ARCI: PERCHÈ IL FINE DI LUCRO NON FA POI COSÍ SCHIFO

Quando la cultura si nasconde in una discoteca

Prosegue la colaborazione tra Il Talebano e affaritaliani. Stavolta, all’ordine del giorno, l’annosa questione: ma le ARCI paganole tasse?

Mentre tiro fuori dalla tasca i 10 euro, mi viene in mente quel vecchio amico di Forlì che con altri amici aprì a tutti gli effetti un ristorante, registrandolo come circolo ARCI. Trovarono un posto, misero per iscritto atto costitutivo, Statuto e qualche altro documento e il gioco fu fatto. Lo fanno in molti.

Arci sul suo sito dice che che: “un circolo non è un negozio o un bar, ma nasce dall’iniziativa di cittadini che, senza fini di lucro, si associano per sviluppare un comune interesse…”, per poi aggiungere che si può ottenere un compenso ma non si può perseguire uno scopo di lucro. L’attività commerciale nell’ambito di un ente non profit può esistere infatti, solo a condizione che rispetti i requisiti richiesti dalla legge e che si configuri secondaria e sussidiaria rispetto all’attività istituzionale.

Dunque, una gran parte dei circoli culturali/di promozione sociale in Italia e a Milano, a quanto pare sono farlocchi. Sono un semplice escamotage per aprire locali aggirando licenze, normative e godendo di legislazioni più morbide: vantaggi fiscali e tributari (ad es. le Associazioni rientrano nel novero di quei contribuenti per i quali il Legislatore sancisce l’esonero dall’obbligo di rilascio della ricevuta e dello scontrino fiscale), possibilità di svolgere le proprie attività associative e di somministrazione senza limiti orari, controlli meno stringenti. Circoli privati con uffici stampa che fanno marketing e pubblicità degli eventi ovunque, proprio come le grandi aziende. E che pur essendo associazioni a scopo sociale, ormai praticano nei loro locali prezzi persino più alti rispetto ai privati.

Concorrenza sleale, segnalano i gestori dei locali. Concorrenza sleale a rischio minimo ricorrendo all’affiliazione a reti associative (Arci, Uisp & Co.) che sembrano onnipotenti. Perché la politica non osa andare a indagare che cosa si nasconde dietro fantomatici circoli culturali o sportivi che funzionano da banali discoteche o bar. Perché guarda caso l’affiliazione alla quale ricorri per avere facilitazioni ed evitare problemi è con reti associative esplicitamente politiche, Arci su tutte. Dunque non ci stupisce che Pisapia e compagnia mai si siano posti il problema e non vorremmo scoprire un giorno che si chiude un’occhio davanti all’elusione delle tasse, perchè comunque da quelle reti poi arrivano i voti. Perchè questa evasione legalizzata rende meno credibile e meno possibile la lotta del Comune all’evasione illegale di chi non batte scontrino fiscale.

E allora, dice Vincenzo Sofo, il “talebano” presente nelle istituzioni milanesi tra le fila della Lega Nord: chi usa la cultura come finzione per evadere fisco e normative va perseguito. È giusto elevare la cultura rispetto all’intrattenimento e garantire a essa un trattamento particolare. È inammissibile che esistano due pesi e due misure tra realtà che nei fatti sono dello stesso tipo. Bisogna fare regole e controlli uguali per tutti. Bisogna mettere non solo i circoli politicamente vicini ma chiunque voglia aprire un’attività nelle condizioni di poterlo fare. Servono politiche per abbattere il monopolio Siae così da favorire il fiorire della musica dal vivo. Serve ridurre le tasse sui dehors. Serve attivare agevolazioni per chi apre locali nelle periferie, così da rivitalizzare tutta la città e non solo il centro. Tutte politiche di buon senso che farebbero il bene di Milano, ma che farebbero arrabbiare i comitati elettorali di Pisapia e Sala.

Dario Leotti per affaitaliani.it

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