DÒ PAROL PER EL POR PAROLIN

Un titolo che è uno scioglilingua per un voto che è un affronto

Sono noti a tutti i risultati del recente referendum irlandese sul matrimonio omosessuale, i quali hanno introdotto tale pratica anche nella verde isola di smeraldo il 22 maggio appena trascorso.
Altrettanto nota è la considerazione fatta dal Segretario di Stato del Papa, il Cardinale Pietro Parolin, che ha senza mezzi termini definito quel 62,1% che ha introdotto il matrimonio gay nella legislazione irlandese una sconfitta non solo dei principi e dei valori cattolici, ma dell’umanità tutta:

Sono rimasto molto triste di questi risultati in Irlanda. Certo come ha detto il vescovo di Dublino bisogna tenere conto di questa realtà, ma a mio parere, si deve anche rafforzare l’impegno e lo sforzo per evangelizzare. Io credo che si possa parlare non soltanto di una sconfitta dei principi cristiani ma di una sconfitta dell’umanità”; “La famiglia rimane al centro e dobbiamo fare di tutto per difendere, tutelare e promuovere la famiglia perché ogni futuro dell’umanità e della Chiesa anche di fronte a certi avvenimenti che sono successi in questi giorni rimane la famiglia. Colpirla sarebbe come togliere la base dell’edificio del futuro.

Diverse le reazioni dei mass-media al discorso citato poc’anzi, si passa da testate (quali ad esempio il Corriere della Sera piuttosto che Avvenire) che si sono limitate a riportare le parole del Cardinale senza inserire commenti di sorta ad altre (come Il Fatto Quotidiano) che hanno espresso un parere, sia esso favorevole o contrario, a quanto detto dal Segretario di Stato.

Di interesse maggiore può risultare invece il paragone con quanto affermato sul medesimo argomento da altri esponenti della Chiesa, tra i quali prenderò come caso emblematico le considerazioni sul matrimonio omosessuale del vescovo siciliano Domenico Mogavero:

Uno Stato laico non può fare scelte di tipo confessionale e la Chiesa non può interferire nella sfera delle leggi civili […] Le unioni civili riguardano i diritti di persone che nella relazione di coppia e sociale chiedono garanzie per il loro vivere quotidiano. Se ciò non comporta omologazione, non vedo ostacoli alle unioni civili. Gli attuali modelli giuridici non riescono a imbrigliare la realtà. C’è una distanza tra l’essere che è la vita e il dover essere rappresentato dalle norme. Le leggi sono cristallizzate, fotografano condizioni generali che negli ultimi anni sono profondamente mutate

Diverse considerazioni si impongono di fronte a quanto riportato. In primis, va ricordato come nell’opporsi a determinate derive legislative (siano esse la legalizzazione dell’aborto, le leggi sulle unioni o sull’adozione gay) nessuno è intenzionato ad imporre una visione religiosa alla società (e men che meno una religione di Stato), ma solo difendere quella legge naturale iscritta nel cuore di ogni uomo, sia esso credente o meno, e universalmente valida per ogni tempo e per ogni cultura: l’opposizione della Chiesa e dei cattolici a queste derive nasce infatti dalla volontà di difendere dei principi che, oltre ad essere non negoziabili, sono alla base di qualsiasi umano convivio degno di questo nome. In secondo luogo, si denota una totale arrendevolezza nei confronti di quello che sono le ultime tendenze del mondo, unitamente con la pretesa che la Chiesa si adegui ad esse. Diversamente da Mons. Mogavero la pensarono però San Thomas Becket, che pur di non cedere ai soprusi del re d’Inghilterra si fece uccidere nella cattedrale di Canterbury, oppure quel San Tommaso Moro che venne pubblicamente giustiziato per non aver acconsentito alle brame di Enrico VIII, piuttosto che gli innumerevoli martiri che contraddistinsero i primi secoli di vita del Cristianesimo, il cui sangue divenne “seme di nuovi cristiani” (Tertulliano). Infatti, se la Chiesa se si fosse piegata di fronte a qualsiasi potentato piuttosto che tendenza dominante che ha trovato nei suoi 2000 anni di storia, il romanziere inglese Chesterton non avrebbe avuto alcun motivo di dire che “La Chiesa Cattolica è l’unica realtà che libera la persona da una schiavitù degradante: quella di essere soltanto un prodotto del proprio tempo”.
Insomma, tra le parole di Mons. Mogavero e quelle del Card. Parolin non potrebbe esserci uno scarto maggiore: nel primo caso abbiamo una resa pressochè incondizionata alle arroganti pretese del mondo, mentre nel secondo una coraggiosa testimonianza di fedeltà alla Verità evangelica e un forte invito ai cattolici ad impegnarsi a fondo nella linea tracciata ai suoi tempi dal Concilio Vaticano II e proseguita da Papa Francesco: la nuova evangelizzazione di un mondo ormai secolarizzato. Se da un lato vi è la resa, dall’altro vi è quello che oggi è più che mai necessario: parole chiare per un momento storico che tende sempre più ad incupirsi.

