OGGI FIOCCO ROSSO, ME RACUMANDI

Comunque il dibattito sul rapporto causa/effetto di HIV e AIDS è ancora aperto

Il 27 maggio 2003, l’allora presidente americano Bush aveva firmato un piano d’azione per combattere l’AIDS all’estero, definendo quella contro l’AIDS una delle battaglie più importanti che l’uomo avrebbe dovuto combattere in campo medico. A tal proposito, Bush aveva firmato il decreto di legge che introduceva un piano d’emergenza, in base al quale si sarebbero spesi 15 miliardi di dollari in cinque anni per combattere l’AIDS. Bush aveva detto che la legge U.S. Leadership Against HIV/AIDS, Tuberculosis and Malaria Act of 2003 (il nome fa riferimento al primato USA nella lotta all’AIDS, alla tubercolosi e alla malaria) includeva il suo nuovo progetto per la cura dell’AIDS, e rap­presentava l’impegno più oneroso che il sistema sanitario internazionale avrebbe mai affrontato per debellare una malattia specifica. Aveva poi affermato che il provvedi­mento stabiliva l’acquisto di medicine antiretrovirali e di altri medicinali a basso costo, nonché la creazione di un’ampia rete per la loro consegna ovunque, anche nei luoghi più lontani dell’Africa”. Con questo piano d’azione l’America si è impegnata in una nuova guerra, contro un nemico terribile, che ha terrorizzato e condizionato tutti, ucciso tanti, arricchito alcuni. Questa volta non un nemico umano nascosto in cave o palazzi ma un virus, anzi un retrovirus, un virus cioè in grado di rimanere in una sorta di stato di latenza per un lungo periodo di tempo prima di manifestarsi. Tra i primi a riuscire a decodificare la sequenza dei geni di quelli che vengono detti retrovirus e a definire la caratterizzazione della struttura dei lentivirus (cui l’Hiv si presume appartenga) fu, negli anni sessanta, lo scienziato Peter H. Duesberg. Un uomo che, però, ha poi dedicato buona parte della sua vita a gridare al mondo che l’Aids non è affatto contagioso, che l’Aids è un virus inventato. In questa sede non ci si può proporre di fornire una risposta esaustiva a una questione di tale importanza medica e scientifica. Già l’ipotesi che l’Aids possa non essere causato da un virus può generare perplessità. È anche vero però che la storia è costellata di casi di virus inventati. Un esempio è quello dello Smon, una malattia che nella metà del secolo scorso si sviluppò in Oriente, nel caso specifico in Giappone. Ignorando tutte le altre piste, gli scienziati ricercarono una micro presenza contagiosa, come responsabile di questo malanno letale, per decenni. L’epidemia aveva colpito 11.000 persone, e scom­parì, improvvisamente, completamente, non appena un farmaco, il clioquinol, venne ritirato dal mercato. Ma nessuno se ne curò e la caccia al microbo continuò imperterrita. Fino a quando, pochi anni fa, il responsabile delle ricerche insieme alle vittime del male, non poterono far altro che riconoscere che non era un virus o un batterio bensì una “cura” la responsabile delle morti. Ma il male più noto, più devastante dal punto di vista del numero di persone colpite, fu la pellagra. Anch’essa venne attribuita a contagio, per più di 50 anni, pur essendo chiaro che solo determinate cate­gorie di persone ne erano affette. E la ricerca per il virus continuò fino a che non fu più negabile che una carenza alimentare generava il male. E la ricerca del microbo ha contraddistinto malattie esotiche come il Kuru o più prossime e note come l’epatite C. E quante volte si è sentito parlare di un prossimo vaccino per il cancro? Il cancro sarebbe dunque, per costoro, un virus? Gli esempi sono troppi per citarli tutti. La ricerca del virus pare essere la prima pista da seguire, sempre e comunque, finché prove clamorose non escludano questa possibilità in modo insindacabile. Verrebbe da pensare che i virus siano uno dei peggiori crucci dell’Occidente, della nostra epoca. Eppure, indagando, i virus causano meno dell’1% dei problemi di salute tra le popolazioni occidentali. Qualcosa non quadra. Tornando all’Aids. I dubbi sono molti, tanto da parlare di una forte corrente di scienziati dissenzienti. Oggi il movimento del dissenso rac­coglie oltre 700 firme tra virologi, infettivologi, epidemiologi e altri specialisti di 23 nazioni tra cui tre premi Nobel, tutti indignati dalla colossale mistificazione e speculazione imbastita intorno all’Aids. Il dottor Kary Mullis, premio Nobel per la medicina per aver inventato la reazione a catena della polimerase, si trovò ad avere necessità di corroborare una tesi che ormai era data come scontata: “l’Hiv è la causa dell’Aids”. Ma lì gli sorse un problema. Perché scoprì che nessuno aveva mai dimostrato che l’Hiv provocasse l’Aids. Nessuno. Nessuno? No, nessuno. E fino ad ora ancora nessuno l’ha mai dimostrato. E allora perché è dato per scontato che il virus dell’Hiv provochi l’Aids? Secondo i tanti scienziati dissenzienti, l’equazione proprio non sussiste. L’Aids è un’immunodeficienza. cioè una carenza di difese immunitarie. Un’immunodeficienza che può portare alla morte e che si mani­festa con una grande quantità di mali (attualmente 29). Viene chiamata non polmonite, non diarrea, non herpes… ma Aids quando a un esame il male risulta accompagnato dall’esito positivo a un’indagine per rilevare l’esistenza non del virus dell’Hiv ma di anticorpi contro l’Hiv. L’Hiv è forse un virus, che per molti è però presente e innocuo in una percentuale costante di persone.

Se dunque una delle malattie classificate come condizione per determinare l’Aids conclamato si verifica insieme alla positività all’Hiv il soggetto è definito malato di Aids. Se una delle malattie, o anche tutte, si verificano senza la positività all’Hiv, si parla di polmonite, diarrea, herpes e così via. Non importa che il soggetto muoia o no, sarà morto di polmonite, non di Aids. Ma se anche il soggetto è positivo al test per l’HIV e, però, sta bene viene considerato malato asintomatico, questa assenza di correlazione tra risultati del test e malattia è indubbiamente sconcertante. Dunque, per i dissenzienti: l’Aids è semplicemente un’immunodeficienza, l’Hiv è un virus non collegato all’insorgere del male, l’Hiv non è MAI stato isolato forse neanche esiste, e se esiste la percentuale di persone positive è equamente ripartita nella popolazione, essendo un virus innocuo, ed è una creazione forzata e fittizia l’attribuzione di nocività. Fosse vero staremmo parlando di uno dei più atroci crimini contro l’umanità mai compiuti. Ma il peggio è che non sarebbe compiuto contro l’umanità in genere, ma contro, gli omoses­suali, i drogati e gli africani. Una vera e propria pulizia etnica indirizzata. E i dissenzienti citano anche questa caratteristica. Quando mai un virus si diffonde solo in categorie di persone “a rischio”? Un virus, per sua stessa definizione, viene contratto per contagio. In pratica, non guarda in faccia nessuno. Ma l’Aids pare invece guardare bene in faccia, scegliendo coloro che per molti possono anche sparire. Con cura, molta cura, la tanto temuta diffusione tra eterosessuali dell’Aids non c’e mai stata. Anzi, la malattia è praticamente irrilevante come causa di morte tra le categorie non a rischio in Occidente. Nel mondo, in tutto il mondo, sono a tutt’oggi meno di 100 i casi di sieropositività tra i partner coniugali di malati di Aids. Ma i malati di Aids sono milioni. E quindi? Un virus, per sua stes­sa definizione, si diffonde. Il contagio, nei virus, esiste, è anzi requisito fondamentale per determinare che la malattia è causata da un morbo. Nell’Aids le statistiche dicono no, le statistiche dimostrano che il contagio non esiste. Ma la cosa più strana, più assurda, è che gli anticorpi all’Hiv che determinano la sieropositività (il virus dell’Hiv, ricordo, non è MAI stato isolato) sono presenti in una percentuale invariabile di persone sane ne, solitamente, non diventano immunodeficienti, cioè che in pratica non manifestano l’Aids. Costoro manifestano l’Aids solo se si trovano, per motivi dovuti alle circostanze, particolarmente indeboliti. Ma per i ricercatori non importa. Sono state modificate le caratteristiche del male fino a definire l’esistenza di sieropositivi a “tempo indeterminato”. Altri, invece, che fanno parte delle cosiddette categorie a rischio, manifestano tutti i sintomi dell’Aids, sono immunodeficienti, periscono a causa di malattie che potrebbero essere definite caratteristiche dell’Aids, risultano negative al test per l’Hiv. In termini percentuali l’Hiv e totalmente insignificante nella determinazione di un’immunodeficienza. Infatti l’Aids, a dispetto di ogni dichiarazione di malattia epidemica, non si è diffuso in America. Ciò nonostante la Casa Bianca aveva dato mandato alla CIA di gestire il male. Stranamente. Stranamente innanzitutto perché la CIA non è un’istituzione di ricerca e non ha scopi di ricerca scientifi­ca, ma stranamente anche perché da questo mandato parrebbe che la minaccia, e quindi l’incarico, sia dovuto alla diffusio­ne del male. Invece no. I casi negli USA sono calati in modo impressionante. Per quanto paradossale, per i dissenzienti il mandato è dovuto al motivo contrario: la scomparsa della minaccia. Un malato di Aids è una previsione di spese, per il Ccd (Center for Disease Control), di quasi 100.000 dollari e attualmente questo virus è il più finanziato al mondo, il più finanziato di tutti i tempi: 100.000 ricercatori e medici, in buona parte americani, hanno carriere e stipendi legati al virus, più di 100 miliardi di dollari sono stati stanziati nei soli Stati Uniti per le ricerche sull’AIDS, più di 1000 associazioni raccolgono in totale migliaia di milioni di euro all’anno per aiutare i malati di AIDS, alcune deci­ne di migliaia di milioni di euro all’anno impinguano i bilanci delle multinazionali del farmaco con la ven­dita dei farmaci “salvavita” antiretrovirali e dei test HIV (ELISA, Western Blot, Viral Load), organismi come USAID (U.S. Agency International Development), UNAIDS (United Nations AIDS program), WHO (World Health Organization), ricevono stanziamenti annuali di milioni di euro per combattere l’AIDS. L’ONU ha chiesto uno stanziamento di più di 10 mliardi di euro per affrontare l’emergenza. Le statistiche, rispetto alle previsioni, sono state così divergenti da dover causare un incremento propagandistico per mantenere viva l’attenzione sul virus. L’Africa è diventata la valvola di sfogo. Un’infermiera africana ha dichiarato: “con i nostri canoni attuali per definire i mali, se una persona muore investita da un auto viene catalogata come morta per Aids”. Del resto il quadro della malattia in Africa è completa­mente diverso. Tanto che sono stati modificati appositamente i parametri per la definizione di sieropositività al test per l’Hiv. Negli ultimi 15 anni sono risultati positivi più di 8 milioni di africani. Otto volte più degli americani, eppure l’intero continente ha prodotto pochissimi casi conclamati: meno di 300 mila. Pochissima cosa se si considera che in Africa vivono 760 milioni di persone e ne muoiono decine di milio­ni all’anno per malaria (per la quale sono stanziati pochissimi fondi). In Africa vi sono patologie tipiche della povertà, della malnutrizione, e il test per l’Hiv risulta, in base al “diver­so standard africano”, positivo in presenza di qualunque patologia. Ecco che il numero dei sieropositivi è fatto. A parere di molti scienziati e medici africani l’epidemia in Africa è una menzogne. Chi prima mori­va di diarrea ora muore di Aids, semplice. E così i paesi africani devono comprare le terapie per l’Aids. Ma i paesi africani non possono permetterselo. Non c’è problema. La Banca Mondiale concede prestiti appo­siti per acquisire le medicine miracolose prodotte solo in Occidente. Il dottor David Rasnick, della Commissione Presidenziale Sudafricana, ha definito la tanto pubblicizzata epidemia africana di Aids con queste parole: “se si smettesse di usare il test Hiv, l’epidemia africana di Aids scomparirebbe”. Molti africani hanno cercato di resistere e non solo scienziati. L’ex presidente Sudafricano Thabo Mbeki ha combattuto contro la colonizzazione economica legittimata dall’epidemia di Aids. Nel 2000 ha voluto creare una commissione statale per stabilire cosa fosse l’Aids, cosa lo causasse, cosa lo determinasse. E questa commissione è stata formata non solo da “cacciatori di microbi”, ma da scienziati autorevoli i interessati. Il risultato è stata una campagna di diffamazione internazionale ai danni di Mbeki, una campagna che è partita e ha avuto il suo fulcro in Inghilterra. Il Sunday Times intitolò: “Mbeki nemico della gente”, e sulla falsariga tutta la stampa inglese sino al Telegraph che intitolò “L’Africa dovrebbe essere ricolonizzata”. Questa la stampa inglese. La ditta produttrice dell’AZT, il più famigerato farmaco contro Aids, la Glaxo, è una multinazionale che da sempre influenza anche la stampa. La Glaxo è inglese (ebraica). Veniamo dunque alle cure per l’Aids: gli antiretrovirali. Indipendentemente dal parere dei dissenzienti, questi farmaci è noto che sono dannosi, tossici, letali. Il noto Azt fu ideato come terapia antitumorale ma non fu messo in commercio perché ritenuto letale (anche dal premio Nobel Kary Mullis). Non pericoloso, non tossico. Letale! Uno dei professori che si occupò dello studio del farmaco dichiarò che lo stesso era stato definito mortale, quindi assolutamente improponibile per i malati di cancro, per i “froci”, però, pareva potesse andare. Questo disse e questo fu. Gli studi di Duesberg, infatti, dimostrano che i sieropositivi che poi si sono ammalati di Aids hanno sviluppato una immunodeficienza non a causa di un virus, nemmeno mai isolato, ma della cura. I sieropositivi non sottoposti a cura non hanno sviluppato l’Aids se non resi immunodeficienti da altre cause! E qui sta il peggio della storia dell’Aids. I dissenzienti affermano che i sieropositivi che sviluppano l’Aids lo fanno in seguito alla terapia. L’Azt, del resto, è un farmaco che viene ritenuto “curativo” in quanto sopprime la duplicazione del Dna, in pratica impedisce la formazione di nuove cellule. In questo modo i virus non si possono riprodurre ma nemmeno le cellule responsabili della difesa immunitaria. Assumendo l’Azt si diventa, automaticamente più immunodeficienti, sino a essere privi di difese. Ed essendo privi di difese, le malattie che prendono possesso dell’organismo sono quelle definite come caratteristiche dell’Aids. In pratica, il farmaco che dovrebbe curare una malattia (diagnosticata sulla base di una positività a un test parecchio dubbio, positività ansintomatica) causa immunodeficienza. Immunodeficienza che è il sintomo della malattia da evitarsi. Gira la testa. I dissenzienti hanno dimostrato che chiunque, siero positivo o no, venga curato con questi farmaci anti-retrovirali ha le stesse possibilità di un sieropositivo all’Hiv di contrarre l’Aids conclamato. Ora, fortunatamente, il tempo di sieropositività senza contrarre il male è aumentato, i decessi sono dimi­nuiti, le speranze di vita sono aumentate… in Occidente. Esattamente con gli stessi tempi e nella stessa percentuale in cui è diminuito l’utilizzo delle sostanze antiretrovirali e si è deciso di somministrarle a cicli e non appena scoperto la sieropositività. È stato anche creato un cocktail di farmaci meno invasivo. E i casi sono calati. Bush avverte però che ora i farmaci definiti dai loro creatori “letali” verranno generosa­mente diffusi in tutta l’Africa malata, con ogni mezzo. I casi in Africa attendono un repentino aumento, secondo i dissenzienti alle teorie ufficiali.

