SE NON VOGLIAMO SOCCOMBERE, L’ ITALIA DEVE DIVENTARE UNA POTENZA MEDITERRANEA
La narrazione dominante proiettata dai mass media e dalle cancellerie europeiste continua a raccontarci una storiella rassicurante e infantile: da un lato l’Occidente liberale “aggredito”, dall’altro la minaccia russa pronta a invadere il continente. Ma per chi analizza la geopolitica con le categorie del realismo e della sociologia dei popoli, la domanda da porsi è radicalmente diversa. Non dobbiamo chiederci se Mosca intenda marciare verso l’Atlantico, ma se l’incapacità dell’Unione Europea di farsi Stato, Popolo e Potenza non stia creando un vuoto di potere tale da rendere inevitabile lo scontro. La guerra non nasce quasi mai per un raptus ideologico. Nasce quando un attore sovrano prende atto della debolezza strutturale del proprio avversario; quando comprende che l’altra parte è un gigante dai piedi d’argilla, del tutto privo di volontà di potenza, coesione identitaria e indipendenza strategica.
Per oltre settant’anni l’Europa ha vissuto in uno stato di minorità politica e culturale, cullandosi sotto l’ombrello protettivo della NATO e scambiando la propria sovranità con una confortevole servitù nei confronti di Washington. La crisi Ucraina ha mostrato le prime crepe di questo modello, ma è la prospettiva del ritorno di Donald Trump a infliggere il colpo di grazia all’illusione atlantista.
Trump non fa altro che applicare una spietata logica realista: l’impero americano non ha più le risorse, né la volontà socio-politica, di fare da balia a un continente decadente. Chiedere agli europei di pagarsi la propria difesa significa far decadere la funzione originaria della NATO come “proiettore d’ordine” unilaterale. I vertici dell’Alleanza si affannano a confermare la rigidità dell’Articolo 5, ma il dato politico è ormai scolpito nella pietra: il vincolo d’acciaio con Washington è diventato un contratto a termine.
Si sta consolidando una convergenza oggettiva, anche se non necessariamente concordata, tra il pragmatismo americano e la visione multipolare russa. Sia la Casa Bianca che il Cremlino preferiscono interloquire con Stati nazionali sovrani, dotati di un centro decisionale chiaro, piuttosto che con il moloch burocratico di Bruxelles, incapace di formulare una reale politica estera.
Di fronte al disimpegno americano, la reazione della Commissione Europea mostra tutti i limiti della mentalità tecnocratica. La risposta di Bruxelles si riduce a una cifra contabile: aumentare la spesa militare, portandola a centinaia di miliardi di euro. Ma la forza militare non si compra al supermercato del complesso militare-industriale americano. Spendere il 5% del PIL per acquistare caccia F-35 o sistemi d’arma prodotti oltreoceano non significa costruire sovranità; significa semplicemente pagare un tributo d’accesso più caro alla propria dipendenza.
Per essere una Potenza servono elementi che la tecnocrazia di Bruxelles ha sistematicamente distrutto in nome del globalismo:
-Una visione geopolitica condivisa e non subordinata a interessi stranieri;
– L’indipendenza tecnologica e industriale;
– Una catena di comando politica legittimata dalla sovranità popolare;
– Ma, soprattutto, la volontà di potenza e lo spirito di sacrificio di una comunità che riconosce se stessa.
Senza questi pilastri, un’Europa riarmata è soltanto un gigante ammasso di ferro battuto, un esercito di mercenari diviso al proprio interno e privo di anima.
In un contesto internazionale ormai proiettato verso il multipolarismo, Mosca osserva la frammentazione europea. La Russia opera secondo le logiche della geopolitica del reale: sa che la risposta a una pressione non si misura sul numero dei carri armati presenti nei magazzini, ma sulla prontezza politica di utilizzarli.
La vera minaccia dei prossimi anni non è un’invasione convenzionale in stile Novecento, ma il progressivo test della soglia di tolleranza dell’Occidente. Attacchi informatici, guerra ibrida, operazioni nell’area del Baltico, azioni nell’area mediterranea: ogni provocazione sarà un sondaggio per misurare la tenuta dell’alleanza. Se la risposta degli europei sarà il solito balletto sanzionatorio e le divisioni tra Paesi del Nord, dell’Est e del Sud, la deterrenza crollerà.
La deterrenza non è un fatto contabile o un articolo di trattato: è un fatto psicologico e politico. Se l’avversario percepisce che la tua élite è incapace di decidere e che il tuo popolo non è disposto a combattere per la propria terra, la guerra diventa un’opzione razionale per chiunque voglia ridefinire le sfere d’influenza. In questo scenario di totale ridefinizione degli equilibri mondiali, la classe politica italiana sbaglia a dibattere futilmente su quanti decimali di PIL destinare alle spese di difesa per compiacere la NATO.
L’Italia deve porsi tutt’altra questione. Vogliamo continuare a essere la portaerei inaffondata di potenze straniere e il fanalino di coda delle direttive di Bruxelles, oppure vogliamo ritrovare la nostra naturale vocazione di Potenza Mediterranea?
Il realismo geopolitico impone all’Italia di sganciarsi dalla retorica bellicista e atlantista per costruire una propria politica di sicurezza fondata su:
– Sovranità strategica ed energetica, diversificando i partner senza preclusioni ideologiche;
– Proiezione naturale nel Mare Nostrum, culla della nostra storia e snodo fondamentale dell’ordine multipolare;
– Difesa degli interessi nazionali, rifiutando di farsi trascinare in conflitti per procura decisi da oligarchie finanziarie e tecnocratiche.
La Russia non è il demone da esorcizzare per coprire i fallimenti del modello liberale europeo, né l’America di Trump sarà la balia eterna che correrà a salvare le cancellerie europee dal proprio destino.
L’Europa si trova di fronte a un bivio storico: continuare sulla strada della dissoluzione identitaria, ricca di armi ma vuota di sovranità, oppure riscoprire la politica nel senso più alto del termine, come decisione, identità e autodeterminazione. Se non sarà in grado di compiere questo salto qualitativo verso il realismo e la sovranità, la guerra non sarà l’esito di un piano diabolico, ma il prezzo inevitabile pagato da chi ha preteso di vivere fuori dalla Storia.
Fabrizio Fratus

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