DUGIN E IL SOVRANISMO

Intervista a Paolo Borgognone

Caro Paolo, grazie per averci concesso questa nuova intervista per il nostro sito. Come tutti sanno Aleksandr Dugin, durante le sue visite in Italia, ha espresso in convegni o interviste parole di piena sintonia  per tematiche care alla “generazione nero-verde” come la difesa delle comunità e identità nazionali contro il mondialismo e l’apprezzamento dei movimenti ad esso collegati.  Dal momento che le opere di Dugin sono complesse, tu che come il Talebano condividi la critica alla società aperta e la ricerca di nuove sintesi comunitarie, puoi sunteggiare per i nostri lettori il pensiero di Dugin su questi temi?

Innanzitutto grazie a voi per avermi interpellato per questa nuova intervista. Io credo che sia opportuno, per delineare una risposta plausibile alla tua domanda, partire da un punto essenziale: i liberal occidentali, i gruppi intellettuali e ideologici che fiancheggiano il regime del globalismo inumano di cui gli Usa e la Ue sono l’incarnazione a livello di governance, considerano la Russia, segnatamente a partire dalle elezioni presidenziali del 2012, «uno Stato fascista». Lo storico liberal americano Timothy Snyder ha infatti scritto, nel suo libro  La Paura e la Ragione. Il collasso della democrazia in Russia, Europa e America (Rizzoli, 2018), che dopo le elezioni presidenziali del febbraio 2012 (che Snyder considera addirittura, pur senza fornire prove o indizi che avvalorino siffatta teoria, «manipolate») la Russia si sarebbe avviata sulla direzione di una progressiva fascistizzazione dello Stato e della società. Snyder afferma che, dopo il 2012, con la rielezione di Putin al Cremlino, il governo russo avrebbe ricominciato a discriminare le ONG, gli intellettuali e i blogger filoccidentali e, con l’aiuto della Chiesa Ortodossa, Putin stesso avrebbe imposto una specie di regime de facto in cui convivono elementi di «fascismo cristiano e stalinismo». Snyder accusa anche Putin di omofobia e maschilismo, ben sapendo che questi termini non hanno alcuna valenza semantica ma sono categorie evocative imposte ad hoc dal mainstream ideologico liberale per istituire, nel mondo, una sorta di neolingua politicamente corretta che possa in qualche modo funzionare come puntello di legittimazione a sostegno del regime globalista di sfruttamento che i ricchi attuano nei confronti dei poveri. La guerra di classe che i ricchi combattono, ogni giorno, contro i poveri a livello globale, esige infatti, per legittimarsi, di far ricorso a una retorica liberal, di taglio marcatamente sinistrorsa. Anche perché, nell’ambito di una società di consumi culturalmente orientata a sinistra, il dominio dei flussi di merci, immagini e desideri futili, debilitanti ma costosi e per certi versi massificati, incontra condizioni migliori per il suo dipanarsi potenzialmente illimitato mentre, invece, nel contesto di una serie di regimi bacchettoni di destra si vedrebbe condizionato da taluni ostacoli etici e moralistici di sorta. Detto questo, nel 2011, in Russia, le forze americane, clintoniane, tentarono di infliggere un colpo mortale alla politica di ricostruzione delle fondamenta economiche, statuali e spirituali della Federazione attuata, tra numerose contraddizioni, da Putin a partire più o meno dal 2003. Le forze globaliste tentarono di assestare questo colpo approfittando della relativa debolezza in cui si trovava la Russia in quel momento, con il tecnocrate Dmitrij Medvedev, un simpatizzante dell’Occidente e l’espressione politica del lato oscuro di Putin, alla