Licenziare è fashion
I dati divulgati dal Ministero sulla questione lavoro sono impietosi: oltre un milione di licenziamenti nel 2012 in Italia, con un aumento del 13,9% rispetto all’anno precedente. Guardando agli ultimi tre mesi dell’anno appena passato, il dato è ancora più consistente, con un + 15,1% rispetto allo stesso periodo del 2011. Ne’ dal lato assunzioni giungono notizie migliori, poichè – paragonando ancora una volta l’ultimo trimestre 2012 con quello 2011 – il calo delle nuove assunzioni è del 5,8%.
Considerando che il 2012 è l’anno dell’entrata in vigore della Riforma Fornero, ben si comprende il fallimento della stessa e – in generale – della linea politica adottata dai governi… italiani e non solo. Non è un mistero infatti che ogni strumento di flessibilità introdotto nel sistema, venga prontamente sfruttato dalle aziende che colgono la scusa della crisi economica per ristrutturazioni volte ad abbattere la voce di bilancio “costo del personale”. Prova ne è il fatto che i licenziamenti per motivi economici rappresentano solo una piccola parte sul totale dei 1.027.462 sopra citati (parola del Ministero).
La formula più utilizzata pare essere quella del gioco delle scatolette operato in primis dalle multinazionali: svuotare un contenitore (es. la sede italiana) accollandole i debiti e spacciandola in crisi, per delocalizzare e spostare la produzione in paesi più convenienti. Oppure sbarazzarsi del personale con contratti indeterminati non per eccesso di manodopera, ma per sostituirlo con altro personale assunto con contratti flessibili. In pratica, una corsa alla competitività basata non sulla qualità del prodotto finale o sull’efficienza nella sua produzione, bensì sulla compressione salariale per ridurre al minimo il fattore produttivo con meno forza contrattuale: il lavoro.
Morale della favola: l’Istat certifica la presenza in Italia di 2,7 milioni di disoccupati e 1,8 milioni di persone che sono finiti in cassa integrazione. Se a questi si aggiungono i precari, i 10 milioni di under 18 e gli oltre 9 milioni di over 70 (entrambi non lavoratori per limiti anagrafici), pare che in Italia a lavorare non sia rimasto più nessuno.
Tuttavia c’è un altro dato che merita attenzione: l’aumento, nell’ultimo anno, del 7,6% degli over 65 che hanno avviato un nuovo rapporto di lavoro. Ultrasessantacinquenni costretti (o incentivati) a continuare a lavorare… chiudendo le porte d’ingresso ai giovani. Una policy assolutamente cieca in ottica futura, che ci regalerà una generazione di 40enni stagisti per-tutta-la-vita.
In un contesto in cui il licenziamento pare essere la pratica fashion per eccellenza e l’assunzione assolutamente demodè, il lavoro è un lusso antico da “Ah, quando c’era lui…!” (il lavoro, beninteso). Peraltro, la degradazione dello stesso a mero fattore produttivo – da impiegare solo quando e quanto necessario per il soddisfacimento della domanda di beni/servizi – fa sì che non possa più essere considerato come la componente principale della quotidianità dell’individuo. Sta sempre più diventando un’attività occasionale su chiamata, costringendoci a prendere coscienza del vero significato dello stesso: quando si parla di dignità e di valore morale del lavoro, non si parla di occupazione salariata, ma di contributo e impegno per la crescita della comunità. Nelle forme più varie.
Poco male dunque se la richiesta di schiavi salariati è calata. Ci sono altre modalità – spesso molto più utili – con le quali il singolo può recuperare la dignità che crede compromessa. Ma, i prodotti che le aziende realizzano qualcuno dovrà pur comprarli e chi si rende utile in modo “alternativo” dovrà pur campare in qualche modo. E fu così che tornò in auge il tabù del reddito di cittadinanza.
Vincenzo Sofo


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