Brutta e senz’anima, la Francia raccontata da Alain de Benoist

E’ attraverso il prisma di una vita di studi e riflessioni eclettiche, da scrittore e intellettuale presente da oltre mezzo secolo nel dibattito delle idee, che Alain de Benoist analizza i mali dell’Europa e di una Francia in crisi d’identità, in cui oggi la Nouvelle droite non rappresenta più quel movimento di pensiero di cui lui fu il capofila, e che tentò nel corso degli anni Settanta d’indicare il cammino per una destra diversa, coniugante pensiero (forte) e azione (metapolitica).

Oggi c’è il Front national di Marine Le Pen, depurato dagli eccessi xenofobi del passato, ringiovanito e professionalizzato, e che alle prossime elezioni europee potrebbe affermarsi come primo partito del paese. Se si crede ai sondaggi: l’ultimo, pubblicato mercoledì dal Monde, mostra che il 34 per cento dei francesi “aderisce alle idee del Fn”, il 40 per cento pensa che Marine “abbia delle nuove idee per risolvere i problemi della Francia”, e il 56 per cento la ritiene in grado di “comprendere i problemi quotidiani dei francesi”. “Un clima deleterio, come quello attuale, non l’ho mai visto in Francia”, dice al Foglio De Benoist. “C’è un sentimento diffuso di costernazione e di sfiducia verso l’attuale classe politica, che sta favorendo l’ascesa del Front national.

Da un lato, va riconosciuto a Marine Le Pen il merito di aver ‘dediabolizzato’ il partito, per mezzo di una vasta ‘operazione di pulizia’ che sta innegabilmente avendo i suoi frutti. Ma dall’altro è emersa anche una sorta di usura della rappresentazione demonizzante che del Fn danno da più trent’anni le formazioni politiche avversarie. ‘Le Pen è il diavolo’, ‘dobbiamo vigilare’, ‘stiamo tornando agli anni Trenta’, ‘è il ritorno dei vecchi demoni’. Le gente ne ha abbastanza di queste formule logore e vacue, e non ha più paura di affermare che vota Front national”. Non solo a destra. “C’è un avvicinamento progressivo di quelli che un tempo votavano a sinistra e all’estrema sinistra, e che oggi simpatizzano per il partito lepenista”.

E’ mutata la geografia del voto frontista, “non solo il sud dei rapatriés”, dei nostalgici dell’Algeria francese, “ma anche il nord”, gli operai del bacino industriale del Nord-Pas de Calais e i giovani colpiti dalla disoccupazione dilagante. “Ci sono categorie che il Front national, prima della svolta ‘marinista’, non riusciva a sedurre”, dice De Benoist. “Oggi, quelle stesse categorie sono le prime a sostenerlo: le donne, i giovani nella fascia compresa tra i 18 e i 24 anni, e soprattutto gli insegnanti. La nascita del Collectif Racine – associazione di insegnanti patrioti, nata lo scorso ottobre con l’intento di combattere, accanto al Rassemblement Blue Marine, per il redressement della scuola francese, ndr – ne è la prova tangibile”. Quegli insegnanti che il sulfureo Jean-Marie Le Pen, tempo addietro, definiva “crassouillards” e “fumeurs de shit aux savates éculées”, puzzoni e fumatori di hashish con le ciabatte rotte, e che oggi vedono in Marine una speranza per salvare l’école de la République dall’offensiva ideologica dei nuovi pedagoghi di Francia.

“A differenza del padre, il cui solo obiettivo era quello di creare una grande forza politica di protesta e contestazione, Marine ha riposizionato il Front national come partito che mira a salire al potere. Certo, Ump e Ps le stanno spianando la strada, ma i problemi sorgeranno se al potere ci salirà veramente. Da una parte perché sarà obbligata ad allearsi per governare, dall’altra perché dovrà far fronte a ostracismi e sabotaggi a tutti i livelli dell’amministrazione, delle élite, dei sindacati e delle associazioni, che faranno di tutto per ostacolarla”.

Da Guillaume Faye e Pierre Vial, con i quali animò i primi anni del Grece (Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne), quando era ancora un giovane nazionalista sotto l’ala protettrice di Dominique Venner, e nella rivoluzione conservatrice ci credeva davvero, De Benoist si è allontanato da tempo. Da Faye per divergenze ideologiche (“il suo discorso si è estremizzato”), da Vial per aspirazioni differenti, “ha sempre avuto la tentazione della politica, ed è da quando è entrato nelle file del Front national che i nostri percorsi si sono separati”. Ma le sue battaglie De Benoist continua a combatterle con lo stesso impeto d’antan sulle pagine di Eléments, rivista di riferimento della Nouvelle droite che ha contribuito a fondare, e che l’anno scorso ha festeggiato il suo quarantesimo genetliaco. I bersagli: l’Europa sequestrata dai tecnoburocrati, che De Benoist sogna “politica e federale”; il governo Hollande “che non solo non è riuscito a migliorare le condizioni sociali del paese ma le ha deteriorate; una destra “che ha tradito se stessa e i suoi valori”, la sinistra “che si affanna per negare l’esistenza della teoria del genere da lei stessa introdotta surretiziamente nelle scuole”.

“Ha ragione Finkielkraut quando parla di ‘identité malheureuse’. La Francia sta attraversando una profonda crisi d’identità, che per molti è dovuta unicamente all’immigrazione di massa. Certo, è uno dei problemi principali, ma non è ‘il’ problema. Oggi, il sistema d’integrazione tradizionale è saltato. Non sono più gli immigrati ad adattarsi alla Francia, ma siamo noi francesi a doverci adattare a loro. Il contrario del sistema americano, dove il processo di ottenimento della nazionalità è molto più solenne e gli immigrati, una volta integrati, diventano spesso molto più patrioti degli americani stessi. In Francia, gli immigrati dichiarano di odiare la Francia, fischiano la Marsigliese e durante le manifestazione sportive tifano il più delle volte per gli avversari. Non si sentono parte di questo paese, perché hanno ottenuto la nazionalità per caso e non per loro volontà. Sono le conseguenze deleterie dello ius soli.

Tuttavia, l’immigrazione scriteriata è molto più la conseguenza che la causa del progressivo sgretolamento dell’identità nazionale. La gente non sa più in che cosa consista l’identità francese. C’è una crisi dell’insegnamento della storia a scuola, e della scuola stessa, una crisi della trasmissione del sapere. Non si sa più cosa trasmettere”. AdB accende l’ennesima sigaretta e dà un’occhiata fugace alla sua biblioteca: “Viviamo senza punti di riferimento, in attesa del nuovo Nomos di cui parla Carl Schmitt, e che non vediamo ancora apparire all’orizzonte”.

(di Mauro Zanon, tratto da Il Foglio)

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