presidenza e con Putin stesso momentaneamente depotenziato e retrocesso, per motivi legali e procedurali, al ruolo esecutivo di presidente del Consiglio dei ministri. La Russia, non va dimenticato, nel 2011 era ritornata, con Medvedev, che è un uomo di Putin ma del Putin oscuro, cioè compromissorio con le forze dell’oppressione esterna (gli americani) e dell’arroganza interna (gli oligarchi), sul crinale del liberalismo e dell’atlantismo tant’è vero che Mosca concesse, in sede di Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il nulla osta per l’attacco della NATO alla Libia di Gheddafi. La Russia di Medvedev era un alleato sostanziale degli Usa. D’altronde, Medvedev non ha mai fatto mistero delle sue simpatie liberal e mandò chiari segnali, in questo senso, agli occidentali, affermando più volte di aver tagliato ogni legame con il suo passato di iscritto al PCUS, di essere un appassionato di musica pop-rock americana (musica satanica che trasmette continuamente messaggi cosmopoliti) e di far uso delle nuove tecnologie statunitensi di comunicazione globale, Internet in primis. Medvedev, in questo senso, è l’esatto opposto del Putin di Luce, ovvero del presidente russo che ha sempre rivendicato il suo passato di ufficiale del FCD e di iscritto al PCUS e che non ha mai fatto mistero di disapprovare la musica, i costumi sessuali deviati e le nuove tecnologie multimediali disumanizzanti occidentali. Medvedev è un antisovietico mentre Putin considera, tuttora, e a mio avviso a ragione, la caduta dell’URSS come la più grande catastrofe geopolitica della storia del XX secolo. Nel 2011, gli Usa, in quel momento egemonizzati dal clintonismo di ritorno, tentarono di provocare una rivoluzione colorata in Russia poiché il loro obiettivo consisteva, in quel momento, nell’evitare o nel delegittimare con ogni mezzo la rielezione di Putin al Cremlino. Il tentativo golpista, coordinato sul campo dalla parte più deteriore della società russa, ossia dai borghesi illuministi e consumisti di Mosca e San Pietroburgo (circa il 5 per cento della popolazione complessiva), fallì miseramente ma, da quel frangente in avanti, Putin fu costretto ad attuare contromisure politiche importanti per evitare la ripetizione di questo scenario destabilizzante e, è bene ripeterlo, palesemente contrario al diritto internazionale. Occorre infatti, tra le altre cose, ricordare che la tentata rivoluzione colorata del 2011 in Russia fu una sorta di prodromo, di anteprima se vogliamo, del successivo golpe americano e nazi-atlantista in Ucraina del 2014. Voglio in questa sede ribadire infatti che i rivoluzionario-colorati russi del 2011, ossia personaggi come Navalnij e le Pussy Riots, nel 2014 si schierarono incondizionatamente, insieme a tutto il carrozzone della società dello spettacolo occidentale, a fianco dei golpisti ucraini. Putin, infatti, il 23 gennaio 2012, probabilmente motivato da quanto accaduto con i fatti della Bolotnaya del dicembre precedente, come scrive Snyder «abolisce i confini legali della Federazione Russa e descrive la Russia non come uno Stato ma come una condizione spirituale  […]. Vladimir Putin si erge dunque a redentore ilyiniano che emerge da oltre i confini della storia e incarna misticamente il passato millenario russo». Naturalmente, Snyder, che è un liberal incallito, dà una valutazione negativa del fatto che la Russia non sia uno Stato-Nazione bensì un Impero, ovverosia l’espressione della geopolitica come spiritualità, come metafisica e trascendenza e che, di conseguenza, i suoi confini possano