PASSARE ALL’ AZIONE: L’ ABBIAMO GIA’ FATTO, POSSIAMO FARLO ANCORA
Negli articoli precedenti abbiamo analizzato le piaghe che hanno infettato il mondo identitario: la fuga dal confronto, la sindrome del “ducismo”, l’invidia interna e la tendenza autodistruttiva a cercare idoli stranieri (dai comunisti ai generali mediatici) pur di non sostenere i propri quadri. Ma la diagnosi, per quanto lucida, non basta. Serve una terapia d’urto. Il tempo del lamento deve finire; deve iniziare quello dell’esistenza politica.
Esistere, in politica, non significa urlare in un microfono o collezionare “mi piace”. Significa unire le forze, preparare le menti ed eleggere i propri rappresentanti. E non è un’utopia: lo abbiamo già fatto.
C’è un precedente che smonta la tesi dell’impossibilità di incidere. Il progetto 1000 Patrie dimostrò che, quando diverse “anime” identitarie decidono di mettere da parte i personalismi per un obiettivo superiore, i risultati arrivano.
L’esempio più fulminante resta la campagna elettorale di Vincenzo Sofo alle Europee del 2019. Un candidato proveniente da Milano che, in soli 41 giorni di campagna elettorale nel collegio Sud, riuscì a raccogliere ben 32.000 preferenze. Fu la dimostrazione plastica che il territorio risponde se c’è un progetto serio, una visione chiara e una rete che spinge all’unisono. Quella non fu solo una vittoria numerica, ma la prova che si può essere competitivi senza rinnegare le proprie radici, se si agisce con professionalità e unità.
Se il passato ci dice che “si può fare”, il presente ci indica “come farlo”. Oggi la sfida si chiama formazione. Non possiamo più permetterci generali improvvisati o rappresentanti che vivono di soli slogan.
In questo senso, il progetto dell’Accademia lanciato da Marco Scatarzi rappresenta un passaggio vitale. La preparazione delle persone è il presupposto dell’autorevolezza. Un dirigente identitario che esce da un percorso formativo serio non è solo un “militante”, ma un quadro politico capace di:
sfidare la complessità tecnica dell’amministrazione.
Parlare un linguaggio moderno senza tradire la tradizione.
Diventare un punto di riferimento inattaccabile sul territorio.
Il cerchio si chiude con la responsabilità della base. Preparare i migliori è inutile se poi, al momento del voto, scatta la solita “sindrome del dispetto” o il fascino per l’idolo del momento.
Dobbiamo creare una rete a sostegno del progetto. Una rete che non sia solo elettorale, ma umana, culturale ed economica. Dobbiamo proteggere i nostri candidati dal fuoco amico e blindarli con il consenso. Se il mondo identitario vuole smettere di essere un “serbatoio di voti” per altri mondi (come quelli di Cerno o Capezzone a destra, o di Rizzo a sinistra), deve imparare a investire su se stesso.
Fabrizio Fratus

Quest’anno celebriamo il 30° Corso della nostra Università d’estate. Identità Europea lavora per una adeguata formazione da allora. Ma è significativo che ai fini suoi propri non venga considerata, soprattutto da chi si pone il problema. Ma forse occorre prendere atto della realtà.