La Redazione

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5 Commenti su DÒ PAROL PER EL POR PAROLIN

  1. Martino Mora // 4 giugno 2015 alle 17:36 // Rispondi

    Apprezzo molto il titolo (w il dialetto a prescindere), il richiamo presente nell’articolo alla legge naturale, e il biasimo per Mogavero e quelli come lui. Non condivido invece due punti. Il primo è l’idea che il Concilio Vaticano II rappresenti la via di una nuova evangelizzazione, quando è stato proprio il Concilio l’inizio della secolarizzazione della Chiesa, del suo venire a patti col mondo, del suo allontanamento dal sacro, dalla dottrina di sempre e dalla Tradizione. Se la Chiesa è divenuta una grande società liberale dove convivono i Mogavero e i Parolin. l’ortodossia e l’eresia, la fedeltà e il tradimento, ciò è dovuto anche al Concilio. Su Bergoglio preferisco non esprimermi, anche se da certe sue affermazioni risulta abbastanza impegnativo considerarlo come “cattolico”.
    L’altro punto che non mi convince riguarda la seguente affermazione: “Nessuno è intenzionato ad imporre una visione religiosa alla società e men che meno una religione di Stato”. E perché mai, di grazia? Non è questa un’affermazione tipicamente liberale? La Chiesa ha sempre insegnato il contrario, fino al Concilio, appunto. In realtà tutte le società tradizionali e comunitarie erano e sono impregnate di visione sacrale e religiosa. Nelle società tradizionali, a qualunque religione la comunità appartenga, essa non è mai separata ma al massimo distinta (come nel Medioevo cristiano), dall’autorità politica. in alcuni casi (islam, paganesimo, ebraismo antico) nemmeno distinta dalla sfera politica e dalla appartenenza comunitaria del gruppo. Quindi escludere che una società possa essere guidata da principi religiosi significa accettare il presupposto laicista e tipicamente liberale di uno Stato neutrale che non sa offrire alcuna visione di vita buona aprendo le porte al nichilismo di massa. Significa sposare la modernità individualista, contro il radicamento e la comunità

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    • E’ innegabile che l’ondata progressista venuta negli anni successivi al Vaticano II abbia rappresentato una resa al mondo piuttosto che un suo tentativo di evangelizzazione, ma da lì a dire che le origini di ciò stiano nel Concilio stesso è a dir poco azzardato. Inoltre, va sfatato l’equivoco secondo il quale prima del CVII fosse tutto rose e fiori, quando in realtà non lo era affatto data la presenza, accanto ovviamente a numerosi aspetti positivi, di un clericalismo odioso e di una teologia morale sclerotizzata sulla casistica che aveva oggettivamente bisogno di una riforma nella continuità, come appunto il Vaticano II fece.
      Si può pacificamente non apprezzare lo stile del Papa, piuttosto che il suo metodo comunicativo o civilmente non essere d’accordo con ciò che da lui affermato non rientra nell’ambito di formulazioni vincolanti in coscienza, ma da qui a dire che non sia cattolico ce ne passa eccome, un’affermazione del genere di fatto porta dritti ad un sedevacantismo de facto (e questa volta sì che siamo fuori dal Cattolicesimo).
      Non ha senso parlare oggi di una religione di Stato per il semplice motivo che i cattolici in Italia rappresentano una minoranza che non è nelle condizioni di imporre nulla. Certo, laddove fossero la maggioranza non ho nulla contro di principio, ma proporre oggi un ritorno ad essa significa deragliare pesantemente dai binari del realismo, dato che la situazione odierna richiede, prima di cristianizzare lo Stato (cosa a cui sono perfettamente favorevole, ma ci si deve arrivare per gradi), una rievangelizzazione della società civile

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  2. Martino Mora // 5 giugno 2015 alle 18:28 // Rispondi

    Caro Sesia, quando Bergoglio afferma, in interviste da egli stesso successivamente fatte pubblicare della casa editrice Vaticana, che “Dio non è cattolico”, che “Non voglio convertire nessuno”, che “Il proselitismo è una solenne sciocchezza”, e dulcis in fundo che ognuno ha la sua visione del bene e del male e che l’importante è che possa realizzarla (anche nazisti, comunisti, abortisti, omosessualisti, massoni ed usurai hanno la loro visione del bene e del male), dice cose cattoliche? No, dice cose anticattoliche, contrarie al vangelo e al catechismo. Io mi limito a constatarlo, e quindi non è colpa mia se Bergoglio dice cose non cattoliche o anticattoliche. E’ un dato di fatto. Se il re gira nudo la colpa non è di constata che gira nudo, ma semmai del re che gira senza mutande ( e magari di coloro che di fronte all’evidenza persistono a dire che è vestito di tutto punto.
    Il “clericalismo odioso” e la “teologia sclerotizzata” sono assai meglio di una situazione dove almeno la metà di preti, vescovi e cardinali alla Mogavero preferiscono insegnare che aborto, adulterio ed omosessualismo in fondo non sono male.
    Cosa c’entra il Vaticano II? C’entra perché è il luogo dove si è consumata la prima rottura con la Tradizione sulla libertà religiosa e lo Stato laico liberale (“Dignitatis humanae”), sull’ecumenismo (“Nostra aetate”) e l’apertura alla mentalità antropocentrica con la “Gaudium et spes”. Queste encicliche, sian pure solo in certi passi, tendono a contraddire il Magistero precedente, soprattutto quello dei pontefici del XIX e XX secolo fino a Pio XII compreso, Non a caso alcuni suoi protagonisti (tra cui il cardinale Suenens, grande amico ed elettore di Paolo VI) definirono il Concilio come “il 1789 della Chiesa” o anche la sua “Rivoluzione d’ottobre”.
    Insomma, come sostenne Paolo VI nel discorso finale alla chiusura del Concilio (7 dicembre 1965) in cui affermo: “L’umanesimo laico e profano alla fine è apparso nella sua terribile statura ed ha in un certo senso sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto Uomo si è incontrata con la religione dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Una lotta, uno scontro, un anatema? Poteva essere, ma non è avvenuto….riconoscete il nostro nuovo umanesimo, anche noi, più di tutti, abbiamo il culto dell’uomo”.