e debbano essere disegnati non certo dal Dio fasullo dei liberali, cioè il mercato, bensì dall’intelletto puro dei popoli costituenti l’Impero eurasiatico russo, ovvero il Daesin. In questo senso, e i liberal inorridirebbero dinnanzi a questa affermazione ma ciò non può che farmi piacere, i popoli d’Eurasia (e i popoli concreti più in generale, non solo i russi ovviamente) sono il Soggetto Radicale, ovvero la forza trascendente e concreta che istituisce i processi di rivoluzione conservatrice nel mondo e la loro struttura nazionale è il Dasein, cioè la passionarietà insita nell’inconscio collettivo dei popoli e delle nazioni, la Luce del Sole Nero, fondamentale per conferire l’impulso al moto costituente delle comunità di destino che si apprestano a diventare popolo organicamente inteso. L’impero eurasiatico si compone dell’unità organica, una sorta di trinità metafisica e profondamente religiosa, nel senso trascendente del termine (che sia pagano o cristiano non importa), di Dasein (l’intelletto puro, il Logos dei popoli), Soggetto Radicale (il popolo concreto, organico) e Katechon (l’imperatore romano). Non esiste popolo, né Impero, né patria, né common decency al di fuori di questa trinità premoderna e sacra. Una trinità che, ovviamente, è precristiana ma non anticristiana, finché per Cristianesimo si intende un Ordine e una Fede di impronta signorile e cavalleresca e non un canto lamentoso, arrendevole di fronte ai bisogni alienanti dettati alle masse dalla modernità liberale e fondamentalmente materialistico come quello talvolta emesso dalle odiose gerarchie clericali progressiste e conservatrici moderate vaticane. Nel momento in cui Putin si fa interprete dell’idea nazionale russa come espressione della trinità premoderna e sacra di cui sopra, ci troviamo di fronte a un presidente di Luce, l’imperatore occultato che ritorna per fare giustizia, il padre dei popoli che leva la sua spada per cacciare l’oppressione, difendere i russi fuori e dentro i confini nazionali, sostenere il patriottismo e il populismo in Europa, troncare la testa agli oligarchi, ai prepotenti e ai borghesi e abolire il regime del mercatismo internazionale. Nel momento in cui Putin, per forza o per necessità, scende invece a patti con le forze oscure incarnate dal liberalismo a stelle e strisce, dal mercatismo e dalla “società aperta”, ci troviamo di fronte a un presidente avvolto in un cono d’ombra, invisibile poiché incapace di esercitare la sua funzione storica di Katechon. È ovvio che i liberali, il ceto intellettuale occidentale manipolatore che deve ricordarci, ogni giorno, quanto dobbiamo essere devoti e grati al Dio Mercato, ossia al Vitello d’Oro, cioè alle forze del male concretizzatesi nel mondo, consideri il lato luminoso di Putin, ovvero la sua propensione eurasiatista, una specie di ideologia nazista e si spertichi, in maniera del tutto ridicola, nel paragonare Putin a Hitler (proprio mentre i più feroci nemici della Russia, cioè i nazionalisti radicali ucraini alleati della NATO e della Commissione europea, ostentano impunemente simboli nazisti alle loro adunate e sulle loro insegne militari di guerra). Tuttavia, quel che pensano i liberali non deve preoccuparci né indignarci. I liberali, infatti, devono esistere, non vanno soppressi, occorre addirittura salvaguardare, nella società e nello spettro politico di un Paese, una certa percentuale di forze liberali e permettere loro di organizzarsi e parlare liberamente poiché fino a che i liberali avranno voce in capitolo il popolo potrà riconoscere in loro i