Molotov-Ribbentrop 2.0 (viva l’Europa rossobruna)

Genealogia dei Nazbol, tornati in auge a causa della delicata situazione geopolitica

Sul Foglio dell’8 maggio scorso, ottimo articolo sulla genealogia del nazional-bolscevismo, tornato in auge alla luce della delicata situazione politica che vede l’Europa divisa tra sostegno e opposizione alle politiche russe in Ucraina.

Non bisognava aspettare la stretta di mano tra Molotov e Ribbentrop per accorgersi che Mosca e Berlino possono amoreggiare come la Luna e il Sole nel piccolo scrigno culturale nazionalbolscevico. E questo accadde tra le due guerre civili europee del Novecento. Accadde quando il movimento völkisch germanico – un meticciato di naturismo giovanilistico, fantasticherie folcloriche e rifiuto della società borghese – cominciò a rispecchiarsi nella purezza della plebe slava ordinata in classe operaia. Contano, sì, ma fino a un certo punto l’esperienza bismarckiana e il socialismo prussiano teorizzato da Oswald Spengler. Torreggia, piuttosto, la coda di cometa del romanticismo tedesco, la riscoperta fichtiana della nazione germanica messa brutalmente alla gogna dalla Grande guerra – le “Tempeste d’acciaio” di Ernst Jünger, che non a caso avrebbe poi preconizzato, forgiandone il profilo bronzeo, la Gestalt dell’Operaio (Der Arbeiter).

Perduto il conflitto in superficie, una minoranza di tedeschi s’introflette fino alle proprie radici e si accorge che la linfa scorre ancora verde nel popolo. Da Berlino, la Russia è pur sempre a pochi passi dell’oca, già piegata in un lampo ma rianimata (a quale prezzo…) da Lenin. E, come insegna Carl Schmitt nella sua “Teoria del partigiano”, poche cose uniscono i popoli come il nitore del conflitto di classe e la difesa dei propri confini. Il disamore estetizzante per la dissipazione del ceto guglielmino – il Thomas Mann delle “Considerazioni di un impolitico” – si combina così con l’esigenza di trovare il riscatto in un’illusoria ordalia a venire: dalla perduta “battaglia di materiali” (sempre Jünger) ci si slancia verso una rivincita che dovrebbe sigillare il trionfo del sangue e del suolo europei sulla mega-macchina dell’occidente esangue, disanimato, declinante.

Nel 1918 Spengler avvia la stesura del suo “Tramonto dell’occidente”, il nazionalsocialismo è ancora un dèmone lontano. Nulla di scontato. E’ questo il momento in cui tutto è possibile nell’Europa dei vinti e dei vincitori. Irrompe sulla scena Ernst Niekisch, lettore di Machiavelli e Haushofer, ammiratore di Stalin ma innamorato di una lotta di classe nutrita da una precisa antropologia culturale, più che dalla mitizzazione di quei “borghesi mancati” vagheggiati da Marx con i suoi proletari di tutto il mondo. Niekisch patrocina così il nazionalbolscevismo. Trova un nome parlante per una dottrina coltivata in vitro dai circoli intellettuali del più anziano e meno fortunato Moeller van den Bruck, traduttore di Dostoevskij, assertore dell’invincibilità russo-prussiana: Mosca come polmone, riserva d’inesauribili energie latenti e materie prime da usare in guerra; Berlino come matrice eterna degli antichi guerrieri Germani ammirati dallo sgomento Tacito.

Presto questo sogno lucido sarebbe stato spazzato via, bon gré mal gré, dall’hitlerismo che pure ne aveva vampirizzato suggestioni e intenti fino alla spartizione della Polonia. A posteriori, per dare un volto a quella minuta e tragica temperie, alcuni storici hanno utilizzato espressioni come Konservative Revolution (Armin Mohler, segretario di Jünger, nel 1950, rubando a Hofmannsthal un felice ossimoro intorno a una letteratura possibile nello spazio della nazione) o “Modernismo reazionario” (Jeffrey Herf negli anni Ottanta).

