Ascesa e declino di uno scoordinato coacervo di pseudo lesbiche

Da avere il diritto di voto, ad avere il pisello: le femministe si sono fatte prender dalla foga

Premessa: Io sono un esponente di quello che era chiamato Gentil Sesso, prima che il femminismo rinnegasse il nostro esser biologicamente più propense alla cura (ferormoni) che alla guerra (testosterone). Possiedo un utero, ma non è mio: appartiene a quel mio figlio che ora esiste solo in quanto potenza, perciò non ho alcun diritto di farcene ciò che voglio. Biologicamente sono stata programmata per aver figli, ma è mia scelta razionale – non istintiva – se restar gravida o meno. A dipendenza di ciò che sceglierò mi ci dedicherò seriamente: o mamma a tempo pieno, o donna in carriera. Non ho nessuna intenzione di essere una mezza madre ed una mezza lavoratrice: non mi piacciono gli ibridi. Una madre a metà complica il naturale bisogno dei figli di identificare genitori con ruoli interi e ben distinti.

L’inutilità del femminismo dal 1971 in poi. Il femminismo è nato per affermare la donna nella democrazia, in quanto, non possedendo il diritto di voto, ve ne era succube e non membro attivo. L’inglese Johan Stuart Mill e la francese Mary Wollstonescraft teorizzando il diritto al suffragio universale da parte di tutti gli individui maggiorenni, a prescindere dal loro corredo genetico, volevano appunto compiere una rivoluzione politica. Questa battaglia, per rendere ancora più democratica la democrazia, ha fatto sì che secoli dopo, nel 1897, nascesse la Società nazionale per il suffragio femminile, fondata da Millicent Fawcett. In un periodo storico in cui l’autodeterminazione dei popoli – la somma delle scelte individuali -teneva conto solamente del volere di metà della popolazione umana allora si, aveva senso parlare di femminismo e suffragettes. L’obbiettivo per cui è nato il femminismo, ossia affermare anche la donna nella politica, è stato raggiunto nel 1919, quando Lady Nancy Astor venne proclamata deputata del partito conservatore inglese. Questo ha fatto sì che in tutta Europa il diritto al voto democratico s’estendesse a tutti gli enti razionali, rendendo il sistema governativo degno di esser chiamato “Democratico”. Nel 1971, quando anche gli svizzeri votarono a favore del diritto di voto delle loro compagne e alla loro eleggibilità a livello federale, il sogno femminista è stato realizzato.

Perciò, da lì in poi, il femminismo non serve più a nulla. Dagli anni settanta in poi, non avendo più nessuna nuova terra da conquistare e acciecati dal furore della libertà, ha continuato a protrarre la battaglia senza accorgersi d’aver già vinto. Diventando uno scoordinato coacervo di pseudo lesbiche che, sferrando fendenti al vento, reclamavano una libertà che già possedevano. È per questo che nel 1972 Phyllis Schlafly, nel 1972, fondò l’Eagle Forum PAC, il primo gruppo che , in modo sensato, affermò l’inutilità del femminismo. Quest’associazione, il cui obbiettivo principale è quello di salvaguardare la famiglia tradizionale, sostiene la tesi di Paul Gottfried, secondo cui l’esasperazione del femminismo ha portato appunto alla distruzione questa sacra istituzione, al cuore del genere umano.

Il femminismo oggi. Essendo il femminismo una merce da vendere, che quindi deve soddisfare le richieste delle masse, oggi è incarnato dalla coppia Michelle Obama-Béyonce. Le due amicone, così disgustosamente political correct, soddisfano il bisogno di immedesimazione sia delle casalinghe middel-cult che delle loro figlie sbandate. L’una che coltiva pomodorini nel giardinetto della casa bianca, l’altra che ha fatto del suo dérrière uno status-symbol, incarnano lo stereotipo della “Brava donna” fedele al marito e della  cattiva ragazza” che fa del corpo merce per piacere agli uomini. Aspramente criticate dalle vetero-femministe, teorizzano però una politica che va nella loro stessa direzione, inaugurata mezzo secolo fa’: ossia quell’emancipazione sfrenata che va a soverchiare i ruoli biologicamente predefiniti. Durante il World Woman Day la First Lady ha affermato che la donna ha il dovere di lavorare e di crescere una famiglia nello stesso momento e che quindi non deve esserci differenza tra i salari. Ciò però si ripercuote in maniera negativa sull’educazione dei figli e sulla sacra e primordiale istituzione della famiglia. Quindi, è giusto che gli uomini, sulle cui spalle pesano economicamente prole e moglie, guadagnino di più. Una politica che va a minare i ruoli tra uomo e donna, pretendendo che i genitori con dei ruoli precisi diventino antagonisti in competizione sul posto di lavoro, è un chiaro affronto all’assetto naturale delle famiglie. Come dice Massimo Recalcati in “Non è più come prima” il fatto che ora il concetto dell’USA-E-GETTA, tanto caro alle multinazionali, si sia imposto anche alle coppie (l’aumento dei divorzi ne è la prova) è una diretta conseguenza ad un sistema mondiale che crea competizione tra i coniugi anziché differenziazione, affermazione in un ruolo e collaborazione.

