DIRITTO ALLA FELICITÀ: UNA CASA PER REMO

Intervista ai "dimenticati dallo Stato" della nostra inviata dallo smalto rosso.

Come glielo spieghi che tu sei lì gratis, per raccogliere una testimonianza nella speranza che lo Stato torni a occuparsi di loro, anzi di noi? Come glielo dici che non è vero che c’è un limite alla felicità perché è una condizione interiore, uno stato dell’animo? In che modo reagisci quando realizzi che sono davvero troppi ormai gli italiani che non hanno più un paio di scarpe con la suola buona che permetta loro di andare a cercarsi un lavoro perché è stata consumata insieme alla speranza stessa di trovarlo quell’impiego quasi inesistente? Provi a parlare col cuore anche se sai già che a certe condizioni, raffreddato e desolato da tanta povertà, quel muscolo s’indurisce. Ma nonostante le condizioni avverse, non imputabili a un loro atteggiamento sbagliato o a un loro errore (perché la crisi non guarda in faccia a nessuno) non vanno a rubare. Non ci pensano proprio, a rubare, gli italiani sfrattati e sfruttati, gli esodati, emarginati, disperati. Quelli che la società si ostina a non voler vedere perche troppo impegnata a salvare l’umanità. Sì, siamo il Paese del paradosso: facciamo i finti buonisti, che si fanno in quattro per aiutare il mondo a integrarsi con la nostra civiltà, e poi abbiamo paura ad aprire la porta al vicino di casa… Giochiamo a fare i supereroi o peggio, i “froci cor culo dell’altri”.

Remo e i suoi amici non trovano lavoro perciò passano il tempo a cercarlo, consumandosi le scarpe, appunto.

Uno di loro, Luciano, fa il garagista un giorno a settimana. “Quello c’è. Non posso pretendere di più. Sono milanese, nato a Milano e a un certo punto mi sono ritrovato senza casa né lavoro. Quello che guadagno un giorno a settimana non mi basta per vivere ma non trovo altro. A 61 anni suonati cosa vuoi che trovi. Prima facevo il fisioterapista nei villaggi e guadagnavo novanta euro all’ora. Quelli sì che erano bei tempi. Poi mia madre si è ammalata e ho deciso di lasciare il lavoro per starle accanto. Ma quando finalmente ho avuto la possibilità di tornare a lavorare perché di lei si prendeva cura mio fratello, non ho più trovato nulla; nel frattempo ho finito i soldi e sono finito al dormitorio”
“E Tua mamma dove vive?”
“A casa di mio fratello ma io non ci sto. È troppo piccola”
“Hai trovato qualche amico al dormitorio?”
“Sì, Remo che adesso ha una casa e mi ospita. A noi italiani che siamo in mezzo a una strada non ci pensa nessuno. Anche se sei alto in graduatoria e hai la possibilità di farti assegnare una casa popolare ma non hai tre mesi d’affitto da pagare anticipatamente perdi l’occasione e casa ‘tua’ magari te la vedi soffiare sotto il naso da un extracomuniatrio aiutato dalle associazioni che ricevono dallo Stato il denaro destinato a loro. Insomma è un po’ come sentirsi stranieri in patria. Versiamo in conidzioni economiche disperate senza poter fare nulla per cambiare le cose. E ci proviamo tutti i giorni a cercare un impiego”
“È vero – dice Remo -. Lo Stato ci ha abbandonato a noi stessi ma noi non siamo arrabbiati. Sì ogni tanto ci demoralizziamo, quando ci dicono magari che hanno trovato morto di freddo un senzatetto, uno di noi, però cosa possiamo fare?”
“Quindi alla fine accettate l’ineluttabilità della sorte?” domando.
“Quando non hai altra scelta ti fai bastare una sigaretta, una birra e degli ottimi amici come Luciano” risponde Remo.
“Abbiamo imparato a essere felici – esclama Luciano – non ci manca nulla a parte il lavoro. Ho trovato anche casa grazie a Remo. Mi spiace solo di non aver abbastanza soldi per aiutare mia madre ma non posso pretendere di più”

NON POSSO PRETENDERE DI PIÙ…
E la chiamano felicità? Per me somiglia più a una misera, avvilita, mal celata rassegnazione. Un diritto alla dignità schiacciato sotto le suole consumate delle scarpe, proprio come la cicca di sigaretta offerta da un passante. Non riesco a comprendere la loro voglia di sorridere alla vita nonostante tutto.

“Possibile non essere indignati a certe condizioni?”
“Tu che ne sai! Tu stai facendo il tuo lavoro da giornalista e te ne stai beata nel tuo mondo bella biondina con lo smalto rosso. Siamo arrabbiati. Io sono incazzato! Pensavo di sistemarmi e trovare un lavoro qui come hanno fatto altri miei amici in 5 anni e invece faccio la fame e non gliene frega un cazzo a nessuno!…”

A parlare è Hassan, il cui nome dovrebbe voler significare ‘colui che abbellisce, che migliora’ ma forse se n’è dimenticato. Egiziano e incazzato, è in Italia dal 2004.  Inizia sommessamente dichiarando di aver lasciato il suo Paese per migliorare la sua vita e fino al 2009 c’era quasi riuscito… Era troppo felice in Sicilia in quel periodo dice, poi si traferisce a Milano, lavora in fonderia, fa il magazziniere e… iniziano i guai.

“C’è un limite alla felicità?”
“Non esiste più la felicità, è un termine del passato e se ancora non lo hai capito hai sbagliato tutto a intervistare me!” – Hassan  inizia così uno sproloquio che parte dalle mie unghie (mai più smalto rosso!) e termina con delle ‘non risposte’ quando gli domando come vive. Mi dice che i suoi diritti sono stati calpestati, che questa nostra Italia è un Paese di merda che promette tanto e non dà nulla e forse certe domande dovrei evitarle.

Mi ha messo la pulce nell’orecchio ora… Ma davvero la felicità non appartiene più alla nostra epoca? E se il lavoro e la casa nostri sacrosanti diritti sono stati calpestati, mi domando perché non sappiamo arrabbiarci se non riusciamo più nemmeno a essere felici? Possibile che a essere arrabbiati siano gli extracomuntari mentre noi italiani abbiamo persino paura di chiedere ciò che ci spetterebbe? Siamo solo capaci di arrabbiarci davvero quando cinquecento delinquenti ‘stipendiati’ e travestiti da black bloc distruggono tutto, compreso il futuro dei loro figli?

Just for info: Remo viveva in Brasile, faceva l’allevatore di tori. Stava bene con la sua compagna, fino a quel triste giorno da dimenticare. Durante il parto le cose si complicano; né lei né il bimbo che aveva in grembo sopravvivono… In un attimo il nostro amico vede sfumato il sogno di una vita e viene espulso immediatamente dopo la morte di lei, perché non erano sposati. Queste sono le rigide leggi brasiliane per gli extracomunitari (proprio come le nostre). Remo ora grazie a una raccolta fondi è riuscito ad accedere all’alloggio aler e a ospitare Luciano, conosciuto al dormitorio. Lui non è che uno dei tanti italiani senza tetto che puoi incontrare alla fermata dell’autobus in una giornata di pioggia mentre cerca riparo sotto la pensilina…. Uno dei pochi che forse, grazie a Dio, potendo ripararsi dal freddo continuerà a cercare una soluzione… Con rassegnazione, senza più un briciolo di sana indignazione ma con una luce negli occhi che nessuno spegnerà mai perché sa che nonostante tutto la sua ricerca della felicità riguarda anche noi.

Terry Schiavo

 

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