Oggi ne restano cascami più o meno pittoreschi e romanzabili. Sono gli ammiratori del movimento russo di Eduard Limonov. Nostalgici in camicia rosso-bruna, alla terra dell’occaso preferiscono i bagliori accecanti della steppa russa, lì dove il Fronterlebnis, l’esperienza interiore che a volte illumina l’ardimento del soldato, ancora pulsa d’inquietudine. Non è questa, oggi, la linea di faglia che separa l’occidente americanomorfo dalla Germania di Angela Merkel. Né certo s’intravede, in quelle categorie e in quelle convulsioni novecentesche, un possibile punto d’incontro tra la Kanzlerin e lo Zar Putin. Però ricordarsene non farà male.

Alessandro Giuli, Il Foglio Quotidiano, 8/5/2014

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4 Commenti su Molotov-Ribbentrop 2.0 (viva l’Europa rossobruna)

  1. Ma non vi sembra ,a vostra una visone parziale? Ma siete sicuri che l’occidente di Obama Cameron Merkel e Hollande sia il massimo a cui aspirare? Se permettete vi faccio un copia e icolla di un articolo del 2002. Capisco che è lungo e che lo casserete ma non è che si può twittare su tutto.
    Il testo seguente è stato pubblicato sul numero di aprile 2002 dell'”Archetipo.
    Europa e cristianità
    “Erano tempi belli, splendidi, quando l’Europa era un paese cristiano, quando un’unica Cristianità abitava questa parte del mondo plasmata in modo umano, un unico, grande interesse comune univa le più lontane province di questo ampio regno spirituale. Senza grandi beni terreni un unico capo supremo guidava e univa le grandi forze politiche. Una corporazione numerosa, cui ognuno poteva accedere, dipendeva direttamente da lui, rispondeva ai suoi cenni e si impegnava con assiduità per consolidare il suo benefico potere. Ogni membro di codesta società veniva onorato dappertutto e se la gente comune ricorreva a lui per un conforto o un aiuto, per una protezione o un consiglio anch’egli trovava presso i più potenti protezione rispetto e ascolto, e tutti si prendevano cura di questi uomini eletti, dotati di poteri straordinari, come se fossero figli del cielo, la cui presenza e benevolenza diffondevano benedizioni molteplici Le inclinazioni più selvagge e voraci dovevano cedere al timore e all’obbedienza nei confronti di quanto essi dicevano. E dalle loro parole proveniva pace. Non predicavano se non l’amore per la santa, magnifica Signora della Cristianità che, dotata di poteri divini, era pronta a trarre in salvo ogni credente dai pericoli più tremendi”. Così il poeta romantico Novalis, al secolo Friedrich von Hardenberg, idealizza nel suo Cristianità o Europa l’universalismo cristiano che dominava il nostro continente nel Medioevo, quando in esso fiorivano santi uomini, alla parola e al consiglio dei quali i principi si sottomettevano spontaneamente. “E dalle loro parole proveniva la pace”: quella della santità che placa le passioni e le costringe a dominarsi.
    In contrasto con questo universalismo cristiano dell’Europa medievale, Novalis pone la Riforma che, sorta dalla decadenza della Chiesa, come tentativo di purificarla, commise tuttavia il grave errore di scindere ciò che spiritualmente è indivisibile: l’unità della Chiesa stessa. Tale scissione che sarebbe potuta essere solo esteriore, avendo il cattolicesimo e il protestantesimo un’unica fede nel Cristo, venne aggravata e resa insanabile dall’intervento dei principi, ben felici di sottrarsi alla tutela di papi e vescovi e di ampliare nel contempo i loro territori e le entrate grazie all’incameramento dei beni ecclesiastici.
    La religione divenne così un “affare di stato”, chiuso entro i confini delle nazioni, e il suo superiore interesse pacificatore venne subordinato all’interesse politico nazionale. Alla pax romana, mantenuta con la potenza delle armi, e alla pax Christi, preservata dal vigore della santità di alcuni uomini, succedeva nel nostro continente un periodo di lotte fra stati e staterelli, ognuno intento al conseguimento del proprio “utile”. Nacque così l’Europa dell’individualismo nazionale, come nella cultura l’umanesimo razionalista prendeva il sopravvento sul sentimento del sacro e induceva all’individualismo personale. Nel cristianesimo si essiccava quella che era stata la sua linfa vitale: la fede nel sovrannaturale. La filologia iniziava la sua opera di sezionamento delle Scritture, mentre la natura veniva aridamente catalogata da Linneo. “Peccato ­ dice Novalis ­ che la natura rimase tanto meravigliosa, tanto incomprensibile, e così poetica ed infinita alla faccia di tutti gli sforzi fatti per modernizzarla”.
