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CARI EUROPEI, LA STORIA NON E’ FINITA. È APPENA RICOMINCIATA

Dall’inizio della guerra in Ucraina trasmissioni, talk e notiziari hanno iniziato per ovvie ragioni a elaborare format caratterizzati dalla presenza costante di analisti ed esperti di geopolitica. Di per sé questa tendenza è positiva; d’altro canto, l’approfondimento delle cause storiche e geopolitiche delle attuali crisi costituisce una condizione necessaria ma non sufficiente perché se ne colgano lezioni davvero utili e convenienti.

 

Le critiche alla mole e alla velocità dei flussi informativi sono molteplici e generalmente accettate. Maggiori difficoltà emergono invece nel caso del tema dell’oggettività: insieme agli aspetti appena menzionati, la predominanza contemporanea dell’elemento visivo in ogni attività pratica e/o teorica sembra avere dissipato ogni dubbio sulla veridicità di quanto vediamo, pensiamo, commentiamo, facciamo e modifichiamo. A questo proposito conviene rammentare una lezione della filosofia della scienza del secolo scorso: la limitatezza della prospettiva di ogni osservatore. Di per sé questa parzialità non è sinonimo di falsità: nel nostro caso ciò si traduce nel non tenere conto del retroterra personale e culturale degli individui, fatto che aumenta vertiginosamente i rischi di cadere in errore. In altre parole, in mancanza di un esame autocritico tendiamo a vedere, sentire e riproporre ciò che vogliamo. Questo soggettivismo non è invalicabile, poiché mostra in realtà quali sono le idee, i valori e le aspettative che caratterizzano la maggior parte della popolazione, vale a dire la società.

 

Per questo motivo, in molti casi l’analisi geopolitica finisce per sincerarci delle nostre opinioni progresse, corroborate in questo modo da ulteriori argomenti e informazioni. Laddove l’importanza dell’elemento soggettivo sia presa in considerazione, il confronto tra spiegazioni diverse induce a un’esame delle proprie posizioni e, non necessariamente, a una loro rivisitazione.

 

La percezione generale dell’analisi geopolitica è determinata da caratteristiche quali l’invecchiamento della popolazione, la crisi della natalità, l’abitudine al benessere, alla pace (per ciò che riguarda l’Europa occidentale) e all’idea della fine della storia, la quale, nonostante tutto, rimane radicata nell’incoscio collettivo delle società europee occidentali. L’azione in quanto tale è in profonda crisi: vere o false che siano le motivazioni addotte, la maggior parte della popolazione italiana fatica a credere che l’azione individuale e collettiva possano realmente influire sulla quotidianità e la politica interna ed estera.

 

Sarebbe strano il contrario, se considerati l’esito del Secondo conflitto mondiale, l’abolizione del servizio di leva obbligatorio, il crescente divario tra classe governante e governata, l’esacerbazione delle disguaglianze e l’appartenenza all’Unione europea, un non-stato governato di fatto da un’oligarchica. Ovviamente queste osservazioni non intendono in alcun modo essere definitive.

Per tali ragioni spesso si tendono a confondere l’impotenza e la rassegnazione con la prudenza e il pragmatismo.

 

Tutti sono felicemente consapevoli che la politica sia fatta di interessi e compromessi e in virtù del carattere democratico delle rispettive istituzioni approvano senza troppe remore svariate dinamiche non necessariamente “politiche” e “democratiche”. Il fatto che ciò spesso e volentieri riguardi interessi di breve termine non sembra impressionare nessuno: tale è la legge delle cose, negarla o provare ad opporvisi significherebbe cedere a vane utopie o a tendenze liberticide (si pensi al populismo). Seguiamo quindi la moda del momento azzardandoci a chiedere: “ci conviene un conflitto diretto con la Russia?”.

 

Chi in un modo o nell’altro non esclude che a tale quesito si possa rispondere positivamente solitamente sostiene che l'”Occidente”, se unito, sia piu’ forte della Federazione russa. Un’ulteriore giustificazione è fornita dalle obiettive difficoltà emerse nella campagna bellica intrapresa da quest’ultima. Anche se la prima affermazione fosse vera non solo dal punto di vista economico, nella fattispecie si dimentica che in Ucraina la Russia opta per l’intensità che osserviamo. Le sue potenzialità quindi sono ben altre.

 

Perdipiù, come troppo spesso avviene nella nostra epoca, si sottovaluta il fattore umano. Domande come “sareste disposti a imbracciare le armi e partire per il fronte?”, “sareste disposti a mandare i vostri figli e nipoti in guerra?”, “sareste disposti a difendere con il sangue la causa da voi perorata?” si fanno sempre piu frequenti. Dato il pragmatismo, il livello di consapevolezza e la saggezza che le caratterizzano, le società europee occidentali comprendono perfettamente che la guerra è un’esperienza tragica fatta di violenza, suprusi, disumanità e morte. Ciononostante, si rendono altresì conto della sua inevitabilità nel mondo e, pertanto, non possono negarla o rigettarla in quanto tale. Se l’aggressività delle classi politiche europee fosse inferiore o se la reazione popolare al loro comportamento fosse più forte, le contraddizioni appena rilevate sarebbero accettabili. Le cose purtroppo vanno diversamente. Il 27 maggio l’economista Sachs ha pubblicato una lettera indirizzata al cancelliere tedesco Merz (https://www.google.com/amp/s/www.politicainsieme.com/lettera-aperta-al-cancelliere-friedrich-merz-da-jeffrey-d-sachs-la-sicurezza-e-indivisibile-e-la-storia-conta/amp/), in cui faceva notare che dalle scelte della Germania dipende il destino dell’Europa e, dunque, in un certo senso, del mondo.

 

Pertanto, adottare retoriche e misure volte non alla risoluzione dell’attuale conflitto, ma alla sua prosecuzione, non alla distensione (non remissiva, ovviamente), ma allo scontro, può essere realmente fatale. Gli europei occidentali, ineceppibli nelle riflessioni su problemi altrui, sono completamente avulsi dalla tragicità della storia, inconsapevolmente accettata dalla maggior parte dei popoli del pianeta. In questa sede non si vuole fornire una risposta univoca alla domanda sopraformulata, semmai sottolineare quanto segue: è conveniente continuare a porsi quesiti e a darsi risposte astratte, che presuppongono tipi antropologici e morali che non ci appartengono più e sono assai difficilmente ripristinabili nel breve e medio termine?

 

Da un certo punto di vista è irrazionale rinunciare a un alto livello di benessere e tranquillità in assenza di fattori coercitivi. Il punto dirimente sottovalutato riguarda il fatto che nella situazione odierna le parole possono condurre a condizioni in cui la libertà di scelta tra parola e azione sarà ormai un lusso perduto e si sarà costretti a uscire dal proprio tepore edonistico per ritornare, direttamente, nelle sporche trincee insanguinate in cui si fa la Storia.

Sacha Cepparulo

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