IN RICORDO (TARDIVO) DI PAOLO SIGNORELLI

Uno degli ultimi esteti che abbiamo conosciuto

Lontano dai pascoli del conformismo e dell’obbedienza al pensiero unico. Lo prendiamo come esempio perché la nostra libertà di parola ancora manca di microfono. Lo prendiamo come esempio perché questa disfatta, che nasce nel Novecento e arriva ai nostri giorni, ci ha però consegnato, come se fosse un cielo aperto a tutte le tempeste, delle stelle ben precise, delle stelle che sono state un riferimento che ancora adesso – pur spente alla vita – sono vive nello spirito. Quella stella per tutti noi che siamo qui, per tutti quelli che non sono qui ma che conoscono, che sanno, che vivono, che hanno attraversato, è Paolo Signorelli. Il cui nome è “il Professore”, il cui nome è semplicemente Paolo, il cui nome è anche il detenuto, il cui nome è anche il testimone di un percorso esistenziale e, appunto, per questo politico.

Ho un ricordo ben preciso di ciò che è stato Paolo Signorelli per me, per quelli come me e per tutti voi, ma non possiamo costruire oggi un percorso su ciò che scavato e cucito nella nostra carne, che è poi diventato il senso e il sentimento di un’identità. E’ un segno che questa identità abbia scavato tanto dentro di noi, non so se nella ragione ma sicuramente nel gesto estetico.

La cosa che più di ogni altro distingue ciò che è stato Paolo Signorelli rispetto al nostro mondo era proprio il tratto estetico di assoluta eleganza, di bellezza, di fascino, di parola, di correttezza, di un’onestà lucente che è stata costruita proprio nella sua capacità di essere filosofo, cioè di amare la sapienza e di amarla a tal punto da saper affrontare la prepotente ingiustizia degli uomini,  piccoli e mediocri, che su di lui hanno voluto accanirsi, per cancellare proprio quel distintivo che lo rendeva unico e per questo pericolissismo di fronte all’aggressione del gregge.

Certo non possiamo che essere romantici nel suo ricordo, ma romanticismo per lui – che aveva questa capacità di essere presente e facile di parola e di ascolto con Platone, con Agostino, con Friedrich Nietzsche, con Martin Heidegger, con i grandi i giganti che hanno saputo fare questo percorso – era ben più di quanto potesse immaginare una piccola conventicola di disperati che poi distanti da lui, diversi da lui, altro non potevano dare esito che quello di essere residuali e lontani dalla voce tonante della poesia.

Ricordo benissimo la sua lezione, che fu quella di rendersi fratello con chi nelle lontane brume di una terra del nord, chiuso in una prigione, riceveva la supplica di un Papa che da Roma lo supplicava di interrompere lo sciopero della fame. L’unico detenuto che poteva capire quel gesto era Paolo Signorelli che seppe spiegare cosa sarebbe accaduto della decisione di Bobby Sands, cioè  ricevere la supplica e il regalo del Papa, era Giovanni Paolo II, un crocefisso d’oro, che presentò al cospetto dei suoi uomini, al cospetto dei fratelli di Bobby Sands, nel giorno in cui lui – spegnendosi chiuso in una bara – attraversò la folla irlandese che lo acclamava e lo aspettava in una processione che fu un canto di libertà.

Quella scena me la spiegò personalmente Paolo Signorelli quando, avendo ben chiaro cosa sarebbe accaduto di quell’atto di ribellione, volle anche dare il senso poetico di una richiesta di fraternità tra chi – avendo conosciuto la lotta sulla propria carne – di quella lotta sapeva farne poesia proprio perché era viva, materia viva da dare a tutti noi, non solo come esempio ma come libro dove corre il sangue, dove si costruisce la libertà per tutti, soprattutto per chi non la capisce, per chi sa dare solo prigione.

E’ una stella Paolo in questo cielo. Adesso suona quasi strano dire “il nostro mondo”, è una fatica perché non sappiamo più che cosa è diventato tutto ciò, qualcosa di residuale, qualcosa che va a spegnersi, qualcosa che trova di tanto in tanto un luccichio che sembra essere presagio di un qualcosa che arriverà.

Credetemi io ce l’ho una difficoltà interiore, mi sento sempre più come se questo nostro mondo avesse perduto ormai quel riferimento che potesse spiegare anche lo stare insieme, anche il semplice riconoscersi. I dieci anni di martirio attraversati da Paolo con il senno di oggi, chissà cosa diventerebbero con la cattiveria di questi nostri tempi, con l’assenza di qualsiasi spazio per il romanticismo. Questi tempi, lo ricordava Nando Signorelli, sono diventati proprio i tempi della maledizione cinese – quando i cinesi dicono “ti auguro di vivere tempi interessanti” -. Viviamo tempi in cui nessuno ha più la capacità di riconoscere chi gli è fratello, tempi in cui nessuno ha più a disposizione un alfabeto, un libro, una casa, un mondo dove costruire una comunità ed è significativo che il migliore di tutti noi oggi sia presente qui in spirito e dobbiamo dargli voce e dobbiamo dargli tempra, dobbiamo dargli quella giustizia giusta che il gregge gli ha negato.

Io non posso che lanciare quello che potrebbe essere una augurio, di far sì che il lavoro di Paolo Signorelli – che è appunto questa fiamma di viva luce – sia ancora una volta poesia perché basterebbe scorrere passo dopo passo le sue parole, basterebbe ripercorrere passo dopo passo le sue giornate e le sue azioni, basterebbe riavvolgere il nastro che ognuno di noi ha di Paolo Signorelli per spiegare tutto semplicemente con un sorriso, quel sorriso che soltanto lui – attraverso il brillio dei Ray-Ban  – sapeva dare, in una sorta di sberleffo da destinare a chi ha a disposizione solo il futuro di mangiamorte, mentre invece lui seppe bere la vita.

Pietrangelo Buttafuoco per barbadillo.it

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