NUOVO REALISMO, VECCHI RISCHI

E non stiamo parlando di Rossellini e Visconti

Da diversi anni ormai ha preso piede una moda filosofica costruita per arginare le derive del cosiddetto “post-modernismo”, accusato di aver tolto dignità alla Verità, all’oggettivo che si nasconde alle spalle di ogni lettura soggettiva. “Non esistono fatti, solo interpretazioni”: in questa frase di Nietzsche autori di spicco del nuovo realismo come Markus Gabriel e Maurizio Ferraris rintracciano l’apice di un lungo processo di decadenza nella storia del pensiero, il culmine del relativismo.

La rivincita del Reale quindi, ma allora ci sarebbe da chiedersi quale sarebbe questa vera Verità tanto bistrattata da Kant in avanti. Per contrastare il relativismo, con cui viene fatto coincidere tout court l’intero apparato del sistema filosofico moderno, ciò che infatti viene proposto è di calare dall’alto delle verità universali indiscutibili. Sostituire cioè un modello di pensiero in cui la conoscenza è costantemente elaborata dall’azione interpretativa del soggetto, carico di filtri biologici, culturali, psicologici, che determinano la sua esperienza della realtà –un mondo insomma dove non esiste un “esterno”, una realtà invariabile fuori di noi, che resta identica per l’essere umano di ogni epoca così come per ogni creatura dotata di sensi- ad uno in cui una non ben definita realtà si imporrebbe da una non ben definita verità esterna che determinerebbe la sua stessa interpretazione.

In questo senso il Nuovo Realismo appare come un inquietante supporto ideologico per imporre verità oggettive indiscutibili, davanti a cui non è possibile interpretare, ma solo adeguarsi di conseguenza. Eppure la Storia ci ha insegnato l’esatto contrario, ovvero che ogni sistema può essere sovvertito, ogni presunta verità assoluta può essere messa in discussione e magari ribaltata. D’altro canto l’affermazione nietzschiana secondo cui esistono solo interpretazioni, non va letta come se volesse significare che non esista la verità, ma piuttosto che ogni verità fattuale deve manifestarsi per essere tale. Al difuori della manifestazione, al di fuori del fenomeno, non vi può essere realtà: nella struttura stessa della manifestazione deve essere sempre presente la seconda parte del binomio, il qualcuno a cui la cosa appare.

Non si può ridurre questo a mero relativismo, in quanto per il relativista ogni interpretazione si equivale e il concetto stesso di verità è privo di valore. Al contrario, affermare che la verità sia sempre situata e soggetta ad interpretazione, non esclude ci sia una gerarchia di valore fra le interpretazioni, determinata da un giudizio sul beneficio che comporta la scelta di una via interpretativa invece della sua alternativa. Ed è proprio questo giudizio ciò di cui il nuovo realismo vorrebbe privarci, con applicazioni potenziali che stanno già prendendo corpo all’interno del discorso economico e della sua verità, che viene ormai presentata come l’unica possibile. Insomma, quando Markus Gabriel parla di pensiero totalitario riferendosi ad Heidegger, forse farebbe meglio a riflettere sulle conseguenze del sistema ideologico di cui si è fatto profeta.

Daniele Frisio

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