    Si è visto dove questo culto dell’uomo ha condotto la Chiesa.

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    • Federico Sesia // 8 giugno 2015 alle 20:38 // Rispondi

      Il problema è che il progressismo cattolico altro non è se l’eccesso di reazione ad una situazione precedente tutt’altro che positiva, se oggi alcuni buttano via l’acqua sporca assieme al bambino è anche a causa degli eccessi di rigorismo del periodo precedente al Vaticano II. (è molto eloquente ciò che scrisse a riguardo Jacques Maritain nel suo Il Contadino della Garonna). Poi onestamente, tra preti che definiscono aborto e unioni civili conquiste di civiltà e preti che parlano più dei centimetri delle gonne che di Cristo preferirei una sana via di mezzo.

      La questione Dignitatis Humanae e libertà religiosa sono precisamente la dimostrazione di quella riforma nella continuità dell’unico soggetto Chiesa di cui parlò nel 2005 Benedetto XVI, per specificare rimando a considerazioni estrapolate da questo articolo: http://www.papalepapale.com/develop/gherardini-c-la-madre-di-tutti-gli-equivoci-la-liberta-religiosa-appendice/
      “Ciò che muta non è dunque la dottrina sulla libertà, ma la sua modulazione giuridica e quindi politica: la libertà religiosa non è altro che un punto di vista diverso dal quale guardare la libertà umana in quanto tale. Da un punto di vista dottrinale, il Concilio non fa altro che ripetere ciò che da sempre si sa.

      Ciò che cambia è che, se prima tale libertà non trovava sbocchi giuridici così espliciti – ma è bene ricordare che comunque nella prassi, mai si è assistito a conversioni forzate di ebrei e musulmani (che venivano magari mal tollerati in seno all’orbe cattolico, ma comunque pur sempre lasciati liberi di non aderire alla fede cattolica), volute dall’autorità ecclesiastica nella storia della Chiesa –, ora invece li trova. Ma ciò non intacca in alcun modo i principi, in quanto il principio e la modulazione storico-politica (e quindi giuridica) del principio sono due cose diverse.

      Ciò che fa il Concilio non è modificare il principio ma è prendere atto delle mutate situazioni storiche: se, in presenza di una Cristianità, cioè di una società omogenea fondata su una maggioranza cattolica schiacciante, aveva senso la precedente modulazione giuridica con la presenza di Stati – o comunque comunità politiche – confessionali, oggi, in una società secolarizzata, ciò non è più materialmente possibile; e si prende anche atto di un’altra realtà, più visibile nel mondo globalizzato odierno: quella dei cristiani in terra infidelium: di fronte al problema del mancato riconoscimento della piena libertà dei cristiani in paesi musulmani, orientali, o totalitari, la Chiesa non può chiaramente chiedere uno Stato confessionista, ma deve richiedere libertà per i cristiani presenti in quelle terre.”

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  3. Martino Mora // 11 giugno 2015 alle 11:57 // Rispondi

    Tutti i papi precedenti a Paolo VI hanno condannato la “libertà religiosa” perché al di là del bel concetto che porta con sé (più illusorio che reale: pensiamo alla libertà delle sette sataniste, per esempio) esso convoglia con sé il primato dell’individuo e la neutralità dello Stato dal punto di vista religioso e valoriale Questo significa che lo Stato, neutrale per definizione, non riconosce alcuna verità trascendente e di conseguenza in pratica alcun modello di vita buona anche aristotelicamente intesa. E’ una falsificazione storica sostenere che l’accettazione della “libertà religiosa” sia in linea con la Tradizione, quando ne è una sconfessione evidente. Come l’accettazione dell’individualismo atomistico dei diritti umani, come l’avvicinamento al mondialismo Onu, come l’idea che le religioni monoteiste adorino lo stesso Dio (alla faccia dei dogmi della Trinità e dell’Incarnazione). Quindi l'”ermeneutica della continuità” è il gioco delle tre tavolette. Su alcuni punti c’è evidente discontinuità. Quanto questa discontinuità abbia giovato alla Chiesa è sotto gli occhi di tutti.

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