CASO CUCCHI: VITTIMA DI STATO

Se non sono gigli, son pur sempre figli, vittime di questo Stato

Il problema degli eventi di cronaca che, per intrinseca importanza o per la tortuosità della loro risoluzione, restano a lungo sotto i riflettori è che si prestano facilmente alla politicizzazione. Se, come insegnava Carl Schmitt, la categoria più specifica del politico è quella che determina un rapporto frontale e conflittuale di amico/nemico, per ciò stesso la politicizzazione implica di per sé anche una semplificazione del tema trattato. Si produce, infatti, una trincea che separa in modo netto e non riconciliabile buoni e cattivi, colpevoli e virtuosi e ognuno, dai bastioni rassicuranti della propria ideologia, filtra l’esperienza in base ad un prospettivismo sordo ad ogni altrui ragione.

È quello che è successo anche con la drammatica vicenda di Stefano Cucchi, giovane romano morto nell’autunno 2009 durante la custodia cautelare. Quello che è un caso di cronaca nera si è via via sovraccaricato mediaticamente di significato politico, quale scontro tra i difensori incondizionati dell’onore e l’infallibilità delle forze dell’ordine e i denigratori anarcoidi di queste ultime, ritenute empie in quanto tali, fasciste per essenza.

Il caso è stato ulteriormente surriscaldato (di proposito) dalla considerevole presenza mediatica della sorella della vittima, Ilaria Cucchi. Il suo costante sforzo di richiamo dell’attenzione pubblica, oscillando elegantemente sulla soglia della politicizzazione, ha consentito di non lasciare che il caso venisse archiviato e dimenticato. A questo proposito, utili le sono stati tanto gli endorsement di alcune parti politiche, quanto i commenti sgradevoli (passati e recentissimi) rivoltile per un suo presunto infangamento delle forze dell’ordine. Ma le dichiarazioni della Cucchi, astutamente, sono state sempre cautamente apolitiche: senza mai negare la condotta deplorevole del fratello, lei ha richiesto le scuse sempre e solo dello Stato, indipendentemente dai suoi esponenti politici contingenti. Se oltre ai risarcimenti materiali la notorietà ed il valore simbolico fornitile da questo caso la indurranno, carezzando precedenti velleità private, a sfruttare l’occasione per scendere in politica, questa sarà una scelta personale che nulla ha a che fare con il caso giudiziario in sé.

Caso che, al di là del gioco delle parti iperstimolato dai social, è ad oggi ancora aperto. Dopo una prima assoluzione delle forze dell’ordine coinvolte e la riapertura del fascicolo d’indagine nel 2015, la svolta del processo si è avuta solo poco più di una settimana fa, quando uno dei tre carabinieri indagati per omicidio preterintenzionale e abuso di autorità, Francesco Tedesco, ha confessato di essere stato presente al pestaggio di Cucchi da parte dei due colleghi, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, che avrebbe invitato a pacarsi.

Verso questi ultimi vige ancora la presunzione d’innocenza, in assenza di una condanna definitiva. Tuttavia, qualora questa dovesse ricadere su di loro, delle scuse istituzionali si renderebbero a pieno titolo necessarie – anche e proprio in quanto apolitiche. È chiaro che non si può prendere la scellerata condotta di alcuni individui come stigmatizzazione semplificatoria di un intero apparato, estendendovi la colpa; tuttavia, è altrettanto chiaro e necessario evidenziare come, nel momento in cui un rappresentante dello Stato agisce, agisce in nome dello Stato in quanto tale.

Dire ciò è indispensabile proprio per evitare motti inaccettabili come il thatcheriano “la società non esiste”. Se lo Stato fosse un’entità impalpabile e disincarnata, sarebbe tanto incolpevole quanto immeritevole; non avrebbe responsabilità, semplicemente in quanto non avrebbe alcun potere. Tutt’al contrario, per rivendicare l’esistenza dello Stato e con ciò le sue prerogative – ciò che nell’evo contemporaneo è sempre più importante fare – è necessario ammettere che lo Stato si istanzia nei suoi rappresentanti, si incarna nei suoi funzionari. Ciò consente loro di agire con la legittimità ed il potere dello Stato; ma, altrettanto, li condanna a sbagliare in nome dello Stato, nei panni dello Stato – il quale ha il dovere di educare i propri cittadini, ma non può affatto disporre della loro nuda vita e della morte. È per questa ragione, non per altre, che laddove una condanna alle forze dell’ordine vi fosse, una scusa da parte dello Stato si renderebbe assolutamente doverosa proprio per rispettare l’onore delle forze dell’ordine. Né orgoglio, né gogna; né amicizia, né inimicizia: solo giustizia, e onore di chi è autorevole proprio in quanto ammette i propri errori.

Cristiano Vidali

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: