Gigi ‘a carognetta

La Natura si è data strane leggi, ma almeno lei le rispetta.

La legge è potente, ma più potente è il bisogno (Johann Wolfgang von Goethe)

A sentir parlare di un uomo che, condannato, non si vuole dimettere dai suoi incarichi istituzionali a qualcuno verrebbe in mente solo Silvione, eppure al mondo ce n’è di ribelli.

Giugno 2011, Luigi De Magistris viene eletto sindaco di Napoli, acclamato come il salvatore di un’amministrazione comunale che, per usare un eufemismo, è una palude. Il magistrato, si sa, è l’uomo eticamente integerrimo e svolge uno dei pochi incarichi che, condotto perfettamente o meno, possiede un operato ingiudicabile (anche se questa è un’altra storia), quindi ammettio che sia facile comprendere la fiducia che molti riponevano in un tale paladino della giustizia. “Il mio motto? Rivoluzione!” affermava il neoeletto sindaco. Io non l’ho creduto nemmeno per un secondo ma devo dire che suonava bene.

Nei due anni e mezzo successivi De Magistris ha però perso molto consenso: alle politiche del 2013 la lista da lui appoggiata, quella del collega Antonio Ingroia, prende un misero 3,7% nonostante il sostegno di personaggi influenti come Vauro e Fiorella Mannoia, mentre dall’inizio del mandato ha perso dieci assessori (sui dodici della prima giunta) e otto consiglieri comunali.

Ma il colpo di grazia arriva come un uragano qualche giorno fa: Gigi viene condannato per abuso di ufficio. Un magistrato che subisce una condanna penale analogamente a uno di quei politicanti da strapazzo che si vedono quotidianamente in televisione, gli stessi che egli giudicava in maniera rigorosa. L’abuso di ufficio risalirebbe infatti al 2008 e all’inchiesta Why Not che rese popolare De Magistris, nella quale furono indagati anche statisti di spessore come Prodi, Mastella e Rutelli, oltre ad altri cinque parlamentari. Il consulente informatico del Gigi, Gioacchino Genchi, avrebbe acquisito da alcune compagnie telefoniche centinaia di tabulati, incappando anche in quelli dei cellulari in uso ai parlamentari, senza che tutto ciò venisse permesso dal Parlamento, andando quindi a violare la famosa immunità.

La condanna in primo grado prevede un anno e tre mesi di reclusione, un anno di interdizione dai pubblici uffici e 20 mila euro di risarcimento ad ogni parlamentare leso. Ma lui, il guappo, lo stesso che aveva affermato con sintassi oscura “Sono bello, piaccio alle donne, è un fatto che sta lì, oggettivamente lo constato”, non si arrende. “Se mi sospenderanno scenderò in strada e starò con i cittadini” e ancora: “Qui ci sono persone che si nascondono dietro le vesti dello Stato, ma sono più criminali di quelli che stanno nelle gabbie”. Vi dico che è sempre lui, non è Silvio! È lo stesso che quando Berlusconi venne indagato per il caso Ruby fu il primo a dire che il Cavaliere avrebbe dovuto dimettersi.

Gigi non piega la testa alle avversità, se la prende con i “tanti magistrati corrotti e collusi”, invoca la piazza e non ha intenzione di lasciare il proprio incarico, in barba alle leggi (in particolare alla Severino), contro tutto e tutti.

“Rivoluzione!” aveva detto. Ora ci credo.

Luca Carbone

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