Italia Sovrana‘ e Vincenzo Sofo, coautore del libro ‘Sovranismo. Un’occasione per l’Europa‘.

Credete che la dicotomia politica non sia più destra-sinistra ma sovranismo-globalismo?

BECCHI. Le grandi ideologie che hanno caratterizzato il secolo breve sintetizzabili nelle tre grandi famiglie liberalismo, socialismo-comunismo, e fascismo-nazionalsocialismo, si sono esaurite. La novità dei nostri giorni è il populismo. Termine polisemico, che presenta al suo interno varie tipologie, oggi si manifesta in opposizione al progetto globalista liberale, liberista e liberal, il cui tentativo di mettere al centro l’economia apolide. Ma tutto ciò è contro natura. Come reazione dialettica e nello specifico contesto del nostro continente il populismo oggi assume una declinazione di recupero della sovranità nazionale figlia di un sentire euroscettico nei confronti di uno specifico concetto di europeismo, che per la precisione potremo chiamare euro-globalismo. Oggi contro la tecnocrazia liberista e finanziaria, riscontriamo fenomeni di sommovimenti che pur nelle loro diversità nazionali, italiane, ungheresi, polacche, francesi, austriache presentano un comune denominatore sovranista, patriotico e popolare. Fino ad ora l’analisi politologica si è poco soffermata su questa nascente ideologia di cui mi sono occupato.

SOFO. Destra e sinistra non sono contenuti in sé ma catalogazioni date a delle posizioni politiche. Dei contenitori, non dei contenuti. Il significato di “destra” e “sinistra” è dunque variabile e oggi entrambi i termini si stanno progressivamente svuotando dei contenuti che eravamo abituati ad associar loro. Il superamento della dicotomia destra-sinistra è dunque valido a mio avviso sul piano culturale ma meno su quello politico, dove le nuove contrapposizioni che emergeranno verranno via via classificate dalla popolazione come “destra” o “sinistra”. Cosa che in parte già avviene con sovranismo e globalismo, il primo considerato nella vulgata come destra e il secondo come sinistra. Credo peraltro che né populismo né sovranismo siano in realtà termini esaustivi per definire un progetto politico: il primo infatti è più che altro un approccio, quello della disintermediazione del rapporto tra classe dirigente e popolo; il secondo invece è il presupposto naturale dell’attività politica, autodeterminare il proprio futuro. Dopodichè però c’è da stabilire come determinarlo e qui, ad esempio, non credo che il sovranismo di “destra” e di “sinistra” coincidano.

Il prof. Becchi distingue due tipi di sovranismo: quello identitario e quello sociale. Quale è la differenza?

BECCHI. Partirei da una premessa fondamentale. Certamente in Europa il concetto di sovranità teorizzata da autori di Bodin e Hobbes, di natura assolutistica e giacobina è stato prevalente e nel mio libro l’ho chiamato sovranismo forte. E’ esistita però un’esperienza di sovranismo debole federalista non certo trascurabile che annovera nelle sue file un grande pensatore della modernità: Johannes Althiusius autore di“Politica Methodice Digesta” (1603). In Italia nello specifico è emerso da un lato un sovranismo identitario con forti caratterizzazioni regionaliste, dall’altro un corrispondente sovranismo sociale. Entrambi mettono al centro dell’attenzione i bisogni veri dell’uomo, di appartenenza, socialità, del lavoro e sussistenza economica, contro la società dei desideri artificiali creati ad hoc dal consumismo e dirittoumanista. Certamente la formazione dell’attuale governo giallo-verde è un passo avanti ma è auspicabile che si crei una è più organica sintesi tra le due anime, andando oltre il compromesso legato al contratto di governo, dotandosi di una visione d’insieme che forse per varie ragioni manca ancora.

SOFO. Come ho detto in precedenza, il sovranismo non è un contenuto bensì la rivendicazione degli strumenti necessari per creare questo contenuto che è il progetto politico per il futuro di una Patria. Ma il futuro si gioca poi tutto su quale contenuto vogliamo dare a questa Patria e qui l’aspetto identitario e quello sociale non li vedo affatto come contrapposizione, come due percorsi alternativi. Anzi. Se il fine insito nel sovranismo è riappropriarsi del destino della propria Patria per perpetuarlo, l’unico obiettivo politico che esso può avere è quello di preservarne (o ricostruirne) e rafforzarne la comunità. Ed essa, per poter esistere ha bisogno di un’identità e di un equilibrio sociale che facciano da collante a tutti coloro che la compongono a prescindere dai ceti di appartenenza, facendoli sentire parte organica di un unicum.

Quali sono le potenzialità di un sovranismo leghista?