suoi nemici e tenersene dunque alla larga. Se i liberali non esistessero, il popolo farebbe più fatica a capire dove si annida il Male. I liberali sono utili esclusivamente come esempio negativo da indicare al popolo per aiutarlo a prendere coscienza di sé e per poter, così, costruire un’alternativa radicale al liberalismo e alla “società aperta”. La Quarta Teoria Politica, infatti, a prescindere da quel che dicono di essa i liberali, non è una sorta di fascismo di ritorno. La Quarta Teoria Politica non è neppure una sorta di correzione democratica del fascismo. La Quarta Teoria Politica non è né liberalismo, né comunismo, né fascismo, bensì il nuovo pensiero per il XXI secolo che, coniugando heideggerismo, hegelismo di destra ed evolismo di sinistra, organizza la società su basi non biopolitiche e biocognitive ma populiste, tradizionaliste e cooperativistiche. La Quarta Teoria Politica può, a mio avviso, essere anche definita Socialismo Eurasiatista e, in questo senso come anche il fascismo originario, ossia rivoluzionario, di sinistra e “rosso”, si inserisce nel solco tracciato nei secoli dal movimento socialista internazionale. È infatti opportuno ricordare che socialismo e spiritualità, socialismo e religione, non sono categorie antitetiche. La Quarta Teoria Politica è infatti heideggeriana, evoliana e guenoniana sul piano metafisico ma socialista nella prassi economica. Il pensiero politico elaborato da Aleksandr Dugin è infatti, a mio avviso, una sorta di bolscevismo radicale e integrale (rivoluzione allo stato puro), fortemente tradizionalista, un bolscevismo connotato da riferimenti metafisici, sovrarazionali. Potrei definire la Quarta Teoria Politica come una specie di bolscevismo fortemente rivoluzionario e irrazionalistico, che coniuga la destra dei valori (valori sovrumani ed eroici, cioè che si situano in una dimensione intermedia tra la divinità, che è intelletto puro, e l’uomo, e per questa ragione è bene paragonare la Tradizione, ovvero il dono più prezioso che Dio concede agli uomini, alla figura di un Angelo Luminoso) e la sinistra della rivoluzione (la sinistra di Lenin, che taglia la testa al drago, cioè che distrugge la borghesia come classe). Se dovessi immaginare una rappresentazione simbolica e iconografica della Quarta Teoria Politica farei riferimento a un Angelo di Luce (il popolo) che, armato di spada, tronca la testa a un drago pestilenziale (la borghesia cosmopolita e di sinistra e il padronato particolarista di destra). La Quarta Teoria Politica è l’idea-forza che pone in essere l’unica critica irrazionalistica, cioè non viziata da presupposti illuministici e positivistici di sorta, del circolo ermeneutico del liberalismo (ossia, l’individuo moderno, atomizzato e mercificato). La Quarta Teoria Politica nasce in Russia poiché la Russia è un Paese che non ha conosciuto l’Illuminismo e che, dunque, meglio si presta, rispetto a molti altri, a combattere attivamente il mondo liberal, ovvero l’Occidente (laddove, con questo termine odioso e antistorico, si vuole indicare gli Stati Uniti e un pezzo di Europa, ossia un abominio che non trova fondamento alcuno nella storia della civiltà umana). Credo di avere, con questa mia serie di ragionamenti e argomentazioni, riassunto ciò che penso della Quarta Teoria Politica e del ruolo della Russia, dell’ideologia russa, nel mondo multipolare. Il pensiero di Dugin, invece, è troppo complesso per essere spiegato efficacemente da qualcuno che non sia Dugin stesso.

Quali possono essere le coordinate per studiare le opere di Dughin?

