IL PROBLEMA SONO LE ARMI O SONO GLI AMERICANI?

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Ennesima strage armata in una scuola americana: 26 vittime di cui venti bambini, roba che la D’Urso s’è messa a piangere dalla felicità visto che ora sa come riempire per la prossima settimana l’oretta di olocausto neuronale che quotidianamente ci offre. Istantaneo il focus mediatico sul fatto che le armi negli US siano di estrema reperibilità; anche Obama ha detto che provvederà a cambiare la legge, visto che non l’ha fatto il governo precedente (com’è che si chiamava il Presidente prima di lui? Mah, non ricordo).

Il punto di vista del TALEBANO è differente: questo e i fenomeni simili sono da spiegarsi essenzialmente come manifestazioni di disagi mentali, a loro volta originati da problemi a livello meta individuale/sociale/culturale. Andiamo con ordine.

Gli ultimi dati a disposizione (The Use of Medicines in the United States: Review of 2011) evidenziano una tendenza estremamente chiara: un aumento delle prescrizioni sugli anni precedenti (possiamo parlare tranquillamente di trend storico confrontando a loro volta ogni review annuale con quella prima) di farmaci per curare malattie di tipo depressivo o da iperattività. In soldoni: crescono i malati di roba come l’ADHD, schizofrenia, depressione, disturbi della personalità, nevrosi varie. Le prescrizioni per questi tipi di farmaci sono le più fatte nel 2011: 264 milioni di ricette per antidepressivi, 111 milioni per ansiolitici, 63 milioni per “Hypnotics & Sedatives” (meglio non tradurre). I pazienti sotto farmaci per disturbi mentali sono la terza categoria in assoluto per numero, preceduti solo da chi soffre di ipertensione e obesità (siamo pur sempre negli Stati Uniti).

L’Istituto Nazionale di Salute Mentale americano (dipende dal corrispondente del nostro Ministero della Salute) riferisce che “An estimated 26.2 percent of Americans ages 18 and older — about one in four adults — suffers from a diagnosable mental disorder”: un americano su quattro soffre di disturbi mentali. Sono 60 milioni di persone: e sono dati governativi, quindi pure soggetti ad essere “arrotondati per difetto”. A ciò si aggiunga che tal Kessler (ph. D. ad Harvard, uno degli scienziati che ha condotto la ricerca) sostiene che “i numeri si stanno senz’altro impennando” e che “abbiamo saputo che molti pazienti per via dello stigma connesso alla malattia mentale” sono “riluttanti a parlarne agli intervistatori” (per cui i risultati dell’indagine potrebbero essere falsati da chi non ha ammesso di esser malato).

Ma, appurato dati alla mano quale sia lo stato di salute mentale d’oltreoceano, veniamo alle considerazioni. Come mai ci sono tutti questi malati? Riporto quanto sostenuto da Massimo Biondi (Direttore del Dipartimento di Scienze Psichiatriche e Medicina Psicologica, Università “La Sapienza”):

Nel nostro tempo c’è un rapporto con quello che viene prodotto diverso che in passato. Solo per fare un esempio, c’è la speranza di trovare un lavoro che deve essere a tutti i costi soddisfacente, che realizzi. La realtà è che spesso il lavoro non realizza [..] Da qui nasce lo scontento: la persona, che aveva una serie di aspettative, non riesce a realizzarle. [..] Basti solo pensare a cosa oggi si debba fare per essere un buon partner: anni fa bastava avere un fidanzato o una fidanzata, oggi invece bisogna rispondere a tutta una serie di requisiti, devi essere spiritoso, intelligente, sportivo, vestirti bene, avere i soldi, avere la macchina, fare viaggi… E non basta più andare fino a Capri, bisogna poter fare un viaggio a New York o magari in un paese esotico. È tutto diventato più impegnativo, quindi è altamente richiedente o comporta fatica. Una fatica quotidiana che una persona si porta sulle spalle, il più delle volte da sola, cercando suggerimenti, informazioni su come fare per reggere, per anni.

È un parere, per nulla isolato, che intravvede nell’incidenza (altissima e crescente) dei disturbi mentali un carattere sintomatico della modernità. Cioè del modus vivendi che impariamo ad amare in quanto educati a farlo. Ed infatti proprio i creatori ed esportatori del modello ultraliberista/consumista oggi dominante, gli statunitensi appunto, evidenziano i problemi maggiori che nascono dal circolo pubblicità-bisogno-felicità nella sua forma più propria, ovvero creazione artificiosa del bisogno-insoddisfazione-affezione psicologica. E compagni degli USA nella poco invidiabile classifica dei più psicopatici sono, come volevasi dimostrare, i Paesi dove il modello stesso ha attecchito di più: a titolo di esempio, il Giappone evidenzia il più alto consumo di ansiolitici per persona al mondo.

Ed è ancora lo stesso modello che, in virtù della presunta irrilevanza per la collettività, fin quando non nuoce, della scelta del singolo, permette ad una casalinga di detenere senza motivo un fucile d’assalto in casa. Insomma: in uno Stato in cui basta avere i soldi e compri anche un mitra e un cittadino su quattro ha disturbi mentali ci stupiamo davvero che qualcuno ogni tanto faccia una strage? Riflettiamo su quanto vogliamo davvero imparare da popoli come questo.

Andrea Carbone

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