    Questo processo di prevalenza della scienza sulla fede proseguì e toccò un nuovo culmine con la Rivoluzione francese e l’Illuminismo che, secondo il poeta tedesco, estirparono “qualsiasi traccia del santo il ricordo di qualsiasi incontro elevante” e disamorarono l’uomo mediante i sarcasmi. Questa “moderna religione” fu una “seconda riforma”, più vasta profonda e inevitabile.
    Fin qui giunge la critica di Novalis alla civiltà moderna, perché di poco l’autore degli Inni alla Notte sopravvisse alla Rivoluzione francese (morì nel 1801, a soli 29 anni), ma non senza avere acquisito la speranza in un risorgere del sentimento del sacro grazie al fiorire del Romanticismo, del quale egli è uno dei principali esponenti: “Nel settore delle scienze e delle arti si verifica una violenta ebollizione. Lo spirito si sviluppa fino all’infinito. Le ricerche vengono eseguite in nuove, fresche, inesauribili fonti di cognizioni Una versatilità senza confronti, una portentosa profondità, un nitore lucente, una possente fantasia Sono ancora tutti indizi sconnessi e grezzi”, ma “tradiscono all’occhio storiografico un’individualità universale, una nuova storia, una nuova umanità”.
    Da qui il sogno novalisiano di un nuovo risveglio dell'”assonnata Europa”, impossibile tuttavia se fra le potenze mondane non si stabilirà un mutuo equilibrio. Ma solo un terzo elemento, che nel medesimo tempo sia soprannaturale, potrà assolvere a tale compito. “Solamente la religione può nuovamente risvegliare l’Europa e rassicurare i popoli, e installare la cristianità con una nuova visibile gloria sulla terra, nel suo antico ufficio di pacificazione Le altre parti del mondo aspettano la riconciliazione e la resurrezione dell’Europa”.
    Questo in sintesi il pensiero europeista del grande romantico agli albori del XIX secolo. In Europa, tuttavia, l’individualismo nazionalistico avrebbe continuato a operare potentemente, tanto da dar luogo, per tutto l’800 e parte del ‘900, alle guerre di liberazione nazionali, infiammate da quelle stesse idealità romantiche che ispirarono a Novalis il sogno di un’Europa di nuovo unita nei valori cristiani. Evidentemente la realizzazione del sogno era lontana per un’epoca che non aveva visto compiuto il processo di formazione di molti stati, ancora aggregati agli imperi centrali.
    Possiamo dire a questo punto che l’analisi novalisiana sulle cause della civiltà moderna è convincente, ma nulla di ciò che accade storicamente è superfluo. Al contrario, l’abbandono dell’antica, ingenua fede era necessario, perché si formasse l’autocoscienza individuale, così come il nazionalismo è stato necessario, perché si formasse l’autocoscienza dei popoli, ciascuno dei quali si doveva riconoscere in un’unità culturale, storica e politica distinta da quella degli altri popoli.
    La necessità di quest’esperienza non esclude però che sia venuto il tempo nel quale l’individualità dei popoli e delle persone, essendo ormai pienamente realizzata e sicura sui propri fondamenti, possa aprirsi all’incontro interiore con gli altri popoli d’Europa, gli altri europei.
    L’europeismo russo
    L’idea di Novalis, di una profonda connessione fra l’Europa e il cristianesimo, è stata ampiamente ripresa nell’800 e nel ‘900 dal pensiero russo.
    Per Dostoevskij, che molto si preoccupa dei suoi destini, l’Europa è “cosa tremenda e santa”; per V.S. Solov’ëv, primo e grande filosofo russo, amico e discepolo di Dostoevskij, la via della salvezza è nella ricostituzione dell’unità perduta: unità della Chiesa cristiana al di là degli scismi, unità dei due poli europei, Oriente e Occidente, entro il cristianesimo. Anche Solov’ëv ravvisa nel nazionalismo un ostacolo a questa meta, perché esso, in quanto egoismo collettivo, è incompatibile con il cristianesimo, di per sé universalistico. Della nazionalità, in quanto identità storico-politico- culturale di un popolo, riconosce il diritto a vivere e a svilupparsi, ma a patto che non vengano calpestati i diritti delle altre nazionalità. Questo tuttavia potrà verificarsi solo se le nazioni saranno pronte a riconoscere al cristianesimo, proprio in virtù della sua etica universalistica, una funzione di superiore mediazione e pacificazione.