Sconfiggere gli uomini assomigliandoli? Se Coco Chanel, inventrice dei pantaloni per le donne, oggi vedesse le uomine che pascolano per strada si pentirebbe amaramente della propria creazione. Il desiderio di confrontarsi con gli uomini, nato agli inizi degli anni ’20 del secolo scorso, teorizzato da Simone De Beauvoir e portato all’eccesso nel sessantotto, è degenerato in una grottesca defemminilizzazione della donna. Già agli albori degli anni settanta Geerer, nel suo saggio “L’eunuco femmina”, diagnostica la triste fine della différance – per dirlo in termini dérridiani – tra l’archetipo maschile e quello femminile. Oggi siamo giunti alla paradossale situazione in cui, molte donne, per affermarsi come tali, voglion rinnegare la propria natura per competere con gli uomini.
Donne sempre più mascoline, grezze, maleducate ed aggressive sono il sintomo parallelo della società confusa che ha costruito anche gli uomini sempre più mammoni, immaturi emotivamente ed incapaci a mantenere una relazione stabile senza saltare continuamente di fiore in fiore. Preve, in un articolo apparso su Uominibeta.it, afferma che il femminismo old-school, oramai per fortuna in declino, è stato l’apoteosi del capitalismo, e che andrebbe superato entrando in un ottica che si potrebbe chiamare “complementarietà” fra i generi.

La differenza: Un principio o un bisogno? Riprendendo le tesi di Edward Schuré, Réné Guénon, Carl Gustav Jung ed altri pensatori esoterici si può affermare che, anche aldilà dell’ambito religioso più dogmatico, impersonato dal cristianesimo, l’uomo ha in se l’atavica necessità metafisica di distinguere l’archetipo Femminile da quello Maschile, e ciò è dimostrato da tutte le antiche tradizioni religiose. Dal Tao al libro politico del kamasutra, vi è sempre presentata una differenziazione netta tra i due elementi. L’androgino alchemico, metafora della sacralità dell’atto riproduttivo tra uomo e donna e nelle dottrine gnostiche incarnato da Cristo e Sophia, vuole rappresentare la coesistenza di questi due enti differenti e non la loro cancellazione. L’annientamento dell’archetipo Venere è il suo ibridarsi con l’elemento Marziano, rispettivamente simboli di femminilità e mascolinità. Recalcati, psicoterapeuta Lacaniano che vede nell’amore altruistico il superamento dell’egoismo Freudiano, ha mosso dure critiche nei confronti di questo annientamento di diversità fra i generi. Il venir meno dei ruoli biologici dell’uomo e della donna confonde il loro essere, ed è così che si vanno poi a creare quei grotteschi ibridi che non sono né l’uno né l’altro, come Conchita Wurst. Se l’androgino alchemico rappresenta la fertile somma delle differenze, il dilagante affermarsi della fase “TRANS” come essere compiuto – e non più come momento privato di transito per un radicale cambio d’identità – ne è l’opposto che le nega, e non può che essere annichilente e sterile.

È per questo che, per ritrovare una società rigogliosa, di buoni principi e composta da individui darwinianamente sani, in quanto cresciuti in famiglie biologicamente naturali, è bene che ognuno abbia l’onestà di ammettere a se stesso quali comportamenti sarebbero tollerati in una tribù di uomini delle caverne e quali meno. Avere dei principi, citando Weber, significa proprio usare la ragione per risalire all’Archè che sta all’origine delle cose.

Liliane Tami

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