E a proposito di Africa, i telegiornali RAI del 1 Giugno 2001 hanno mandato un servizio per ricordare la morte di Nkosi Johnson, il bambino nero di 12 anni, dal corpo ischeletrito e straziato, che durante la conferenza sull’AIDS tenuta a Durban nel 2000 ha commosso la platea e il mondo con le sue parole sus­surrate a fatica. Immagini che colpiscono, scioccano. E questo lo sapevano gli organizzatori quando deci­sero di utilizzarlo come testimonial e prova della tragedia (imposta?) all’Africa e al mondo. È nato siero­positivo, ha detto il giornalista RAI, ma è stato fortunato perché all’età di 2 anni è stato adottato da una famiglia bianca e ha potuto essere curato. Sì, ha potuto prendere l’AZT prima e il cocktail poi, e il suo piccolo corpo martoriato ne mostrava con terribile evidenza gli effetti devastanti. Nkosi ha preso 15 pillole al giorno per 9 anni, si affermava nel servizio, (e cioè 49.275 pillole, l’equiva­lente del suo peso corporeo) ma nessuna parola sulla possibilità che tutto quel veleno potesse essere responsabile di quell’immagine di morte, scolpita sul suo corpo come un virus non avrebbe probabil­mente mai potuto fare. Tali sospetti, ancorché concepiti, non potrebbero d’altronde essere espressi da parte di televisioni e gior­nali che raccolgono miliardi con la pubblicità delle case farmaceutiche.

Emilio Giuliana

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2 Commenti su OGGI FIOCCO ROSSO, ME RACUMANDI

  1. bipolare30551 // 4 dicembre 2014 alle 09:26 // Rispondi

    è una domanda che non mi stanchero mai di pormi, ma come è possibile che tutta una serie di persone possano organizzare tutto questo per pura economia? Lo sò, è retorica, mi ritrovo a credere nel complotto, da vecchia…… però, mi accade perchè secondo me, le considerazioni informative dell’articolo sono verificabili e allora, si comincia a riflettere….e si scopre che ci sono esseri umani che vengono uccisi perchè altri esseri inumani, possano lucrare sulle loro morti. Ci sarà mai qualcuno che metterà fine a questa, tutta, specie umanoide per magari far posto ad un altra con più etica? Non siamo degni di viverla la vita……

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  2. Si, si è sempre degni di vivere la vita, ma vi sono uomini che hanno scelto il più comodo “non serviam” la vita, per servire la morte!

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