BECCHI. Riguardo al fenomeno leghista esistono non pochi equivoci lontani da una seria conoscenza del più vecchio partito italiano. Spesso definito come un soggetto sede di ignoranza, pulsioni bassamente emotive, trasformisticamente passato dall’indipendentismo a un opportunistico nazionalismo. In realtà il leghismo ha avuto eccome una dottrina politica, il federalismo, con un pantheon di tutto rispetto con autori come Cattaneo, Miglio e la scuola valdostana ed europea del federalismo integrale, nonché l’esperienza del federalismo elvetico e ovviamente il filone culturale e metapolitico delle piccole patrie. Oggi indubbiamente c’è l’opportunità, ripartendo da Miglio, di andare oltre Miglio e in continuità con questa esperienza, coniugandola con contenuti sovranisti, conciliando unità e diversità, una sovranità che si rifaccia al modello althusiano di sovranità debole aperta all’autodeterminazione dei popoli, non antieuropeista ma per un’Europa confederale rispettosa della sovranità e identità dei popoli. Nel M5S, con cui ho collaborato, vi era inizialmente un’elaborazione ideologica dovuta a Gianroberto Casaleggio, legata a una concezione di democrazia diretta e di critica dei partiti di olivettiana memoria. Con la sua morte però si è venuto poi a creare un vuoto nell’elaborazione concettuale. La Lega non ha questo problema perché pur mutando mantiene intatto il riferimento al federalismo, certo non più inteso in senso disgregativo ma associativo.

SOFO. Ritengo che il sovranismo leghista possa essere oggi il motore o comunque l’avanguardia del sovranismo europeo essendo quello che più riesce a tenersi ideologicamente distinto da una cosa che invece viene solitamente gli viene associata: il nazionalismo. La vera sfida dei cosiddetti sovranisti oggi è coniugare la sacrosanta rivendicazione del principio di autodeterminazione del proprio destino senza rinunciare alla visione europea e soprattutto senza dimenticarsi che lo Stato nazionale, così come lo abbiamo concepito nel secolo scorso, resta comunque un modello in crisi. In crisi perché lo scenario che il mondo ci consegna di questo inizio di nuovo millennio è molto diverso rispetto a quello dei secoli scorsi: l’Europa non è più il centro del mondo, le nazioni che la compongono stanno diventando demograficamente ed economicamente sempre più minuscole di fronte alle nuove nazioni-imperi che ci stanno sovrastando. Il nazionalismo vecchio stampo non è in grado di cogliere e rispondere a questo mutamento mentre la Lega è una delle prime nonché una delle poche ad averlo capito e ad aver iniziato a ragionare su come affrontarlo da un punto di vista di modelli di organizzazione delle comunità, arrivando nel tempo a maturare una sintesi politica tra sovranismo di carattere nazionale, valorizzazione delle realtà territoriali e visione europea. Quella che, in sintesi, dovrebbe essere la cosiddetta Europa dei popoli.

Entrambi sostenete teorie elitiste e ritengono importante la formazione di una nuova classe dirigente politica e culturale. Potete spiegare ai nostri elettori questo concetto?

BECCHI. In ‘Italia Sovrana’ ho sottolineato come la contrapposizione élite contro popolo sia riduttiva, in quanto i processi di cambiamento per affermarsi hanno bisogno di una élite che sia dotata di una visione organica. Questo è ancora il limite del sovranismo nostrano. La Lega rispetto al Movimento Cinque Stelle è dotata di una classe dirigente più robusta, di quella dei pentastellati alle prime esperienze nati dal principio egualitarista “uno vale uno”. Ma come ho scritto nel mio libro auspico che Matteo Salvini formi una squadra di pensatori capaci di elaborare una visione politica complessiva. Oltre ai pur bravissimi economisti come Claudio Borghi e Alberto Bagnai che da soli non bastano, tanto più che la loro arma preferita, la critica dell’euro, è un arma spuntata. Per tornare grandi bisogna pensare in grande e non solo discutere su parametri meramente economici.

SOFO. Essere contro le élite che ci hanno governato fino a oggi non significa essere contro l’esistenza di una élite. ”Uno vale uno” non è un principio che mi appartiene, ritengo che una comunità per funzionare debba prevedere una distinzione di ruoli e di compiti in base alle capacità dei singoli, i quali tuttavia devono essere valorizzati nel loro ambito e soprattutto devono essere considerati tutti parimenti utili al fine del benessere della comunità. La sfida del sovranismo dunque è non restare imprigionata nella fase populista ma andare oltre costruendo la nuova élite, che agisca con sapienza e coscienza di quel che è il bene e l’interesse del popolo che governa. Se l’Italia ha perso EMA nonostante il numero di italiani contemporaneamente ai vertiti degli organismi internazionali vuol dire che abbiamo una élite che non opera nell’interesse nazionale. E per formarla bisogna uscire dal recinto della politica in senso stretto e creare fondazioni, think tank, laboratori, scuole, università che formino classe dirigente ispirata ai valori cosiddetti “sovranisti” sia per il settore pubblico sia per quello privato, che facciano da contraltare al predominio della “sinistra” in ambito di cultura e istruzione. In questo senso esempi da seguire sono quelli dell’ISSEP o dell’IFP in Francia.

Roberto Priora

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