QUANDO LA GUERRA CHIAMA L’EUROPA

(e noi siamo preparati come la US Navy il 7 dicembre del 1941)

Inutile nascondercelo: se l’obbiettivo degli attentatori di Parigi era mostrare la debolezza europea, il risultato è pienamente riuscito. Altrettanto inutile soffermarsi troppo sulle forme che il caos possa avere assunto. Da un lato la reazione al limite dell’isterico da parte dei soliti incommentabili che invocano nuove crociate sulle orme di George W. Bush, colpevolmente dimentichi – ad esser buoni – che proprio con quella politica è stato messo in Medio Oriente il primo seme per la destabilizzazione della regione e la crescita delle correnti jihadiste che oggi colpiscono in Europa. Dall’altro la solita ondata di putridume in salsa hippie, uno spaccato umano inchiodato alle logiche dell’apparenza, del dire la cosa politicamente corretta e mentalmente aperta, quella, insomma, che ti permette di salire sul piedistallo di una pseudo cultura creata ad arte per farti sentire sempre nel giusto, salvo poi scoprirti impotente di fronte alla realtà soverchiante.

L’occidente trionfa ovunque, dell’Europa ancora nessuna traccia. Solo un solitario, commovente, riflesso nel composto atteggiamento di Marine Le Pen: tricolori francesi messi a lutto e sospensione di quel becero processo di marketing che è la politica elettorale democratica. Nonostante tutto, forse c’è ancora qualcuno in grado di andare oltre le meschine logiche di parte, riconoscendosi in un valore trascendentale riconciliatorio, superiore a qualunque divisione: quello che i nostri nonni avrebbero riconosciuto come l’agire nel supremo interesse della patria, trattenendo un pianto silenzioso alla vista del sangue dei suoi figli, serbando negli occhi la determinazione di dare battaglia per la sopravvivenza.

Noi questo ce lo siamo dimenticato. Abbiamo lasciato marcire il nostro retaggio ed ora scopriamo di essere vulnerabili. Non siamo più in grado di comprendere la logica che porta un individuo a sacrificarsi in nome di qualcosa di superiore, anzi lo interpretiamo come un atto che di per sé diminuisce l’uomo. Da Hollande ad Obama siamo capaci di appellarci unicamente alla difesa della nostra libertà nichilista, quella che in nome dell’individuo e del consumo ha fatto deserto del nostro spirito. In questi giorni sta girando un’immagine eloquente, che la dice lunga sui nostri valori di riferimento: una ragazza nuda, un alcolico tenuto alto sopra la testa in segno di sfida, alle sue spalle una dichiarazione: “esci di casa, bevi, ascolta la musica, balla, mangia, scopa, spogliati, sii libero, vivi”.

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E allora ecco che ci stupiamo, non concepiamo il fatto che giovani cresciuti nella profumata terra della libertà possano uccidere in nome di Allah. Ecco la nostra sconfitta ed il fallimento della vostra supposta società multiculturale.

“Gli esperti ci spiegano con tono grave che i giovani jihadisti sono bambini che hanno “perso i loro punti di riferimento”. E se invece li avessero trovati? Anche un ideale fuorviato rimane un ideale. E’ cosi anormale, quando si hanno diciotto o vent’anni, sognare di arruolarsi, di combattere e di morire per qualcosa in cui si crede? Voler dare un senso alla propria vita partendo per raggiungere una zona del fronte? E’ davvero più normale interessarsi soltanto al calcio, ai giochi televisivi e ai punti di pensione? La società attuale, che ha consacrato il tipo del narcisista immaturo, l’Europa attuale, impotente e paralizzata, la Francia attuale, svuotata di ogni energia, sono ancora capaci di comprendere l’attrattiva del combattimento? E noi siamo ancora capaci di leggere queste righe del poema di Victor Hugo “L’Enfant” – “Che cosa vuoi? Fiore, bel frutto, o l’uccello meraviglioso? / Amico, dice il bambino greco, dice il bambino dagli occhi blu, / Io voglio polvere e proiettili” (Les Orientales, 1829)? Cosa abbiamo da proporre ai giovani tentati dalla jihad, a parte la sequela lavoro-metropolitana-sonno-video, gli smartphone e la disperazione sociale? Dov’è il grande progetto collettivo a cui potrebbero prendere parte? Che motivo si è offerto loro per entusiasmarsi per un’idea che passi sopra le loro teste?” [A. De Benoist]

Allora continuiamo pure a stupirci: staremo a vedere quali altre sorprese emergeranno dai buchi neri che si allargano a macchia d’olio sul suolo europeo, nelle periferie delle nostre capitali, lontani dalle luci abbaglianti della società dello spettacolo e dalla dolce, grassa, melodia della retorica umanista. Più di cento morti ammazzati nel cuore del continente significano una sola cosa: questa è una guerra che non si risolverà bombardando coi droni qualche paese lontano né con condivisioni strappalike di Imagine. Non è una questione diretta contro l’Islam in quanto tale (di cui il wahabismo che ci sta facendo sanguinare è solo una delle tante declinazioni), ma qui c’è in gioco una lotta di sopravvivenza per assicurare un futuro alla nostra identità di popoli europei, alla nostra Civiltà, intendendo con questa non di certo la fogna liberale che propagandano certi fogliacci nostrani, ma la storia millenaria a cui abbiamo deciso di rinunciare: basti pensare alla velocità demografica con cui stiamo letteralmente venendo sostituiti da altri popoli sul territorio per cui i nostri antenati si sono battuti per secoli.

Abbiamo di fronte un futuro che metterà alla prova ciascuno di noi, toccandoci in maniera personale. Sarà meglio riabituarsi in fretta al tocco della storia, perché, quando questa civiltà minuscola sarà costretta a guardarsi allo specchio, i nodi -inevitabilmente- verranno al pettine.

Daniele Frisio

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