Campi di concentramento (i buoni non esistono)

Conviene all’umanità di un maestro, mettere i propri discepoli in guardia contro se stesso.
(Friedrich Nietzsche)

Oggi vogliamo dedicare qualche riga ai campi di concentramento e lavoro.

Tutto iniziò con la schedatura, già dai primi anni ’30. Con la ricerca, cioè, di quanti potessero essere i “nemici interni della patria”: immigrati, seconde generazioni, cittadini naturalizzati. Il criterio di ricerca era semplice: l’etnia. Potendo disporre, essendo ai vertici statali, di ogni dato anagrafico, fu facile risalire agli obiettivi. Poi si passò alla fase successiva: la concentrazione. Inizialmente vennero diffusi ordini di “evacuazione” intimando a quanti appartenessero a determinati gruppi sociali minoritari di raccogliersi in punti predefiniti, per essere portati in “luoghi sicuri” dove la guerra, I bombardamenti, la carestia non potessero arrivare. Poi iniziarono I rastrellamenti. E… sì, anche questa parte fu piuttosto facile.

Arrivati nelle nuove dimore gli internati trovarono questa situazione: casupole di tipo militaresco, isolate dall’esterno con del bitume, senza fognature nè utensili per poter cucinare. Tutto il campo era circondato da filo spinato, i bagni in comune non erano nemmeno separati per sesso e il budget prevedeva 45 centesimi al giorno per sfamare ogni prigioniero. In ogni campo vi erano guardie armate, e tendenzialmente si sceglievano luoghi lontani dal resto della popolazione. In generale ogni internato era trattato bene, salvo violasse le regole. Vi furono casi in cui persone, volendo superare la recinzione, dovettero essere uccise dai militari. In alcuni posti si lavorava, soprattutto per attività dei paesi vicini, ad esempio nelle fattorie. La paga era di 80 centesimi al giorno.

Abbiamo letto tante volte descrizioni come questa. E sono vere: vi furono campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale. Quelli qui descritti, in particolare, si trovavano negli Stati Uniti. Sì, avete capito bene. Già dagli anni trenta Roosevelt ordinò la schedatura dei giapponesi, anche di seconda generazione. Come detto vi fu poi la fase di concentrazione volontaria, vedi tra gli altri l’Ordine 5 dell’11 aprile 1942 per la zona di San Francisco. Poi veri e propri rastrellamenti fatti dai militari.

Il secondo paragrafo è una traduzione parziale della voce Japanese American internment della Wikipedia inglese. Campi del genere, il paragone con quelli nazisti è scontato, furono organizzati anche per italiani e, naturalmente, per tedeschi. Chi volesse documentarsi troverà ogni informazione anche semplicemente su internet. Solo il Texas contava, tra quelli per civili e quelli per prigionieri di guerra, 21 campi.

La verità è che, spesso, i buoni non esistono.

Andrea Carbone

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