Cardinale Martini: progressista o nemico della Tradizione?

Non desta sicuramente stupore il tam tam mediatico che si è sviluppato intorno alla morte del Cardinale Carlo Maria Martini, essendo stato per vent’anni un punto di riferimento sostanziale all’interno di una delle più grandi diocesi italiane. Il suo pensiero, infatti, è stato per molti un valido stimolo di ricerca, risultando, tra l’altro, anche un ottimo contraltare alla dogmatica tradizionale. Tanto da diventare per molti, dopo l’elezione a Pontefice di Benedetto XVI, un secondo papa, una sorta di vessillo per i dissidenti interni ed esterni alla Chiesa.

Ma quale popolo seguiva il Cardinale Martini? Chi sono i suoi “figli morali”? Il suo elogio al dubbio e la sua lotta contro ogni forma di fanatismo religioso, non è differente rispetto a quella portata avanti in modo coraggioso e costruttivo da Benedetto XVI, solo che, a livello mediatico, Martini era un progressista moderno dal pensiero libero, mentre Ratzinger, è il “pastore tedesco” dell’intransigenza ultraconservatrice cattolica. Poco importa se durante la sua visita in Germania, il Papa ha dichiarato: «meglio agnostici in ricerca, che finti credenti», sicuramente alle orecchie di una certa intelligentia ben pensante, suona meglio la cattedra di Martini, più affine alle logiche salottiere dell’annoiata upper class milanese.

Martini dunque, punto di riferimento di comodo per una classe che rifugge il fuoco degli ideali, in quanto ogni credo professato risulta scomodo al dialogo del politicamente corretto; un popolo che non difende la propria terra, in quanto deve essere, almeno a parole, accogliente verso il più debole e l’emarginato; un popolo che a fatica si dice cattolico, perché non vuole essere parte di una realtà che possa creare barriere alla logica multiculturale e globalizzante moderna. Sono progressisti, vedono il passato e la tradizione come ancore che non permettono una vera rinascita; sono uomini che si credono inviati per togliere ogni differenza, per omologare il tutto verso una versione religiosa socialmente corretta.

Certamente il Cardinale Martini è stato uomo di altissima levatura intellettuale, ed occasione di avvicinamento per molti scettici al mondo religioso, cattolico. Ma il giudizio sul suo reale contributo non può essere svincolato da una considerazione: si è trattato di avvicinamento fittizio, poiché dovuto ad interpretazioni che spesso si allontanavano dai valori tradizionali – apprezzati o no – professati dalla Chiesa. Facendo sì che l’incontro avvenisse non con la vera Chiesa, bensì con una sua riedizione in versione progressista, se non addirittura relativista. Ottenendo il risultato di agevolare la propaganda di un pensiero che, invece di svolgere un ruolo di arricchimento, in troppi casi è risultato frutto di quel nichilismo relativista contro cui la società civile si trova a fare i conti.

Finiti i pianti e le celebrazioni, i cattolici si interroghino dunque su quanto debbano rendergli effettivamente omaggio, dal punto di vista religioso. Per tutti gli altri, resta indiscutibile il ruolo (laico) di punto di riferimento sociale e stimolatore di dibattiti etici/religiosi.

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