    Ma il cristianesimo ­ la forza storica più dinamica secondo Solov’ëv ­ non potrà realizzare questo compito unificante, se non sarà prima uno in sé, mediante la riunificazione delle Chiese cattolica, ortodossa e protestante, la cui divisione è solo apparente: in quanto, nel suo fondamento divino, la Chiesa è misticamente una.
    Il filosofo russo, come il poeta tedesco, prende l’avvio dall’unità europea medievale, ma non l’idealizza come Novalis; la considera, al contrario, “forzata” dalla Chiesa e giustifica la ribellione degli individui, delle chiese locali e degli stati contro Roma come necessaria al sorgere della libertà di coscienza, che è uno dei caratteri fondamentali della giustizia cristiana. D’altra parte lo stesso Novalis, in un momento di riflessione, assimila questa ribellione alla ricerca di una certa solitudine “indispensabile per la prosperità del sentimento superiore”; perché una troppo vasta intimità degli uomini tra loro soffoca i germi della santità e mette in fuga gli dèi. Oltre a ciò occorre dire che il poeta romantico interpreta la storia come una serie di “evoluzioni progressive, in continuo moto di ingrossamento Nulla è passeggero di ciò è stato abbracciato dalla storia, e mediante innumerevoli trasformazioni esce sempre e continuamente rinnovato in sempre più mature forme”. E questa più matura forma dell’antica unità europea non potrà essere, per Novalis, come per Solov’ëv, che una confederazione di stati.
    Solov’ëv specificamente sperava che la Russia sarebbe stata il terreno della conciliazione cristiana, non prima tuttavia che essa avesse accolto in sé le forze spirituali dell’Occidente. In quanto, per il filosofo russo, la vera unione europea non può scaturire se non dalla sintesi dei due poli che la costituiscono, quello orientale ­ i popoli slavi ­ e quello occidentale ­ il resto dell’Europa. L’idea di un’unica umanità sorge come concezione morale col cristianesimo stesso, e per questo un’Europa sinceramente e profondamente cristiana non potrà che dar luogo a un’unità storico-politica, giustificata e radicata nella sua stessa spiritualità.
    La medesima problematica ritorna presso i discepoli di Solov’ëv.
    Evgenij Trubeckoj, che visse il trauma della prima guerra mondiale e della Rivoluzione d’ottobre, vede l’origine di questi sconvolgimenti nell’idolatria delle idee di stato e nazionalità, sostituitesi all’ideale di un’unica Europa cristiana.
    Nicolaj Berdjaev, filosofo erede di Solov’ëv, ne Il nuovo Medioevo afferma che il nazionalismo e l’individualismo hanno ormai esaurito il loro compito. Si nota dappertutto ­ a suo avviso ­ nella nostra epoca, come già notava Novalis alla fine del XVIII secolo, la tendenza alla ricerca di una nuova universalità, sia pure solamente politica o mistico-politica, come nell’Internazionale socialista, nel comunismo, e in questo è il “nuovo Medioevo” cui tende la storia. Ma il vero universalismo può essere solo quello fondato sulla libertà e dunque sul cristianesimo. E non un’azione politica potrà conseguire tale mèta, bensì solo una rinascita spirituale.
    L’europeismo, dopo Novalis e Solov’ëv, ha avuto nel tempo nuove formulazioni a opera di Chabod, Schumann e altri federalisti, di fronte ai quali i pensatori da noi presi in considerazione fungono da prodromi ideali. Prodromi e insieme pietre miliari, in quanto entrare nell’ottica di Novalis e di Solov’ëv significa rendersi conto ­ nel guardare all’Europa futura e, soprattutto, a un’Europa cristiana ­ che essa non potrà essere davvero tale se non come sintesi fra la grandezza del sentimento cristiano propria agli slavi ­ che ha in sé tutta la forza del sacrificio ­ e il pensiero occidentale limpido, autocosciente, impregnato di immaginazione e di sentimento della bellezza, caratteristici dell’antico spirito greco.

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    • Ciao Peter, deduciamo che tu non sia un lettore abituale del nostro blog: dai un’occhiata ai nostri articoli… ti renderai conto che sulla supremazia dell’Occidente ci abbiamo messo molta (ma molta) ironia 😉

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