Io consiglio di iniziare da un libro che Aleksandr Dugin scrisse nel 1991, una raccolta di saggi pubblicata da Edizioni all’Insegna del Veltro e intitolata Continente Russia. Questo libro, così come Russia segreta (elettrolibro, Edizioni all’Insegna del Veltro, 2012), è importante per comprendere a fondo la metafisica del popolo russo e le origini iperboree dell’Impero continentale eurasiatico. Continente Russia, scritto quando ancora esisteva l’URSS, è un libro importante perché fornisce una disamina impeccabile dei nazionalismi russofobi deflagrati, in tutto il loro potenziale distruttivo, all’epoca della perestrojka. Il libro di Dugin Eurasia. La rivoluzione conservatrice in Russia, Pagine, 2015, è invece fondamentale per farsi un’idea precisa riguardo a cosa consiste la metafisica del nazional-bolscevismo, ovvero la sovrastruttura politica e in un certo qual senso psicologica del popolo russo. Personalmente, considero imprescindibile la lettura del volumetto che Dugin scrisse con Alain de Benoist e che fu tradotto in italiano nel 2014 per i tipi di Controcorrente con il titolo Eurasia. Vladimir Putin e la grande politica. Il dialogo tra Dugin e de Benoist, ovvero tra i due più grandi intellettuali viventi, è illuminante ed è stato una sorta di chiave di volta per demistificare, in modo erudito e inoppugnabile, il menzognificio dilagante in quel periodo storico, nel mainstream occidentale, circa il ruolo della Russia all’interno del quadro di riferimento multipolare. Mi si permetta, arrivati a questo punto, una piccola chiosa. All’inizio del 2015, in Italia, esistevano soltanto due libri che indagavano, da un punto di vista non convenzionale, il ruolo della Russia nel mondo multipolare e la struttura nazionale dell’immenso Continente-Nazione Eurasiatico: il libro di Dugin e de Benoist che ho più sopra citato, pubblicato da Controcorrente, e il mio Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche (Zambon Editore). Questi due libri furono indubbiamente i pionieri, in Italia, di un nuovo modo di interpretare la Russia come Stato-Civiltà millenario, ruppero senza indugi i tabù conformistici sul tema delle alleanze capaci di ridefinire e superare le dicotomie storiche sinistra/destra e fascismo/antifascismo e aprirono le porte a ciò che venne dopo. Il mio libro, in particolare, individuava nettamente nei sostenitori, ucraini e non, della NATO, del liberalismo totalitario contemporaneo e della “società aperta”, i fascisti del XXI secolo, e inquadrava nel più complesso campo politico del populismo i fautori europei, anche di destra, della prospettiva multipolare e dell’alleanza con la Russia. Oggi il mercato editoriale italiano pullula di libri cosiddetti filo-russi ma, nel 2015, a parte alcuni pensatori, riviste e case editrici di nicchia, come ad esempio Aleksandr Dugin, Alain de Benoist, Giulietto Chiesa, Roberto Pecchioli, Maurizio Blondet, il sottoscritto, Eurasia, Controcorrente, Edizioni all’Insegna del Veltro e poco altro ancora, nessuno osava esporre pubblicamente tesi così radicalmente incompatibili con i presupposti ideologici del liberalismo e del cosmopolitismo borghesi imperanti in Occidente. Non a caso, Capire la Russia fu tacciato di neofascismo da alcuni circoli della sinistra radicale e ciò è dovuto al fatto che i neocon e i radicali di sinistra, anche coloro i quali si proclamano marxisti-leninisti, utilizzano le stesse categorie di analisi, ad esempio quella di fascismo/rossobrunismo, per stigmatizzare gli avversari autentici della società del capitale. I radicali di sinistra, infatti, non considerano il capitalismo, bensì il fascismo quale loro nemico principale e ignorano o eludono completamente dalla propria prospettiva il fatto che possa esistere, come infatti esiste nella sostanza, una destra anticapitalista. I libri e i saggi di Dugin tradotti più di recente in italiano, cioè La Quarta Teoria Politica (NovaEuropa Edizioni, 2018), Putin contro Putin (AGA Editrice, 2018), L’ultima guerra dell’isola-mondo (AGA Editrice, 2018) e L’Occidente e la sua sfida (EreticaMente, 2018) meriterebbero, da soli, un intero volume monografico specifico per poterli recensire e commentare a dovere. Mi limito a dire che sono libri da leggere assolutamente poiché costituiscono una sorta di coerentizzazione del pensiero di Dugin nel suo complesso. Tuttavia, chi volesse avvicinarsi al pensiero politico-filosofico di Dugin e alla Quarta Teorica Politica può anche leggere l’agile ma densissimo volumetto di Roberto Pecchioli (uno tra i più lucidi interpreti italiani della Quarta Teoria Politica), Uscire dal XX secolo. Un’idea nuova per il Terzo Millennio (Effepi, 2018), che costituisce un tentativo, molto serio, di fornire al pubblico una cassetta per gli attrezzi utilissima e prodromica per addentrarsi, successivamente, nella lettura delle opere di Dugin.

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