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LEGGE ELETTORALE: SI PREPARA IL COLPO IL SCENA?

Si fa presto a dire riforma. Negli ultimi mesi il dibattito politico è stato monopolizzato dall’iter della nuova legge elettorale, quel congegno ibrido tra proporzionale e premio di governabilità ribattezzato nei corridoi “Stabilicum”. Approvata dal Senato, in procinto di tornare alla Camera, sembrava l’architrave blindato su cui costruire il futuro della legislatura in vista delle prossime elezioni politiche.

​Ma la politica, si sa, è l’arte del cinismo geometrico. E la domanda che inizia a circolare nei salotti romani con insistenza è dirompente: al voto con la nuova legge? Probabile che non succederà. Anzi, non serve più.

​All’inizio la logica della riforma era chiara. Con l’attuale sistema, il rischio di uno stallo e l’assenza di una maggioranza certa in entrambe le camere era uno spettro concreto. Se nel 2022 PD e M5S andarono divise dando forza e vittoria nei collegi uninominali al cdx, con il campo largo sarebbe diverso. Ecco allora che servirebbe un meccanismo capace di blindare la vittoria, offrendo quel premio di 70 deputati alla Camera e 35 al Senato al superamento della soglia del 42%.

​Nel giro di poco tempo, però, la geografia politica interna si è ribaltata.

​La crescita e la strutturazione di movimenti alternativi a destra, con l’ascesa inarrestabile legata alla figura di Roberto Vannacci, hanno scombinato i tabulati tradizionali. Sotto le insegne della nuova legge, con dinamiche di coalizione complesse, il rischio reale non è più quello di stravincere, ma di frantumare il blocco conservatore. Paradossalmente, con i flussi attuali, il nuovo sistema rischia di promuovere il PD come perno e capo cordata di una nuova e futura maggioranza, infliggendo al contempo un colpo durissimo ai numeri di Fratelli d’Italia, che vedrebbero evaporare una fetta cospicua di parlamentari. Oltre 50 eletti.

​Un autentico autogol strategico. Di fronte a questa prospettiva, la risposta della maggioranza non può che essere un netto e sussurrato: No grazie.

​E allora, come se ne esce? Semplice: ricorrendo ai classici, intramontabili strumenti del parlamentarismo d’assalto. ​Il testo della legge elettorale è atteso al vaglio definitivo della Camera. Ed è proprio tra i banchi di Montecitorio che si potrebbe consumare il colpo di scena. Non serve aprire crisi roventi o correre alle urne precipitosamente, rischiando per giunta di bruciare la tanto cara soglia della pensione parlamentare fissata per la primavera (14 aprile per i neo eletti, alla faccia dei 40 e passa anni di lavoro e i 67 anni di anzianità).

​La strategia è già scritta,mobilitare un gruppo ristretto di parlamentari istruiti a dovere tra le file della stessa maggioranza e sfruttare l’arma letale e coperta del voto segreto.

​Affossare la riforma sul più bello, rispedendo il testo al mittente o lasciandola insabbiare nei cassetti.

​Accantonata la legge che avrebbe dovuto incoronare il vincitore ma che rischiava di giustiziarlo, lo scenario si ribalta. ​Niente elezioni anticipate suicide con un sistema che premia i dem e disperde il patrimonio della destra. La legislatura viene accompagnata dolcemente verso la sua fine naturale o verso una transizione controllata: si punta a lasciare la legge che vi è oggi e a preparare il terreno per un governo tecnico o di scopo, magari guidato con piglio istituzionale e di garanzia proprio dalla stessa Giorgia Meloni.

​Alla fine, il machiavellismo della realpolitik ha avuto la meglio: la legge migliore è quella che non si fa, per conservare il potere e governare i processi senza rischiare il mazzo alle urne.

Fabrizio Fratus

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